Capitolo quarto: La politica fascista nelle sabbie mobili spagnole
Il 23 marzo 1936, in occasione della seconda Assemblea nazionale delle corporazioni, Mussolini aveva affermato che con l’entrata in vigore delle sanzioni era iniziata una «nuova fase» della storia italiana1:
L’assedio economico... ha sollevato una serie numerosa di problemi che tutti si riassumono in questa proposizione: l’autonomia politica, cioè la possibilità di una politica estera indipendente, non si può piú concepire senza una correlativa capacità di autonomia economica. Ecco la lezione che nessuno di noi dimenticherà! Coloro i quali pensano che finito l’assedio si ritornerà alla situazione del 17 novembre si ingannano.
Il 18 novembre 1935 è ormai una data che segna l’inizio di una nuova fase della storia italiana. Il 18 novembre reca in sé qualche cosa di definitivo, vorrei dire di irreparabile. La nuova fase della storia italiana sarà dominata da questo postulato: realizzare nel piú breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della nazione.
Come abbiamo già visto2, queste parole devono essere considerate come l’annuncio di quella che sarebbe stata la politica autarchica, non solo in quanto necessità imposta dalle sanzioni, ma come caratteristica permanente dell’economia italiana anche dopo la loro fine3. Qualcuno ha voluto però vedere in esse anche qualcosa di piú: una sorta di annuncio che le sanzioni avevano mutato definitivamente, irreparabilmente anche la politica estera fascista e convinto il «duce» che, se l’Italia voleva avere un ruolo internazionale di rilievo, l’avrebbe potuto avere «solo contro e non piú con le due democrazie occidentali» e, quindi, con la Germania contro l’Inghilterra e la Francia4. Una simile lettura risente però troppo del «senno del poi», precorre i tempi e falsa i reali propositi di Mussolini. È vero che quando il «duce» fece l’affermazione in questione il momento per lui piú drammatico della guerra d’Etiopia, quello immediatamente successivo al fallimento del piano Hoare-Laval, era ormai, dopo il fatto nuovo della rimilitarizzazione della Renania, passato ed egli poteva guardare al futuro con minori preoccupazioni e cominciare a pregustare il sapore del successo e, al limite, addirittura ad accarezzare anche propositi di vendetta nei confronti della Francia e soprattutto dell’Inghilterra. Da questo a dire però che egli pensasse a un capovolgimento cosí radicale della sua politica ce ne corre. A ben vedere, il passo non autorizza una interpretazione cosí estensiva. Lo vieta la premessa da cui muove l’argomentazione da esso svolta: la necessità per l’Italia di mettersi in grado di godere di una propria «autonomia politica» e di avere «la possibilità di una politica estera indipendente». Poiché si deve escludere che Mussolini pensasse ad una «autonomia» contro tutti, questa premessa negava alla radice la possibilità stessa di un capovolgimento cosí radicale, che, invece di accrescere e di esaltare l’«indipendenza» della politica estera italiana, ne avrebbe ristretto al massimo e praticamente annullato i margini di «autonomia». È chiaro infatti che, comportando una esplicita scelta di campo, esso avrebbe voluto dire rinunciare non solo a tutta una tradizione diplomatica (cosa assai difficile in politica estera dove esistono «leggi» di tipo quasi naturale) viva e sentita in gran parte della «carriera» ma anche in larghi settori del fascismo, ma – ciò che piú conta – avrebbe voluto dire rinunciare alla politica del «peso determinante», che sola poteva assicurare o, almeno, dare l’illusione di assicurare alla politica estera fascista una propria «autonomia». E ciò soprattutto nella prospettiva che il successo conseguito con il conflitto etiopico e il crescente dinamismo tedesco inducessero l’Inghilterra a riconsiderare la propria politica verso l’Italia e ad accettare prima o poi la richiesta di Mussolini di addivenire ad un accordo generale che ponesse su una base paritaria i rapporti italo-inglesi nel Mediterraneo. Né questo vale solo per la seconda metà del marzo ’36, ma anche per il periodo successivo alla fine del conflitto etiopico. Nelle intenzioni di Mussolini questa prospettiva ebbe valore certo sino alla firma del «patto d’acciaio», ma, come si vedrà, in un certo senso anche dopo, praticamente sino alla disfatta militare della Francia nel 1940.
A nostro avviso, non di un «capovolgimento» nel ’36 della politica estera fascista si deve parlare, ma dell’inizio di uno spostamento del suo asse, accompagnato da una nuova gerarchia di valori attribuita nel suo quadro a Francia, Inghilterra e Germania. Mentre l’importanza della Francia decresce in un certo senso agli occhi di Mussolini e di Ciano, quella della Germania sale, trasformandosi da deterrente «passivo», per premere sulla Francia e tramite essa sull’Inghilterra, in deterrente «dinamico» per premere soprattutto sull’Inghilterra e non perché questa prema a sua volta sulla Francia per indurla ad accordarsi con l’Italia, ma perché accetti finalmente di discutere l’accordo generale offertole da Mussolini. E questo senza che ciò implichi una vera scelta di campo a fianco della Germania, che sarebbe stata per Mussolini controproducente sia tatticamente sia strategicamente, avrebbe annullato il suo «peso determinante», lo avrebbe reso succube della Germania e gli avrebbe creato gravissimi ostacoli a proposito di tutta una serie di problemi che, a torto o a ragione, egli pensava necessario risolvere prima di riprendere l’iniziativa in campo internazionale.
Di alcuni di questi problemi, quelli piú propriamente connessi alla realtà interna del regime, abbiamo già parlato e non è dunque il caso di tornare su essi. Di altri, quelli connessi alla situazione economica e all’avvio della politica autarchica, abbiamo pure già parlato. Essi meritano però di essere qui brevemente richiamati per quel tanto che incidevano direttamente sulla politica estera. Nella prospettiva di dover subito rimettere in moto l’economia italiana e di avviarla al contempo sulla via dell’autarchia, essenziale era infatti riattivare e accrescere le importazioni e le esportazioni e recuperare quei mercati che durante la guerra erano cominciati a sfuggire al commercio italiano, in particolare quelli balcanici, nei quali la già notevole penetrazione tedesca era in pochi mesi ancora aumentata. E questo in buona parte era compito di palazzo Chigi che, infatti, si impegnò subito a fondo per riallacciare a livello governativo i vecchi rapporti (con la Francia fu stipulato già l’11 agosto un modus vivendi con il quale i due governi stabilivano di ammettere le rispettive importazioni «nella misura maggiore possibile») e per sfruttare le possibilità che i contatti, ufficiali ed ufficiosi5, presi all’uopo offrivano per valutare le disposizioni politiche verso l’Italia dei vari paesi ex sanzionisti e in particolare di quelli del bacino mediterraneo, che durante la guerra piú si erano collegati con l’Inghilterra (Grecia e Turchia), e della Piccola Intesa e soprattutto la Iugoslavia e la Romania. Nella nuova situazione determinata dal crescente dinamismo politico ed economico tedesco questi due ultimi paesi stavano infatti diventando per l’Italia sempre piú importanti, perché stabilire con essi buoni rapporti voleva dire bloccare la spinta della Germania verso sud-est ed alleggerire in qualche misura la sua pressione sull’Ungheria e soprattutto sull’Austria, gli unici veri punti d’appoggio che Roma aveva sul continente.
E poi c’era il grosso problema di portare a termine il piú presto possibile l’occupazione, la pacificazione dell’Etiopia. La conquista di Addis Abeba e la fuga del negus avevano infatti concluso il conflitto solo dal punto di vista internazionale. Perché esso potesse essere effettivamente considerato chiuso occorreva estendere l’occupazione a tutto il paese, ancora in gran parte in mano ai capi locali, ottenerne la sottomissione, disarmare i loro uomini e organizzare concretamente il nuovo assetto della colonia. Solo dopo ciò si sarebbe potuta ritirare gran parte delle truppe (una misura questa assai urgente dati gli oneri finanziari che un esercito cosí numeroso comportava) e passare alla seconda fase della conquista, la valorizzazione economica dell’Impero6 e la creazione di una grande «armata nera»7. L’importanza e l’urgenza che Mussolini attribuiva alla realizzazione di questi tre obiettivi spiega in parte (altre ragioni furono la volontà di non ripetere l’esperienza fatta in Libia, dove la riconquista e la «pacificazione» si erano trascinate per anni, e il desiderio di dimostrare al mondo che le popolazioni etiopiche erano favorevoli all’Italia che le aveva «liberate» dallo schiavismo e dall’oppressione del negus) non solo la rapidità, ma anche l’estrema durezza con cui l’occupazione e la «pacificazione» furono portate avanti, malgrado l’estremo interesse di Mussolini a dare della presenza italiana in Etiopia una immagine tutta incentrata sull’opera civilizzatrice che essa vi svolgeva. Opera – per la verità – che, passato il primo anno e mezzo dell’occupazione e pur con molte contraddizioni e disfunzioni, la presenza italiana riuscí anche a svolgere in alcuni settori della vita etiopica.
Alla fine dell’inverno ’36-37 l’occupazione era un fatto ormai praticamente compiuto. Per realizzarla non si era certo usata la mano leggera. Mussolini aveva infatti autorizzato sin dal luglio Graziani «a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici»8. Contro i «ribelli» e le popolazioni che li appoggiavano erano state cosí condotte vere e proprie operazioni militari con l’impiego di aerei e anche di gas asfissianti (il cui uso era stato pure personalmente autorizzato dal «duce»). E non erano nemmeno mancate esecuzioni di prigionieri e di capi «ribelli». Particolarmente spietata era stata la repressione seguita all’attentato attuato ad Addis Abeba il 19 febbraio 1937 contro Graziani e in cui il viceré fu gravemente ferito insieme a ventinove militari, trenta civili e cinque personalità indigene. Per due giorni la capitale dell’Impero aveva vissuto nel terrore (pare che i morti sfiorassero i tremila), poi la repressione si era attenuata, ma, al tempo stesso, si era fatta piú sistematica ed era stata estesa anche ad altre località, coinvolgendo, tra fucilati e rinchiusi in campo di concentramento, varie migliaia di individui, compresi numerosi religiosi. E se Mussolini non fosse intervenuto le cose sarebbero andate anche peggio. Alla notizia dell’attentato il «duce» era stato drastico: «Tutti i civili e i religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi senza indugi», aveva telegrafato a Graziani. Ma quando il viceré gli aveva proposto «di radere al suolo la vecchia città indigena e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento fino a che essa non si sarà ricostruita le sue abitazioni» si era affrettato a telegrafargli: «Tale misura solleverebbe nel mondo una impressione sfavorevolissima e non raggiungerebbe lo scopo». Stante questa realtà, la pacificazione fu assai piú lunga della conquista. Focolai di ribellione si mantennero qua e là vivi a lungo e taluni non si spensero praticamente mai. Un netto miglioramento della situazione si sarebbe cominciato a delineare solo col 1938, dopo il richiamo di Graziani e la sua sostituzione con il duca d’Aosta9; ciò non toglie però che in alcune zone le cosiddette «operazioni di grande polizia» sarebbero continuate sin quasi a saldarsi con quelle della seconda guerra mondiale10.
Il primo vero passo distensivo verso la Germania Mussolini l’aveva fatto, lo si è detto11, il 6 gennaio 1936, nel momento piú difficile di tutta la vicenda etiopica. Parlando con l’ambasciatore tedesco von Hassel, aveva accennato alla possibilità che Berlino e Vienna regolassero i loro rapporti sulla base di un accordo amichevole che, per un verso, assicurasse l’indipendenza austriaca e, per un altro verso, portasse l’Austria «nella scia della Germania» e ne facesse un suo «satellite». L’avance era stata però accolta a Berlino con grande (e giustificata) diffidenza. «Qui si temeva una manovra machiavellica di Mussolini, che cioè per alleggerire la sua situazione critica in Abissinia egli volesse gonfiare la questione austriaca e fare successivamente delle avances alle potenze occidentali»12. L’unico a darle credito era stato Hitler. Successivamente Mussolini aveva fatto qualche altro passo distensivo. L’atteggiamento italiano in occasione della crisi determinata dalla rimilitarizzazione della Renania doveva però aver ben poco incoraggiato i diffidenti a fidarsi del fiuto del Führer. Ai tedeschi Mussolini aveva assicurato che non si sarebbe associato a misure contro di loro, poi però il suo atteggiamento si era fatto piú duttile. Alla fine, il 19 marzo, Grandi (che aveva realizzato un do ut des con gli inglesi sul problema da tempo in discussione di un inasprimento delle sanzioni), forzandogli la mano, aveva addirittura votato, sia pure con alcune riserve, la condanna della Germania. Con i tedeschi il «duce» si era dissociato dall’operato di Grandi e si era offerto di accordarsi con loro per una comune linea sul problema di Locarno; in pratica però – a parte gli accordi tra le due polizie già da tempo in via di maturazione e alcune visite di gerarchi nazisti in Italia e fascisti in Germania – sino alla fine del conflitto etiopico nei rapporti tra i due paesi non solo non era avvenuto nulla di nuovo, ma da parte italiana ci si era soprattutto preoccupati di rassicurare Parigi e Londra che l’avvicinamento italo-tedesco era «di carattere puramente psicologico, senza nessun substrato di accordi segreti o di preparativi di accordi segreti». Come abbia mo già detto13, queste assicurazioni erano state sí date da Suvich, che ad un avvicinamento alla Germania era nettamente ostile; nulla però autorizza a ritenere che Mussolini non condividesse l’impostazione e la stessa visione generale che il suo sottosegretario agli Esteri dava ai rapporti italo-tedeschi. La sola reale differenza tra i due era una maggiore disposizione di Mussolini ad un atteggiamento duttile, che in caso di necessità gli permettesse di giocare senza troppe difficoltà anche la carta tedesca per non rimanere completamente isolato e premere sugli anglo-francesi. Parlare, come è stato fatto, di un contrasto Mussolini-Suvich non è lecito. Che qualcuno vi potesse credere, specie dopo l’allontanamento di Suvich da palazzo Chigi, anche Mussolini lo pensava. Accomiatandosi da lui in giugno, gli disse: «e ora diranno che io allontano il mio moderatore e che lo faccio per romperla con la Francia e con l’Inghilterra, uscire dalla Società delle nazioni e gettarmi nelle braccia della Germania». Ma aggiunse anche: «tutte sciocchezze, perché io continuerò a fare con Galeazzo la stessa politica che ho fatto con lei»14. E, a modo suo, era sincero.
Certo, con Ciano ministro, Suvich non poteva rimanerere sottosegretario agli Esteri. A parte che, poiché si promuovevano ministri Lessona ed Alfieri, la cosa avrebbe assunto un sapore punitivo, tanto è vero che Mussolini tenne moltissimo a fargli accettare un’ambasciata di grande prestigio come quella di Washington (dove oltre tutto Suvich poteva essere utilissimo per il suo equilibrio e le sue relazioni con il mondo economico internazionale), cosí come aveva fatto quattro anni prima quando aveva nominato Grandi a Londra; a parte questo, ad una sua permanenza a palazzo Chigi ostavano, per un verso, le critiche e la sorda lotta fategli da Ciano nei mesi precedenti e, per un altro verso, la non dissimulata ostilità verso di lui dei tedeschi (Hitler parlando con Manacorda l’aveva accusato di fare una politica «triestina»). E ciò, anche se Mussolini non voleva capovolgere la sua politica con Berlino, ma solo stabilire un nuovo tipo di rapporti con la Germania, rendeva ovviamente opportuno cogliere l’occasione di un generale rimpasto del governo per allontanarlo con tutti gli onori da palazzo Chigi. Dire questo non vuol tuttavia dire che, almeno a livello di intenzioni, Mussolini mentisse dicendogli che intendeva fare con Ciano la stessa politica che aveva fatto con lui. Che questa fosse la sua intenzione ci pare fuori dubbio e quanto abbiamo già detto sulle sue preoccupazioni e le sue mosse verso Londra e Parigi immediatamente a cavallo della conquista di Addis Abeba e della proclamazione dell’Impero ci pare lo dimostri15. La carta tedesca era per lui l’ultima ratio, da giocare solo se non fosse riuscito a ricucire le relazioni con le potenze occidentali e con l’Inghilterra in particolare. Una ultima ratio tutt’altro che gradita e certamente onerosa, perché – a meno di poter raggiungere in extremis un accordo con Parigi e Londra – prima o poi avrebbe comportato l’Anschluss, ma alla quale egli dovette ricorrere prestissimo, in pratica subito dopo la fine della guerra in Africa, allorché, in giugno, la decisione del governo inglese di raccomandare alla Società delle nazioni la revoca delle sanzioni, accompagnata però dal non allontanamento di Eden dal Foreign Office e dall’evidente proposito di non voler menomamente sentir parlare d’accordo generale e di non voler neppure riconoscere l’Impero, lo indusse – ossessionato com’era dall’idea di trovarsi isolato da tutti – a dar via libera all’accordo austro-tedesco dell’11 luglio con il quale Hitler cominciò a minare l’indipendenza austriaca.
A spingere Mussolini a prendere questa decisione contribuí probabilmente il tempismo di Hitler nel fargli sapere, il 29 giugno, di essere pronto a riconoscere «senza contropartita» l’impero se l’Italia lo avesse desiderato. Un peso certo maggiore dovette però averlo la presenza di Ciano a palazzo Chigi.
Dire che Ciano fosse filo nazista sarebbe falsare la realtà. Non lo era per una questione di gusto, di stile e perché in definitiva la politica era per lui qualche cosa in cui l’ideologia, gli ideali non avevano praticamente spazio. Il fascismo lo aveva appena sfiorato, anche se ne aveva fatto uno dei massimi esponenti del regime. Essenzialmente era e si considerava un conservatore borghese, tipico rappresentante di una nuova aristocrazia del potere. Come Bottai annotò nel suo diario, si proclamava, «un po’ per vezzo e un po’ per innata propensione, schiettamente “forcaiolo”», e «reazionario». Per lui fascismo equivaleva a regime e regime a potere. E concepiva tutto in termini di potere. Da qui la sua totale sordità e insensibilità per quelli che per i veri fascisti, vecchi e giovani, erano gli ideali, le problematiche del fascismo, per le loro preoccupazioni, in quanto fascisti, per il fallimento del corporativismo, per gli orientamenti di fondo del regime, per il «dopo Mussolini». Ragazzo durante la guerra ’15-18 non ne aveva vissuto tutta la drammaticità, i timori, le passioni e ciò contribuiva a non fargli sentire il «problema tedesco» con l’intensità con cui lo sentivano un Mussolini, un Suvich, un Grandi, le cui formazioni, pur diversissime tra loro, avevano però in comune un’altra cosa che a lui mancava: il legame con il Risorgimento e dunque una sorta di tradizione antitedesca. Né, a livello caratteriale, va sottovalutato ciò che intuí bene Luciana Frassati quando lo conobbe: «doveva essere buono ma esaltato, come tutti i giovani dalla carriera troppo rapida»16. Arrivato poco piú che trentatreenne ad occupare praticamente il secondo posto del regime e per di piú con l’onore ma anche l’onere di essere il genero del «duce», la sua ambizione era quella di dimostrarsi all’altezza del posto occupato, il suo massimo desiderio di servirsene per crearsi una propria base di potere che gli permettesse di oscurare tutti gli altri astri del firmamento fascista (in primo luogo i due piú luminosi, Balbo e Grandi) e di rendere cosí assolutamente sicura la sua posizione di «delfino», di successore non solo in pectore di Mussolini. Anche se non trascurava affatto gli altri, il campo attraverso il quale questa sua definitiva affermazione doveva realizzarsi era quello della politica estera. Un campo in cui la sua esperienza era, tutto sommato, assai limitata e periferica, ma in cui egli era convinto di poter far molto, non tanto nel senso di mutarne i caratteri, le tendenze di base – poiché si rendeva conto che, anche se lo avesse voluto, non avrebbe potuto farlo, dato che alle sue spalle avrebbe pur sempre avuto Mussolini – ma in quello di darle maggior incisività e astuzia. Assai significativo è a questo proposito il fatto che il suo primo atto come ministro degli Esteri fu quello di nominare capo di gabinetto, al posto di Aloisi, O. De Peppo, che era stato suo direttore generale per i servizi della propaganda al ministero per la Stampa e la propaganda, e di circondarsi di propri uomini non legati alle gestioni di Grandi e di Suvich, allontanando quasi tutti i loro predecessori. Nel quadro di questo avvicendamento in un primo momento anche Grandi avrebbe dovuto essere allontanato da Londra. L’intenzione, in verità, era stata di Mussolini, irritato dai riconoscimenti che alcuni grandi giornali inglesi tributavano al suo ambasciatore; ma egli in un secondo momento tornò però su di essa lasciando Grandi a Londra17. Ciano – ai cui progetti e alla cui ambizione la presenza a Londra di Grandi doveva dare molto fastidio – non aveva però fatto nulla per dissuaderlo ed è molto probabile che fosse rimasto assai irritato dal ripensamento del «duce». Non altrimenti si spiega la subdola azione che nei tre anni successivi egli condusse contro Grandi presso Mussolini per metterlo in cattiva luce e appropriarsi dei suoi successi.
Pur non essendo filo nazista e pur non volendo capovolgere la politica estera italiana, Ciano era però convinto che per renderla piú incisiva e astuta e per potervi imprimere i caratteri della propria personalità era necessario avere verso Berlino un atteggiamento meno timoroso e piú dinamico, in maniera da costringere Londra e Parigi a riconoscere l’impero e a riprendere su nuove basi i vecchi rapporti con Roma18. Un programma, come si vede, non diverso nella sostanza da quello di Mussolini, ma che nelle mani di un uomo come lui, privo di effettiva esperienza diplomatica ed «esaltato», tendeva inevitabilmente ad assumere un dinamismo, una grossolanità e una sicurezza (anche se Ciano personalmente era un insicuro) che in altre mani non avrebbe certamente avuto e che poteva influenzare anche Mussolini. E ciò tanto piú dato il particolare momento psicologico e ideologico che, come si è visto, il «duce» stava attraversando.
Nell’estate del ’32, quando Mussolini l’aveva allontanato da palazzo Chigi, Grandi aveva affidato al suo diario duecento pagine di considerazioni sui tre anni durante i quali aveva retto la politica estera italiana, su come egli la concepiva, su cosa aveva potuto fare e non fare, sulla sua collaborazione con il «duce» e sul loro diverso modo di considerare e di affrontare le relazioni internazionali. Fondamentali per capire la personalità di Grandi e la politica estera che egli avrebbe voluto veder realizzata dal fascismo, nonché la sostanza del rapporto Grandi-Mussolini, queste pagine19 offrono tutta una serie di elementi di fatto e di spunti preziosi per capire quale fosse l’atteggiamento psicologico con il quale il «duce» si poneva di fronte ai problemi di politica estera e come il suo modus agendi fosse largamente condizionato da questo atteggiamento psicologico. Scriveva tra l’altro Grandi:
Tutta la politica estera [di Mussolini] ha le sue premesse in «stati d’animo subbiettivi», nella sua psicologia complessa e complicata.
Non si può fare il dittatore fuori del proprio paese. A meno che non si faccia la guerra. Ma egli non può fare la guerra, sebbene egli non abbia altro sogno. La consapevolezza di essere il «quarto» in ordine d’importanza, determinata dalla fatale gerarchia di potenza fra le Nazioni, fra i rappresentanti della Gran Bretagna, della Francia, della Germania (e non pensiamo per il momento all’America e alla Russia) non gli va giú. Non sa e non vuole rassegnarsi a ciò. Sente il suo orgoglio e la sua vanità, come ferite. E allora preferisce abbandonare il gioco dei giganti, per mettersi nel gioco dei bambini, ossia le Piccole Potenze, le quali, solo per il fatto di essere piú piccole, si inchinano – o meglio fanno finta di inchinarsi, perché esse non dimenticano, anzi, il gioco dei giganti! – davanti a lui...
In tre anni Mussolini non mi ha mai detto quale era, quale è il suo piano, la sua linea, la sua direttiva di politica estera. Forse non lo ha...
Egli non conosce, non cura, non capisce la difficile arte del negoziato. Considera il negoziatore come un «furbo» e null’altro. Mussolini decide. Sta agli altri di ac cettare. Nello stesso modo egli accetta spesso quello che gli altri decidono. Nero e bianco. Non conosce la difficile arte del mercato, del contratto, del negoziato. Non può conoscerla. Egli è un Capo. E cioè un grande Poeta. Ma la Nazione accanto al Capo abbisogna di un buon amministratore che faccia bene gli affari della Nazione.
Inoltre Mussolini considera tutto il mondo, le questioni internazionali, ecc., ecc. a raggera. Egli al centro. Tutto parte o viene a lui o da lui. No il mondo è diverso. Le proporzioni, le strade sono diverse.
Può darsi che il contatto diretto degli affari diplomatici gli dia il senso della realtà piccola e della realtà grande, di cui è fatta la vita di tutti i giorni, la vita degli uomini. La vita di un uomo e di un popolo senza Poesia non è vita. Ma la vita non è fatta di sola Poesia.
Dal ’22 al ’29, pur con questi limiti caratteriali e con questa concezione delle relazioni internazionali (oltretutto in lui non ancora completamente sviluppatisi e in parte controbilanciati da un’ancor viva curiosità umana per il contatto con i diplomatici stranieri), Mussolini aveva potuto reggere senza troppe difficoltà e danni il timone della politica estera italiana. In un periodo in cui il quadro internazionale era sostanzialmente statico e in cui per il «duce» la politica estera era ancora completamente subordinata a quella interna, si trattava infatti in definitiva quasi solo di pilotarla nella scia di quella inglese, avventurandosi al massimo sul mare dei «bambini» (Albania, Grecia, Iugoslavia). Il peso dei limiti di Mussolini si era fatto piú evidente negli anni successivi – specie dopo il ’32, quando l’allontanamento di Grandi da palazzo Chigi l’aveva privato di un «amministratore» abile e realista –, man mano che il quadro internazionale si era fatto meno statico e la politica estera aveva acquistato per lui sempre maggiore importanza. Sino alla guerra d’Etiopia comunque Mussolini era stato in grado di reggerne tutto sommato abbastanza bene il timone. L’impresa d’Etiopia aveva per molti aspetti sconvolto i termini sui quali sino allora si era fondata la politica estera italiana. Il «duce», con l’aiuto pressoché unanime e convinto di gran parte della «carriera», di Suvich e di Grandi, aveva però complessivamente ancora retto il timone, anche se tutta la sua politica si era fondata essenzialmente su una intuizione al limite della scommessa, che però si era rivelata vincente e tale perciò da costituire per lui un capolavoro che, sul momento, aveva segnato una svolta netta nella storia interna del regime. Né, pur essendone stati sconvolti per molti aspetti i tradizionali termini di base, si può dire che la politica estera italiana fosse uscita dal conflitto etiopico irrimediabilmente condannata ad un radicale mutamento di rotta. Una eventualità del genere era infatti respinta da Mussolini, che, non a caso, cercò subito – lo si è visto20 – di riaprire in qualche modo il discorso con la Francia e, soprattutto, non dismise affatto l’idea di un accordo con l’Inghilterra, anche se esso era da lui concepito non come un puro e semplice ritorno ai rapporti precedenti la crisi etiopica, ma come un accordo generale che mettesse i due paesi su un piede di parità nel Mediterraneo e in un rapporto privilegiato di cui, col passare del tempo, egli ritenne avrebbe dovuto fare le spese la Francia. E, quel che piú conta, tale eventualità non era esclusa nemmeno da una parte tutt’altro che trascurabile della classe politica conservatrice inglese, che – come vedremo tra poco – se aveva perso gran parte della sua fiducia nella buona fede di Mussolini, era però convinta che ad un accordo con lui si sarebbe dovuti arrivare, anche se era fermamente decisa ad arrivarvi alle proprie condizioni e non a quelle del «duce» e sicura che egli, alla fine, non lo avrebbe potuto rifiutare.
Stante questa realtà di fatto, che si inseriva a sua volta in una situazione internazionale ormai in rapido deterioramento (e che, oltre tutto, era in buona parte diventata tale in conseguenza proprio dell’iniziativa mussoliniana in Etiopia), a reggere il timone della politica estera italiana sarebbe stato piú che mai necessario un uomo di grande esperienza diplomatica, capace di tenere a freno i sentimenti e i risentimenti e di trattare tutto; disposto a subire le leggi e i tempi del negoziato senza lasciarsi andare ad impazienze e ad isterismi e soprattutto ad accontentarsi del molto già ottenuto e del poco che, forse, era ancora ottenibile e ad accettare di rientrare in quel ruolo di «quarto» che – nonostante il successo riportato in Etiopia – continuava ad essere (e ad essere sempre di piú) quello dell’Italia. Avventurarsi sul terreno delle ipotesi circa l’esistenza o no nel gruppo dirigente fascista di un simile uomo è in sede storica praticamente inutile: anche se fosse esistito, è infatti chiaro che, date la personalità di Mussolini e la realtà del regime, egli non avrebbe avuto alcuna possibilità di vedersi affidata la guida della politica estera. Quello che invece è certo è che né Mussolini né Ciano erano uomini del genere.
Mussolini, il «capo», nonostante negli ultimi quattro anni (e che anni!) fosse stato a contatto diretto con la politica estera, non solo non ne aveva tratto quel senso della realtà internazionale che Grandi aveva sperato esso potesse dargli, ma, al contrario, aveva moltiplicato ed esasperato i suoi precedenti limiti: l’egocentrismo, l’affidarsi alla sicurezza delle sue intuizioni piuttosto che ad una meditata analisi della realtà e delle varie possibilità che da essa potevano scaturire, l’impazienza di vederle realizzate e, dunque, l’insofferenza e il disprezzo per il negoziato, la sfiducia nei suoi ambasciatori (da lui considerati inevitabilmente «indigenizzati», corrotti cioè dall’ambiente politico del paese in cui erano accreditati e, quindi, poco attendibili21), l’incapacità di accettare persino l’idea di uno scacco, l’irritabilità quasi isterica e spesso sfociante nella ritorsione per l’«incomprensione» di cui la sua politica era oggetto e per le critiche e gli attacchi (specie giornalistici) che gli venivano mossi. Il tutto aggravato dalle interferenze della sua involuzione psicologica e del prender corpo della sua idea della «nuova civiltà». Né Ciano, che in quella situazione avrebbe dovuto essere il «buon amministratore» degli affari della Nazione, era migliore. Alcuni limiti di Mussolini erano anche i suoi; altri, specie nei primi tempi, li assorbí da lui con un processo di ammirata identificazione che richiama alla mente il mimetismo di certi animali; altri ancora discendevano dalla sua condizione di «delfino» in cerca di autoaffermazione. Col tempo una parte di questi limiti si sarebbe corretta e Ciano sarebbe diventato via via piú critico nei confronti di quelli del suocero e della sua politica e avrebbe anche voluto modificarla. Ma a parte il fatto che, quando Ciano si rese conto di essere stato «ingannato» dai tedeschi, la situazione era ormai troppo compromessa per poter essere veramente raddrizzata, convincere Mussolini a un completo revirement era una impresa che né Ciano né altri poteva realizzare.
Anche se il dramma personale del progressivo distacco di Ciano dal suocero non può essere ignorato e costituisce una delle pagine umanamente piú interessanti e drammatiche della petite histoire degli ultimi anni del regime, in sede storica ciò che veramente conta per un giudizio su Ciano sono i suoi primi anni a palazzo Chigi. E su questi il giudizio non può essere piú negativo: Ciano non solo non esercitò (o tentò) alcuna azione di freno su Mussolini, ma ebbe una parte di primo piano nel rendere la politica estera italiana piú avventurista e aggressiva e nello spingere il «duce» a superare alcune remore ed incertezze nell’impegnarsi in certe operazioni rispetto alle quali il suo «senso del limite» era tendenzialmente piú vivo di quello del genero.
Coerentemente alla sua convinzione che per rendere piú incisiva e astuta la politica estera italiana era necessario un atteggiamento meno timoroso e piú dinamico verso la Germania, appena nominato ministro degli Esteri, Ciano, da un lato assunse verso la Francia e l’Inghilterra un atteggiamento meno conciliante di quello che nelle settimane precedenti avevano avuto Mussolini e Súvich (e Grandi a Londra) e rispose ai sondaggi di Parigi e di Londra volti a stabilire le vere intenzioni italiane con una serie di condizioni preliminari: rifiutò di partecipare alla conferenza di Montreux sugli stretti perché «fino a quando le sanzioni non saranno tolte e giustizia sarà fatta, l’Italia si asterrà da ogni forma di collaborazione internazionale» e quanto alla conferenza dei paesi del patto di Locarno subordinò la partecipazione italiana a quella della Germania e all’abrogazione degli accordi mediterranei contratti dall’Inghilterra durante la crisi etiopica con la Turchia, la Grecia e la Iugoslavia; chiese la chiusura delle legazioni ad Addis Abeba e la revoca della rappresentanza etiopica alla Società delle nazioni, facendo chiaramente capire di voler un pieno e sollecito riconoscimento dell’Impero; e, infine, non fece mistero che per Roma la questione europea era inscindibile da quella mediterranea e dunque da risolversi contestualmente se si voleva che l’Italia riprendesse la sua tradizionale politica di collaborazione continentale22. Da un altro lato premette sempre piú l’acceleratore della revisione dei rapporti con la Germania, prima dando via libera, appunto, all’accordo austro-tedesco dell’11 luglio e subordinando la presenza italiana alle trattative per un nuovo patto di Locarno a quella tedesca, poi – specialmente dopo che il 23 settembre l’assemblea della Società delle nazioni ebbe riconosciuto per la sessione in corso la validità della rappresentanza etiopica23 – moltiplicando i contatti e gli ammiccamenti con Berlino, sino ad arrivare nella terza decade di ottobre a recarsi personalmente – primo ministro degli esteri dall’andata al potere di Hitler – in Germania in visita ufficiale.
Con questa tattica Ciano indubbiamente ottenne alcuni risultati, per esempio la decadenza degli accordi mediterranei inglesi e la chiusura delle legazioni ad Addis Abeba. Non riuscí però a fare veri e propri passi avanti con Parigi e soprattutto con Londra.
Nonostante la presenza al governo di L. Blum e del fronte popolare, Parigi non avrebbe visto di malocchio un riavvicinamento con Roma. Il Quai d’Orsay in particolare (ma anche gli ambienti militari) dopo la rimilitarizzazione della Renania sarebbe stato interessato, oltre che a un nuovo patto di Locarno, alla stipulazione di un patto mediterraneo a cui partecipasse anche l’Italia, in maniera, per un verso, di controllarla e, per un altro verso, di avviare una prima effettiva détente che si sarebbe poi potuta estendere anche al continente vero e proprio. E un patto del genere poteva essere accettato anche dal governo francese, che avrebbe potuto giustificare il suo accordo con «i fascisti assassini di Matteotti» con i superiori interessi della pace, della conciliazione tra tutti i popoli e del rafforzamento della sicurezza collettiva che Blum aveva posto a base della sua politica estera nella dichiarazione programmatica fatta al Senato il 23 giugno24. Ostile al patto mediterraneo era però l’Inghilterra, perché convinta – non a torto25 – che l’Italia ne avrebbe approfittato per cominciare a porre con lei sul tappeto un pezzo dell’accordo generale e perché, come vedremo subito, in quel momento essa era contraria a qualsiasi accordo con Roma. In questa situazione è evidente che la Francia del fronte popolare non poteva essere piú «realista» dell’Inghilterra conservatrice26.
Molto piú ferma, anche se in ultima analisi piú miope, era la posizione di Londra27. Qui sia la maggioranza del governo, sia gran parte dei capi militari (soprattutto della marina), sia ancor piú il Foreign Office e in primis Eden erano assolutamente contrari a qualsiasi concessione all’Italia. La guerra d’Etiopia e ancor piú la «guerra bianca» tra Italia e Inghilterra che si era svolta parallelamente alla prima nel Mediterraneo, mettendo in crisi non solo il prestigio britannico, ma anche le comunicazioni imperiali e la sicurezza delle posizioni inglesi in uno dei piú vitali gangli del sistema imperiale, rivelando in modo macroscopico l’impreparazione e l’arretratezza del sistema difensivo britannico e sconvolgendolo con l’imporgli la dura realtà di un terzo fronte mai prima preso in considerazione e, per di piú, collocato laddove sino allora a Londra si era ritenuto esservi il punto di smistamento piú rapido e sicuro tra gli altri due fronti28, avevano prodotto un tale choc da indurre tutti a rivedere i loro precedenti giudizi sull’Italia, su Mussolini e su come comportarsi verso di loro. Eden, probabilmente il piú in vista tra i fautori della linea dura verso l’Italia, ha cosí spiegato le ragioni della sua intransigenza nelle sue memorie29:
L’abrogazione delle sanzioni da parte della Lega fece sperare a molti che si potessero ristabilire buone relazioni tra l’Italia e la Gran Bretagna. L’argomento che spesso si adduceva era che, se soltanto avessimo fatto al Duce una concessione, egli l’avrebbe ricambiata e le nostre relazioni sarebbero presto migliorate. Io avevo poca fiducia che le cose sarebbero andate cosí perché il ragionamento mi sembrava fondato su un’interpretazione sbagliata del carattere di Mussolini. Per me questi era un opportunista duro e scaltro, che avrebbe considerato le concessioni come un segno di debolezza e che non si curava affatto dei principi della Lega e del fronte di Stresa. Si sarebbe gettato da qualunque parte sembrasse offrirgli i vantaggi piú grossi. Non potevamo, per ragioni morali e pratiche, entrare in una simile competizione o offrirgli il bottino che cercava; era quindi inevitabile che Hitler e Mussolini si avvicinassero l’uno all’altro. Il Duce aveva fatto la sua scelta fra l’avventura africana e la stabilità europea. Egli abbandonò l’Austria quando marciò sull’Abissinia... Ritenevo quindi che il nostro atteggiamento verso Roma dovesse consistere in caute avances. Dovevamo dar prova di buona volontà ma non cedere sugli interessi vitali, né contare sul rispetto del fascismo per le sue promesse quando queste avessero cessato di fargli comodo.
In queste parole vi è, sotto il profilo dell’analisi, molto di vero. Vero è soprattutto ciò che è implicito nell’ultimo periodo: ogni accordo per Mussolini sarebbe stato un armistizio. Nella concezione storico-politica del «duce» prima o poi l’Italia si sarebbe rivolta comunque contro l’Inghilterra. Su questo non vi sono dubbi; anche se è impossibile trascurare due problemi, quello dei tempi di durata di questo armistizio, tempi certamente lunghi, e, di conseguenza, quello di cosa sarebbe avvenuto nel «dopo Mussolini», se cioè i successori del «duce» sarebbero rimasti fedeli alla sua concezione storico-politica. Persino un moderato e un antinazista convinto come Grandi, che concepiva l’avvicinamento alla Germania solo come un espediente tattico per costringere Londra a «venire a patti» con Roma e Berlino30 e successivamente «accettare i vantaggi concreti di una intesa coll’Italia» – l’obiettivo a cui egli piú mirava e di cui sarebbe voluto essere il realizzatore –, nel ’36 considerava (o, comunque, riteneva opportuno prospettare a Roma) questa «intesa» provvisoria, un armistizio. Ne è prova una sua lunghissima lettera (ventisei pagine) a Ciano scritta da Londra il 6 novembre 1936 per illustrargli la situazione politica inglese all’indomani del suo viaggio in Germania e per informarlo, con non celato compiacimento, del fallimento a cui stava andando incontro, di gaffe in gaffe, la missione di Ribbentrop in Inghilterra. In essa31 si legge infatti tra l’altro:
Per quanto riguarda l’Italia, e il problema dei rapporti italo-britannici, nessuno si fa piú oramai in Inghilterra la minima illusione che essi possano ritornare quali essi erano prima dell’anno 1935. Neppure si fanno gli inglesi soverchie illusioni sulla possibilità di riguadagnare l’Italia a un eventuale possibile blocco anti-germanico. Dalla battaglia di Trafalgar fino alla guerra «bianca» tra l’Italia e l’Inghilterra dell’anno 1935-36 nel Mediterraneo e in Africa, la nozione geografica, politica e militare dell’Italia per gli inglesi è stata per un secolo la seguente: «Regno di Napoli allungato verso il Nord». Dopo la sconfitta che nell’anno 1935-36 Mussolini ha inflitto all’Inghilterra, quest’ultima facendo uno sforzo di raggiustamento veramente notevole per la mentalità tardigrada e opaca di questa gente, ha improvvisamente e precipitosamente «realizzato» (come si dice qui) la nuova nozione geografica, politica, militare dell’Italia di Mussolini. L’Inghilterra si è resa perfettamente conto che l’Impero Italiano di Etiopia è l’Impero Italiano sul Mediterraneo. Io credo sinceramente che, almeno sino ad oggi, il motivo del riarmo precipitoso e frettoloso delle basi navali britanniche nel Mediterraneo non è dovuto ad un piano precostituito di una possibile rivincita contro l’Italia (questa gente ha ormai troppo la mentalità dei turchi dell’Impero Ottomano dell’800 per concepire un piano tanto orgoglioso e pericoloso) quanto alla effettiva «paura» di trovarsi impreparata di fronte a quello che la maggioranza degli inglesi ritiene sia invece il fatale movimento in avanti della Rivoluzione Fascista e cioè il dominio completo del Mediterraneo. Questa gente fa uno sforzo marcatamente visibile per mostrare di superare il rancore della sconfitta patita e di accettare i vantaggi concreti di una intesa coll’Italia, intesa la quale non potrà peraltro essere basata se non su un piano di provvisorietà storica. È insomma l’armistizio, non la pace. A questo armistizio ci vengono pian piano sudando, marciando di traverso, avanzando di 3 passi e retrocedendo di due; ma ci vengono perché non ne possono fare a meno.
Tanto piú Italia e Germania mostreranno all’Inghilterra di essere unite, tanto piú l’Inghilterra sarà costretta a venire a patti coi due grandi Popoli Fascisti.
Tu hai illustrato ciò con straordinaria efficacia al Führer.
I protocolli firmati fra Te e Hitler debbono considerarsi effettivamente come la nuova grande leva che il Duce ha messo sotto questa vecchia scricchiolante Europa.
Dove Eden non è piú nel vero o, nel migliore dei casi, spaccia le sue convinzioni per la politica inglese è laddove lascia credere che questa sia stata coerente a quelle. Nella realtà la politica inglese verso l’Italia tra il ’36 e il ’40 cercò sempre, sia pure tra alti e bassi, un accordo con Roma (giustamente Grandi nelle sue memorie ha scritto: «Alla possibilità di intendersi colla Germania, con Hitler e col nazismo, la politica inglese rinunciò di fatto, definitivamente soltanto dopo il 15 marzo 939, cioè dopo il proditorio colpo di mano su Praga. Alla speranza di intendersi con Mussolini non rinunciò se non il 10 giugno 940») e non si basò affatto sul presupposto che non si dovessero fare concessioni a Mussolini su questioni di fondo perché egli non avrebbe rispettato gli accordi, ma perché il governo e ancor piú il Foreign Office erano convinti: a) che, per il momento, l’Italia era impossibilitata a muoversi perché prima doveva consolidarsi sulle posizioni conquistate; b) che questo lasso di tempo avrebbe permesso all’Inghilterra di realizzare il suo riarmo; c) che si potesse raggiungere un accordo con Hitler che avrebbe isolato completamente Mussolini; d) che Mussolini, comunque, non sarebbe mai arrivato sino al punto di legarsi indissolubilmente con Hitler e che l’avvicinamento italo-tedesco era solo un fatto strumentale per premere su Londra e Parigi; e) che l’Italia fosse quindi recuperabile senza concessioni sostanziali, senza accordo generale e, per alcuni, persino senza riconoscimento dell’Impero. La documentazione oggi disponibile è a questo proposito eloquente e rende la posizione inglese assai piú complessa di quanto appare dalle memorie di Eden32.
Particolarmente importante ai fini del nostro discorso è la convinzione inglese, presente anche nei francesi, ma tutto sommato in forme meno radicate e via via piú problematiche33, che Mussolini non si sarebbe mai legato veramente ad Hitler. Per l’ambasciata inglese a Roma si trattava di un dato di fatto da cui discendeva tutto il resto. In un rapporto d’insieme del 19 settembre sulle relazioni italo-inglesi il consigliere Ingram cosí la teorizzava34:
Il lato femminile della politica estera italiana, il flirt con la Germania, mentre non va mai cosí lontano da compromettere l’Italia in vista di altri eventuali partners, non è mai riuscito, almeno fino a quanto abbiamo visto finora, a raggiungere risultati consistenti da autorizzare la conclusione che laddove gli interessi dei due paesi corrono in parallelo debba seguire di necessità un’azione corrispondente. E non è avvenuto nulla che ci possa far pensare che l’Italia ha perso la sua libertà di manovrare libera da impegni con Berlino.
Neppure la visita in ottobre di Ciano in Germania valse a incrinare veramente questo ottimismo. Come l’ambasciatore francese De Chambrun telegrafava a Parigi il 24 ottobre, per Drummond la visita, nonostante il rilievo datole a Roma e a Berlino, non avrebbe certamente comportato risultati veramente sostanziali35. Né a Londra si era di diverso avviso. Come riferiva al Quai d’Orsay l’ambasciatore francese a Londra dopo un incontro col sottosegretario aggiunto Sargent (che seguiva particolarmente i rapporti con l’Italia), al Foreign Office, nonostante l’ostilità che caratterizzava i reciproci rapporti, non si prendeva «sul tragico» la «querelle» con l’Italia e si credeva che «alla lunga» conversazioni dirette con Roma avrebbero risolto «litigi che non hanno un carattere vitale per nessuno dei due paesi»36.
Come si vede, a Londra si era capita benissimo la tattica di Mussolini e di Ciano (che, oltretutto, con le loro periodiche avances per un accordo37 non riuscivano certo a dissimularla bene) e, apparentemente, ci si era pienamente adeguati ad essa. Ogni tanto si poteva fare a Mussolini qualche piccola concessione per soddisfare un po’ il suo prestigio e fargli sbollire un po’ la delusione e l’irritazione, ma di un vero accordo non era neppure da parlare. Per il momento almeno, ché alla fine Mussolini sarebbe tornato all’ovile. E al resto avrebbe provveduto il tempo: il «duce» non era certo immortale e quando lui non ci sarebbe piú stato si sarebbe visto. In questa logica fu concluso anche il gentlemen’s agreement del 2 gennaio 1937. Il modo come esso fu realizzato e soprattutto il momento, dopo la visita di Ciano in Germania e il discorso di Milano in cui Mussolini parlò esplicitamente di «asse Roma-Berlino», sono estremamente significativi.
Sino verso la fine di agosto Mussolini e Ciano avevano in un certo senso atteso che l’avvicinamento italiano alla Germania cominciasse a produrre i suoi primi effetti a Parigi e a Londra. Ai primi di settembre, di fronte al silenzio francese e soprattutto inglese, il «duce» aveva cominciato a mostrare i primi segni di impazienza e di irritazione e aveva dato istruzioni a Grandi di assumere una posizione intransigente sulla questione spagnola38. Gli evidenti tentativi inglesi di giungere ad un accordo diretto con Hitler e il voto della Società delle nazioni del 23 settembre avevano successivamente portato al massimo l’irritazione italiana e indotto Ciano ad un nuovo e piú clamoroso passo su Berlino. Si era cosí messo in moto il meccanismo che aveva portato il 20-24 ottobre Ciano a Berlino e a Berchtesgaden39. A Berlino il ministro degli Esteri italiano si era incontrato col suo collega von Neurath e aveva sottoscritto un protocollo segreto di collaborazione tra i due governi. Il clou del viaggio era stato però l’incontro a Berchtesgaden con Hitler, durante il quale Ciano aveva consegnato al Führer un fascicolo di trentadue documenti raccolti dal Foreign Office per documentare «Il pericolo tedesco» (con una introduzione di Eden estremamente dura e sprezzante verso la Germania e Hitler) che Grandi era riuscito ai primi di settembre a procurarsi attraverso i suoi canali personali, fascicolo col quale Ciano si proponeva di controbattere le aperture inglesi verso Berlino40. Lo stesso giorno il governo tedesco aveva annunciato il riconoscimento de iure dell’Impero.
Sul piano politico concreto il viaggio (ma gli inglesi non potevano saperlo) non aveva avuto grandi risultati; il protocollo segreto di collaborazione o ribadiva cose già nei fatti o era assai generico; anche per chi conosceva il modus operandi di Mussolini, un suo significato però lo aveva. Ciò nonostante in un primo momento a Londra esso fece pochissimo effetto. Ma il 1° novembre era giunto il discorso di Mussolini a Milano, un discorso tutto impostato sulla politica estera41, in cui il «duce», dopo aver definito illusioni il disarmo, la sicurezza collettiva e la pace indivisibile e avere ripetuto le sue critiche alla Società delle nazioni, aveva esaminato i rapporti dell’Italia con una serie di paesi europei. Il centro del discorso aveva però riguardato la Germania e l’Inghilterra. A proposito dei rapporti con la prima aveva detto:
Gli incontri di Berlino hanno avuto come risultato una intesa fra i due paesi su determinati problemi, alcuni dei quali particolarmente scottanti in questi giorni. Ma queste intese, che sono state consacrate in appositi verbali debitamente firmati, questa verticale Berlino-Roma, non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono collaborare tutti gli Stati europei animati di volontà di collaborazione e di pace.
La Germania, quantunque circuita e sollecitata, non ha aderito alle sanzioni. Con l’accordo dell’11 luglio è scomparso un elemento di dissensione fra Berlino e Roma e vi ricordo che, ancor prima dell’incontro di Berlino, la Germania aveva praticamente riconosciuto l’Impero di Roma.
Da questi; dopo aver parlato dell’anticomunismo del fascismo, quasi a sottintendere che fosse esso a sostanziare i rapporti con la Germania, era passato a quelli con l’Inghilterra:
Mi sono occupato sin qui del continente. Bisogna che gli italiani a poco a poco si facciano una mentalità insulare, perché è l’unico modo per porre al giusto piano i problemi della difesa navale della nazione.
L’Italia è un’isola che si immerge nel Mediterraneo. Questo mare (io qui mi rivolgo anche agli inglesi, che forse in questo momento sono alla radio), questo mare per la Gran Bretagna è una strada, una delle tante strade, piuttosto una scorciatoia con la quale l’impero britannico raggiunge piú rapidamente i suoi territori periferici... Se per gli altri il Mediterraneo è una strada, per noi italiani è la vita. Noi abbiamo detto mille volte, e ripeto dinanzi a questa magnifica moltitudine, che noi non intendiamo minacciare questa strada. Non ci proponiamo di interromperla, ma esigiamo d’altra parte che anche i nostri diritti ed interessi vitali siano rispettati.
Non ci sono alternative: bisogna che i cervelli ragionanti dell’impero britannico realizzino che il fatto è compiuto ed irrevocabile. Piú presto sarà e tanto meglio sarà.
Non è pensabile un urto bilaterale e meno ancora è pensabile un urto che da bilaterale diventerebbe immediatamente europeo. Non c’è quindi che una soluzione: l’intesa schietta, rapida, completa sulla base del riconoscimento dei reciproci interessi. Ma se cosí non fosse, se veramente, cosa che io escludo sin da oggi, si meditasse, veramente, di soffocare la vita del popolo italiano in quel mare che fu il mare di Roma, ebbene si sappia che il popolo italiano balzerebbe come un solo uomo in piedi, pronto al combattimento con una decisione che avrebbe rari precedenti nella storia.
E una settimana dopo Mussolini aveva precisato ulteriormente il suo pensiero in una intervista rilasciata a Ward Price per il «Daily Mail»42. Ciò a cui pensava era non un patto di non aggressione («io non voglio aggravare oltre la pattomania che ha imperversato recentemente»), ma piú semplicemente un gentlemen’s agreement:
Gli interessi anglo-italiani nel Mediterraneo non sono antagonistici, ma complementari. Né l’una, né l’altra nazione può permettersi il lusso di essere ostile all’altra in quel mare. L’accordo dovrebbe quindi assicurare la salvaguardia degli interessi anglo-italiani nel Mediterraneo, dovrebbe essere conseguentemente bilaterale ed il suo carattere dovrebbe essere tale da rassicurare completamente gli altri Stati mediterranei. Il trovare una formula che dia vita a questo accordo non è dif ficile; ma un preludio necessario ad una tale formula è la nuova atmosfera che si viene formando. Questa nuova atmosfera giustifica la convinzione che si sta per svoltare il foglio nel libro delle relazioni tra i nostri due paesi.
Fu solo dopo queste due prese di posizione mussoliniane che a Londra ci si cominciò a muovere, probabilmente, piú che per vera convinzione, per le speranze che il discorso di Mussolini aveva suscitato in larghi settori dell’opinione pubblica inglese. Il 13 novembre, dopo una serie di contatti e di prese di posizioni a Londra e a Roma per sondare meglio le intenzioni italiane e mettere preliminarmente in chiaro che l’importanza del Mediterraneo era eguale per i due paesi, Eden dette il via alla preparazione delle trattative. Un memorandum da lui redatto nello stesso giorno per il Foreign Office mostra chiaramente lo spirito che lo animava:
Se non si dà un’ulteriore risposta alle avances del signor Mussolini, questi tornerà senza dubbio ai sospetti e alle animosità degli ultimi diciotto mesi e farà uso con accresciuta energia dei numerosi strumenti di cui dispone per volgere a nostro danno il potenziale negativo della politica italiana. Fra questi vi sarà una sempre maggiore collaborazione e intesa con la Germania, che sarà sfruttata non solo a nostro danno ma, alla fine, a nostro pericolo. Una risposta sollecita, prudente e non ingenerosa potrebbe d’altra parte favorire una détente nel Mediterraneo mentre è in corso il riarmo britannico... È di primaria importanza che ci dimostriamo forti. Dobbiamo continuare nel Mediterraneo tutti i nostri preparativi su una scala con cui l’Italia non può competere facilmente. Questo impressionerà non solo i paesi mediterranei ma la Germania, e ridurrà agli occhi dei tedeschi l’attrattiva dell’Italia. Subordinatamente a questa considerazione, la bilancia degli argomenti sembra inclinare a favore di un approccio amichevole. Lo scarso affidamento che l’Italia dà è un motivo di circospezione piuttosto che di inazione. Si può anche presumere che man mano che il nostro riarmo procede e la nostra potenza militare e navale diviene maggiore, sarà sempre piú conveniente per l’Italia mantenere e consolidare rapporti di collaborazione con la Gran Bretagna, una volta che questi siano stati ristabiliti su una base appropriata43.
Nei giorni successivi due ulteriori spinte all’apertura di trattative formali vennero dall’aggravarsi della situazione spagnola (specie in riferimento alla presenza italiana nelle Baleari) e dalle notizie relative alla prossima firma di un accordo «anticomunista» tra Germania e Giappone.
Iniziatesi a Roma il 5 dicembre, le trattative vere e proprie procedettero nel complesso abbastanza lisce e rapide44. Gli inglesi miravano ad un accordo formalmente distensivo, limitato al Mediterraneo e che non fosse per essi impegnativo o, peggio, aprisse la strada a successivi accordi di piú ampia portata. Non volevano assolutamente toccare le questioni etiopica e societaria, che avrebbero portato le conversazioni a trattare il problema del riconoscimento dell’Impero. Le uniche cose che stavano loro a cuore erano ottenere dall’Italia la formale assicurazione di non avere mire sulle Baleari e la cessazione della propaganda antibritannica nel Medio Oriente. E, in subordine, introdurre in qualche modo nell’accordo anche la Francia, soprattutto per placare i timori suscitati a Parigi dalla notizia delle trattative. Non appena si resero conto che Ciano cercava di allargare le conversazioni alle relazioni anglo-italiane in genere ed era contrario a coinvolgere in qualsiasi modo la Francia nell’accordo, essi ridussero però subito le loro richieste alla sola questione delle Baleari. E ottenuta la formale assicurazione che non vi erano stati negoziati per modificare lo statu quo nel Mediterraneo occidentale e che «per quanto riguarda l’Italia, l’integrità territoriale attuale della Spagna deve restare in ogni circostanza intatta e inalterata», non videro piú ostacoli a concludere l’accordo. Il 2 gennaio 1937 il gentlemen’s agreement era sottoscritto:
Il Governo Italiano ed il Governo di Sua Maestà del Regno Unito;
animati dal desiderio di contribuire crescentemente, nell’interesse generale della pace e della sicurezza, al miglioramento delle relazioni fra di loro e fra tutte le Potenze mediterranee, e decisi a rispettare i diritti e gli interessi di tali Potenze;
riconoscono che la libertà di entrata, di uscita e di transito nel Mediterraneo è un interesse vitale tanto per l’Italia quanto per le diverse parti dell’Impero Britannico, e che tali interessi non sono in alcun modo contrastanti fra loro; escludono ogni proposito di modificare, o, per quanto li riguarda, di veder modificato lo statu quo relativo alla sovranità nazionale dei territori del bacino del Mediterraneo;
si impegnano al rispetto dei loro reciproci interessi e diritti in tale zona;
convengono di adoperarsi in ogni possibile modo per ostacolare qualunque attività suscettibile di nuocere alle buone relazioni che la presente dichiarazione ha lo scopo di consolidare.
La presente dichiarazione è rivolta ai fini di pace e non è diretta contro alcuna potenza.
Il fatto che, pur essendo cosí vago, l’accordo andasse bene a Mussolini e soprattutto a Ciano non è di difficile comprensione. A livello di prestigio, esso sanciva di fatto il riconoscimento inglese che l’Italia aveva nel Mediterraneo interessi altrettanto vitali dell’Inghilterra. A livello di politica estera, bene o male schiudeva una porticina per eventuali successivi negoziati di carattere piú «generale» e, per il momento, rafforzava la posizione italiana rispetto alla Germania45 e poteva servire da bi glietto da visita presso quei paesi mediterranei che nel ’35-36 si erano allineati dietro l’Inghilterra e in primo luogo presso la Iugoslavia con la quale, come vedremo, Ciano si accingeva ad instaurare un nuovo tipo di rapporti onde farne un elemento di contenimento della spinta tedesca verso sud-est. A livello di politica interna infine, esso si prestava ottimamente a ridimensionare i timori e le ostilità suscitati in larghi settori del paese e dello stesso regime dall’avvicinamento alla Germania e dalle prime manifeste prove di aiuto ai nazionalisti spagnoli. E tutto ciò senza loro legar le mani in nulla.
Piú complesso è il discorso per gli inglesi. Dato lo spirito con cui si erano indotti alla trattativa, è chiaro che anche per essi l’accordo andava bene. Formalmente esso corrispondeva infatti alla loro strategia di fondo verso l’Italia: non li impegnava praticamente in nulla, poteva servire a frenare l’avvicinamento italiano alla Germania, ridimensionava i loro timori per le Baleari. E tutto ciò senza alcun cedimento rispetto alle posizioni da essi assunte in sede di Società delle nazioni. In realtà – e con questo torniamo al nostro discorso sull’insieme della posizione inglese e sulla sua miopia – cosí facendo il Foreign Office dimostrava di non essersi reso conto che lo scoppio della guerra civile spagnola aveva introdotto anche nel quadro dei rapporti italo-inglesi un elemento nuovo che la sua strategia non avrebbe dovuto invece sottovalutare. Sin dal 9 agosto l’ambasciatore francese presso la Santa Sede Charles-Roux aveva lucidamente scritto a Y. Delbos che gli avvenimenti spagnoli avrebbero potuto costituire – come infatti in larga misura costituirono – il fatto «che potrebbe unire contro di noi Roma e Berlino». E aveva ammonito: «Evitiamo di fornire a questa unione l’occasione di stringersi o di rafforzarsi»46. Oltre che per la Francia, il discorso valeva anche per l’Inghilterra. E, anzi, valeva piú per Londra che per Parigi. Perché gli inglesi non erano coinvolti come i francesi nella guerra civile spagnola; perché era con essi che Mussolini cercava soprattutto l’accordo, consapevole che con i francesi era piú difficile raggiungerlo e ormai ammaestrato dall’esperienza del ’35 che gli aveva dimostrato che l’accordo con Parigi senza quello con Londra serviva ben poco; perché solo essi avevano la possibilità di indurlo a non impegnarsi in un’avventura, nella quale, oltre tutto, egli stesso, come vedremo, era restio ad impegnarsi a fondo. In questa situazione, conoscendo Mussolini, Londra avrebbe dovuto o rifiutare le sue avances, quale che fosse il costo a livello di una parte della propria opinione pubblica, in modo da costringerlo ad offrire di piú per evitare di dover finire in braccio ad Hitler o mostrare verso di lui una maggiore disponibilità, se non altro per il futuro, in modo da tenerlo sulla corda. E soprattutto non avrebbe dovuto ridurre in sede di trattative per il gentlemen’s agreement il discorso sulla Spagna praticamente solo alla questione delle Baleari, che per un Ciano e per un Mussolini (ma non solo per essi) poteva avere un solo significato: per l’Inghilterra ciò che importava era che non fosse mutato lo statu quo territoriale spagnolo, mentre per il resto... Tanto è vero che i primi consistenti invii di truppe italiane in Spagna cominciarono pochi giorni dopo il 2 gennaio 1937. Lasciare che Mussolini si impegnasse in Spagna voleva dire favorire Hitler, dargli un’esca che neppure il «duce» – se se ne fosse reso conto – gli avrebbe dato. Cosí come si svolse, ci pare che la vicenda del gentlemen’s agreement dimostri bene la scarsa duttilità della politica inglese verso l’Italia, il suo essere prigioniera di una serie di schemi, anche giusti, ma che la rendevano miope e incapace di adeguarsi tempestivamente ad una realtà in continuo movimento quale era quella del momento e, in particolare, quella della politica estera fascista.
Detto questo, passiamo ora a vedere quale era stato sino a questo momento l’atteggiamento del governo fascista e di Mussolini verso la guerra civile iniziatasi in Spagna il 17 luglio 1936 e quali ripercussioni essa aveva avuto sulla politica estera italiana. Sia per questo primo periodo sia per i successivi il nostro discorso – lo diciamo subito – si appoggerà largamente sul recente ottimo studio di J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna47 che dell’intervento italiano in Spagna ha dato una ricostruzione intelligente ed equilibrata e fondata su una vasta documentazione di prima mano. Singoli contributi successivi e i nuovi elementi da noi tratti dalla documentazione conservata nell’archivio privato del generale Emilio Faldella, responsabile del SIM in Spagna, possono utilmente integrare qua e là la ricostruzione del Coverdale; l’importanza di questa opera sta però soprattutto nell’aver messo bene in luce i caratteri e i limiti di fondo dell’intervento italiano, sgombrando il campo da alcune affermazioni formulate a caldo che a lungo ne hanno svisato i contorni e falsato in buona parte il significato storico rispetto al corso della politica estera fascista in genere e alla posizione di Mussolini in particolare.
Merito essenziale del Coverdale è di avere chiarito due punti: che l’Italia non ebbe parte alcuna nella ideazione e nella preparazione della sollevazione militare che dette inizio alla guerra civile e che l’intervento italiano fu dovuto non a motivazioni di ordine ideologico (anche se queste furono largamente utilizzate dalla propaganda del regime ad uso interno e, aggiungiamo noi, dalla diplomazia fascista per mettere in difficoltà i governi francese e soprattutto inglese) né a volontà di instaurare in Spagna un regime di tipo fascista, come in genere asserito, e meno ancora a considerazioni di ordine economico (che ebbero invece un peso notevole su quello tedesco), ma essenzialmente a ragioni di ordine politico-strategico tradizionali. E cioè che la Spagna potesse politicamente e militarmente collegarsi strettamente con la Francia e che questa potesse servirsi del territorio spagnolo e in particolare delle Baleari (sulle quali non a caso tanto si sarebbe appuntata l’attenzione italiana) per trasferire, in caso di guerra, le sue truppe africane sul territorio metropolitano. Di fronte a questo obiettivo, tutti gli altri passarono e sostanzialmente rimasero sempre in secondo piano. Come scrive il Coverdale, non esistono prove a sostegno della tesi che «durante le prime fasi della guerra l’atteggiamento degli italiani sia stato influenzato in misura apprezzabile da progetti a breve scadenza per una trasformazione della Spagna in una dittatura fascista»48. E anche nelle successive fasi i progetti di questo tipo rimasero sempre nel vago e nettamente subordinati all’obiettivo di assicurare la vittoria a Franco in modo da escludere ogni influenza francese in Spagna49:
Gli obiettivi ideologici fascisti in Spagna avevano un carattere piú negativo che positivo: Mussolini si preoccupava piú di impedire il successo di una rivoluzione di sinistra in Spagna [che avrebbe resa strettissima la collaborazione franco-spagnola] che di favorirvi il fascismo. Se si escludono gli incidenti suscitati dalla missione Farinacci nel 1937, Roma non fece alcun serio tentativo per indurre i nazionalisti spagnoli a seguire il modello fascista, né tentò di rafforzare e appoggiare i gruppi filofascisti presenti nella coalizione nazionalista. Questo atteggiamento passivo e difensivo non derivava da mancanza di desiderio di vedere la costituzione di regimi fascisti all’estero... esso piuttosto dimostra che in Spagna i tradizionali fattori di politica estera, fondati sul prestigio e la forza, e l’obiettivo ideologico negativo di impedire la sconfitta delle forze con le quali si era impegnato, ebbero il sopravvento sull’ambizione di promuovervi il fascismo ogniqualvolta si delineò un conflitto tra essi.
Né quest’ottica «francese» nel giudicare la situazione spagnola e i rapporti italo-spagnoli era a palazzo Chigi un fatto nuovo.
Dall’analisi del Coverdale risulta bene che sino al 1931 Mussolini aveva prestato scarso interesse alla Spagna, non aveva fatto nulla per incoraggiare Primo De Rivera a trasformare il suo regime in senso fascista e che la sua unica preoccupazione era stata che Madrid non stabilisse stretti rapporti politico-militari con Parigi. La caduta della monarchia e la proclamazione della repubblica avevano suscitato a Roma grande impressione. A parte quella per l’atteggiamento della Chiesa – che piú che alla Spagna si riferiva però all’Italia50 – le maggiori preoccupazioni erano state tre: che il ritorno alla democrazia parlamentare facesse della Spagna un altro centro di attività degli esuli antifascisti, che la situazione potesse precipitare rapidamente ad esclusivo vantaggio del «comunismo» e, soprattutto, che Madrid «fosse trascinata piú a fondo nell’orbita francese, a detrimento dell’Italia». Dopo il primissimo choc, queste preoccupazioni però si erano attenuate ben presto, anche prima e piú nettamente di quanto il Coverdale ritiene. Il diario di Dino Grandi, allora ministro degli Esteri, è a questo proposito assai significativo51. Il 14 aprile 1931, appena avuta la notizia della caduta della monarchia, Grandi, anticipando il giudizio che Mussolini avrebbe dato nei suoi Aforismi sull’atteggiamento della Chiesa, ma al tempo stesso allargando il discorso al piú ampio contesto dei rapporti internazionali, aveva scritto:
È una notizia ben triste per noi. La Repubblica in Spagna significa probabilmente l’alleanza colla Francia, il vassallaggio a Parigi. La partita iniziata mezzo secolo fa tra Berlino e Parigi finisce colla vittoria di Delcassé nel 1931?
La Repubblica in Spagna vuol dire per l’Italia la guerra nel Mediterraneo perduta prima di combattere. Può voler dire la continuità territoriale della Francia col suo Impero africano.
Il prete ha aiutato la massoneria francese e spagnola ad abbattere il trono di Borbone. I Gesuiti hanno concluso ormai dappertutto un patto colla democrazia e le sinistre. Il prete è stato sempre l’arbitro della vita della Spagna. Se il Re se ne è andato, ciò significa probabilmente che il clero spagnolo ha voluto la caduta del trono dei Borboni.
Il punto della possibile futura situazione spagnola è tutto qui. Cosa farà la Chiesa? Cosa dirà anche Londra? La nuova situazione spagnola può alterare l’equilibrio del Mediterraneo a nostro danno e a danno dell’Inghilterra. Tanto piú oggi Londra e Roma hanno l’interesse a collaborare insieme.
Un’altra annotazione di dodici giorni dopo (26 aprile) mostra però che Roma, passato il primo momento d’orgasmo, già considerava con piú serenità la situazione e optava per una prospettiva di stabilizzazione e di rafforzamento della repubblica, e anteponeva nettamente le considerazioni di ordine politico classico alle pregiudiziali ideologiche:
Anche il Duce ritiene che la Repubblica si consolida. Io gli ho detto che concordo perfettamente. La Spagna è morfologicamente refrattaria al comunismo. D’altronde, poiché la Repubblica si consolida, è meglio si consolidi al piú presto e fortemente. Una Spagna forte, qualunque sia il suo regime interno, ha probabilità di resistere meglio alle pressioni francesi.
La costituzione del governo Azaña aveva rafforzato palazzo Chigi in questo atteggiamento. Nei primi anni della repubblica l’unica vera spina nel fianco (a parte la presenza di un certo numero di esuli antifascisti in Spagna) era stata costituita per Roma dalle ricorrenti voci sull’esistenza di un preteso accordo segreto sottoscritto ancor prima della rivoluzione da emissari francesi e dei partiti repubblicani spagnoli con cui questi, in cambio di un congruo aiuto finanziario alla loro causa, si sarebbero impegnati a consentire ai francesi in caso di guerra il passaggio di truppe dal Nord Africa alla Francia e l’occupazione delle Baleari. Tant’è che proprio su questa ipotesi erano state impostate nel 1932 le grandi manovre della marina italiana. Il grande successo dei partiti di centrodestra nelle elezioni del novembre ’33 non aveva placato questi timori. Sintomaticamente questi erano però rapidamente diminuiti, sino a determinare a Roma una sorta di disinteresse per la Spagna, con la seconda metà del ’34 e soprattutto col ’35 parallelamente al miglioramento dei rapporti tra Roma e Parigi e alla firma degli accordi Mussolini-Laval. In questo contesto, persino i rapporti con i «fascisti» spagnoli e con il gruppo di José Antonio Primo De Rivera si erano sviluppati relativamente tardi, non avevano assunto la consistenza e l’impegno di quelli stabiliti con le similari formazioni francesi o inglesi ed esistono elementi per ritenere che, pur non mancando nell’ambiente fascista e anche diplomatico simpatie per Primo De Rivera, lo scopo precipuo di tali rapporti fosse quello di contrastare lo stabilirsi di una influenza privilegiata nazista sulla Falange52.
Visto in questo quadro, il fatto che a tre riprese, nell’aprile ’32, nell’autunno ’33 e nel marzo ’34, elementi spagnoli della destra conservatrice e tradizionalista si fossero recati a Roma per chiedere aiuti per i loro progetti insurrezionali contro la repubblica, riuscendo ad ottenere – grazie soprattutto all’interessamento di Balbo – adesioni e mezzi (solo in minima parte effettivamente consegnati però loro, dato che il grosso sarebbe dovuto essere dato solo dopo l’inizio delle rivolte) non può essere sopravvalutato53. Innanzitutto perché i contatti non erano stati sollecitati da Roma ma dagli spagnoli; in secondo luogo perché – lo si è già detto – questo tipo di contatti rientrava ormai in una sorta di normalità per il fascismo e veniva coltivato qualche volta in polemica con i «tradizionalisti» del ministero degli Esteri, piú spesso nella speranza di cogliere qualche «buona occasione», senza però che ciò influisse sugli indirizzi di fondo della diplomazia ufficiale; in terzo luogo perché questi accordi non prevedevano, appunto, nulla che fosse in contrasto con la linea di fondo perseguita da palazzo Chigi e non si proponevano nessun obiettivo ideologico o territoriale. Tipico è l’accordo segreto del 1934 con i monarchici di Renovación española e con i Carlisti, il piú importante dei tre e alla conclusione del quale partecipò personalmente anche Mussolini. In cambio dell’aiuto italiano in denaro e armi e del riconoscimento «in quanto sia internazionalmente possibile» del nuovo governo spagnolo, Balbo e Mussolini avevano chiesto che questo, una volta al potere, procedesse alla denuncia e alla rescissione del famoso preteso accordo segreto franco-spagnolo e alla stipulazione di due trattati, uno, che qui ci interessa meno, commerciale («ai fini di coordinare le zone di esportazione di determinati prodotti di ambo i paesi») e uno di amicizia e neutralità, nel quale – come era scritto nell’accordo segreto –
verrà precisato che entrambe le potenze sono d’accordo per il mantenimento dello «stato quo» del Mediterraneo occidentale per quanto si riferisce ai diritti territoriali della Spagna tanto di sovranità che di protettorato. L’Italia garantirà alla Spagna lo «statu quo» sopra detto.
Sicché non si può non convenire con il giudizio che di esso ha dato il Coverdale54:
Il fatto che l’accordo fosse stato concluso dopo le elezioni del 1933, nelle quali i partiti di centro-destra avevano impartito una schiacciante sconfitta alla sinistra spagnola, dimostra che la permanente ostilità di Mussolini contro la repubblica non si fondava tanto sugli aspetti ideologici quanto su tradizionali considerazioni politiche e militari. È infatti possibile cogliere chiaramente, nelle clausole dell’accordo, l’intento antifrancese, che appunto costituisce una chiave per la sua comprensione. I timori italiani circa un trattato segreto – che accordasse alla Francia dei diritti speciali nelle isole Baleari e il diritto di transito per le truppe attraverso la penisola iberica – erano infondati, ma effettivi. Mussolini sentiva per i monarchici un’affinità appena maggiore che per i repubblicani, ma i monarchici potevano essergli utili, mentre i repubblicani no. Egli desiderava aiutarli per aver modo di ridurre l’influenza francese in Spagna e nel Mediterraneo occidentale, ed essi da parte loro erano perfettamente disposti ad accettare l’aiuto fascista per restaurare la monarchia. Mussolini fu indotto dal proprio realismo politico ad appoggiare un gruppo di monarchici conservatori piuttosto che uno dei nuovi gruppi fascisti, per il quale aveva una maggiore simpatia ideologica, ma che non esercitava quasi alcuna influenza sul corso della politica spagnola.
La maggior parte dei capi di governo avrebbe preferito non incontrarsi personalmente con dei cospiratori e non avrebbe permesso ad un ufficiale di cosí alto grado come il maresciallo Balbo di firmare un accordo con loro. Per questi aspetti puramente formali l’accordo è perciò caratteristico del regime fascista; nella sostanza esso però appartiene alla lunga, anche se non nobile, serie di casi di connivenza da parte di potenze straniere con cospiratori che mirano ad abbattere un governo legittimo.
Con la fine del ’34 questi contatti erano stati però lasciati cadere dagli italiani. Due tentativi per riattivarli fatti dagli spagnoli nell’aprile del 1935 e nel giugno 1936 erano caduti nel vuoto55. Il 16 luglio ’36 – il giorno prima che in Marocco iniziasse l’insurrezione militare contro la repubblica – quando l’addetto militare a Madrid trasmise la prima notizia sull’imminente insurrezione56, a Roma si era praticamente all’oscuro di ciò che maturava. In verità dell’imminenza di un movimento insurrezionale Renovación española aveva, all’inizio della seconda metà di giugno, informato il ministero dell’Aereonautica che, a sua volta, aveva informato quello degli Esteri. Ciano e Mussolini però non avevano dato importanza alla notizia poiché da anni i gruppi antirepubblicani annunciavano di essere sul punto di passare all’azione e non lo facevano mai. La stessa sorte avevano avuto tra il 12-13 e il 15 luglio le notizie portate personalmente a Roma da uno dei capi del Partito tradizionalista, Rafael Olazabal, che aveva fatto parte della «delegazione» che aveva sottoscritto l’accordo segreto del marzo 1934. Anche a lui non era stato dato credito ed era stato rifiutato qualsiasi aiuto57. Per alcuni giorni palazzo Chigi brancolò cosí praticamente nel buio, senza riuscire ad avere un quadro preciso della situazione. Gli stessi insorti, del resto, non cercarono di prendere altri contatti, forse delusi dalla mancanza di interesse dimostrata da parte italiana per le notizie trasmesse a Roma nelle settimane e nei giorni precedenti. Solo il 19 luglio – lo stesso giorno in cui «Il popolo d’Italia», sulla base delle notizie che pervenivano dal Marocco e dalla Spagna, scrisse che probabilmente la ribellione sarebbe stata soffocata in pochi giorni – il generale Franco, di fronte alle gravi difficoltà che incontrava il movimento insurrezionale, decise di mandare a Roma il giornalista monarchico Luis Bolín per chiedere l’invio di alcuni aerei. Giunto a Roma il 21 (prima era andato a farsi autorizzare la missione dal generale Sanjurjo) il Bolín ebbe il 22 e il 23 luglio due incontri, prima con Ciano poi con Anfuso. Il primo si mostrò abbastanza disponibile, il secondo però, invece di confermargli questa disponibilità, gli disse che la richiesta non poteva essere accettata58. La richiesta di Franco era in realtà già nota a Roma sin dal giorno prima che il Bolín incontrasse Ciano. Il generale, per guadagnar tempo, l’aveva infatti trasmessa anche tramite l’addetto militare italiano a Tangeri. Il generale (allora colonnello in servizio presso il SIM) Faldella cosí ha ricostruito questa prima serie di contatti59:
Preciso come furono formulate le richieste di Franco:
Il 20 luglio fece chiedere all’addetto militare a Tangeri, maggiore Giuseppe Luccardi, se il Governo italiano sarebbe stato disposto a concedere aerei per trasporto truppe. Il telegramma di Luccardi giunse al SIM (gli addetti militari corrispondevano soltanto col SIM dal quale dipendevano) il mattino del 21 luglio. Roatta mi mandò a chiamare, per sentire il mio parere e io gli dissi: «La Spagna è come una sabbia mobile; se si mette dentro la mano, ci si va dentro del tutto. Se le cose andranno male, si darà la colpa a noi; se andranno bene, ci si dimenticherà. Però qualcosa bisogna fare, senza impegnarci apertamente».
Il generale Baistrocchi accolse il parere negativo del SIM e Mussolini nella giornata lo confermò.
Il 21 luglio il generale Franco invitò il maggiore Luccardi ad un colloquio alla frontiera e Luccardi lo riferí in un telegramma giunto a Roma il 22. Franco fece un quadro nero della situazione: la flotta rossa gli impediva di portare le truppe dal Marocco al continente. Rinnovava la richiesta urgente di 8 aerei da trasporto con personale civile, dichiarando che la concessione era decisiva per l’esito del «movimento». Disse a Luccardi che rivolgeva analoga richiesta ai Tedeschi. L’Aereonautica non aveva aerei da trasporto.
Il maggiore Luccardi aveva riferito del colloquio – come era suo dovere – al Ministro Plenipotenziario a Tangeri, De Rossi del Lion Nero, il quale dopo un colloquio con Franco del 22 luglio (per distogliere Franco dal proposito di effettuare un colpo di mano nel porto di Tangeri per impadronirsi di navi da guerra spagnole che vi sostavano) telegrafò al Ministero Esteri la richiesta del generale Franco e trovò Ciano favorevole.
Intanto il 22 Luccardi telegrafava sollecitando una risposta. Il 23 telegrafò che il generale Franco gli aveva fatto comunicare che era da prevedere una futura influenza tedesca in Spagna in conseguenza del rifiuto dell’Italia. Il 24 telegrafò che Franco aveva comunicato a De Rossi del Lion Nero che la situazione dei nazionalisti peggiorava, che i Francesi aizzavano i marocchini contro gli spagnoli e che a Parigi era stato deciso l’invio di 25 aerei da Marsiglia a Barcellona.
In risposta al telegramma, il Ministro Ciano gli telegrafò di chiedere a Franco che precisasse le sue richieste. Il 25 – o il 26 – il maggiore Luccardi ebbe un altro colloquio con Franco, il quale chiese – come immediata necessità –: 12 aerei da trasporto, 12 aerei da ricognizione, 10 aerei da caccia, 3000 bombe per aerei, 40 mitragliatrici controaeree, 4-5 navi da trasporto. Io annotai il telegramma: «Abbiamo fatto un gran passo avanti dagli 8 aerei da trasporto!»
Il 26 giunse il telegramma di Luccardi al SIM e quello analogo di De Rossi del Lion Nero al Ministero Esteri. Contemporaneamente il colonnello Gabrielli, addetto militare a Madrid, telegrafava che aerei francesi erano arrivati a Barcellona.
Fu allora presa la decisione di inviare i 12 aerei S. 81.
Contemporaneamente a Roma si registravano altri due passi spagnoli. Uno ad opera dell’ex sovrano Alfonso XIII, che viveva in Italia e che si incontrò personalmente con Mussolini, che però non volle prendere alcun impegno specifico. Un altro, il 26 luglio, presso Ciano, ad opera di Antonio Goicoechea, uno dei maggiori esponenti di Renovación española e che era stato uno dei sottoscrittori dell’accordo segreto del marzo 1934, inviato a Roma dal generale Mola (che contemporaneamente aveva mandato a Berlino il conte di Valdeiglesias). In un certo senso questo fu il passo decisivo. Dapprima Ciano si mostrò restio a impegnarsi; quando però Goicoechea gli ebbe illustrato la situazione, parlato dei consensi popolari sui quali gli insorti potevano fare affidamento e gli ebbe ribadito che Mola, Franco e gli altri generali si impegnavano a rispettare totalmente l’accordo segreto del ’34 Ciano si mostrò disposto a fornire dodici aerei S. 81, purché questi fossero regolarmente pagati. Il prezzo non era indifferente, oltre un milione di sterline, ma Goicoechea non ebbe difficoltà ad impegnarsi a sua volta: nei giorni successivi il finanziere spagnolo Juan March provvide al pagamento60. Il 30 luglio i dodici aerei partivano per il Marocco.
Anche se fu Ciano a dire a Goicoechea che gli avrebbe venduto gli aerei, non vi è dubbio che la decisione fu da lui presa d’accordo con Mussolini. La disponibilità già dimostrata, e che poi dovette rimangiarsi con Bolín, mostra però che Ciano era tra i due il piú propenso ad aiutare gli insorti, cosí come successivamente fu il piú favorevole ad un intervento vero e proprio. Mussolini era piú incerto. All’inizio addirittura contrario. Lo confessò lo stesso Ciano a Cantalupo quando, nel gennaio 1937, gli annunciò la sua prossima nomina ad ambasciatore presso il governo franchista61:
Debbo confidarti che in principio egli era contrario alla partecipazione dei nostri volontari. Quando Franco, a Tangeri nello scorso luglio, domandò al nostro console generale dodici aeroplani, in calce al telegramma che riferiva la richiesta, Mussolini scrisse col lapis blu: «No». Tre giorni dopo la domanda pervenne in forma piú insistente e Mussolini scrisse per l’ufficio: «Atti». Soltanto quando arrivò la richiesta piú pressante e piú angosciata concesse i dodici aeroplani: unicamente affinché scortassero dal cielo tre navi che dovevano trasportare dal Marocco alla costa spagnola tre banderas dei marocchini, cioè il primo nucleo delle truppe franchiste. Poi la cosa si è ingrandita per le pressioni ricevute da varie parti, e ora ci stiamo ben dentro. Quando partirai ti dirò tutto. Oggi mi limito ad avvertirti che non possiamo restarci a lungo: abbiamo l’Etiopia addosso: ci è andata bene ma dobbiamo fare in modo che se la scordino. Gli inglesi non domandano di meglio che di rabbonirsi, e hanno inventato il Comitato di non intervento anche per cominciare a raffreddare la faccenda spagnola e le sue ripercussioni internazionali. Tra breve Franco darà una forte spallata a Madrid attraversando il Jarama e liberando la capitale. Roatta farà prima un’incursione con i legionari dritto su Valencia lungo il mare, poi si trasporterà con i suoi uomini a Guadalajara per piombare sulla capitale. Con il crollo del centro crollerà anche il Nord. Bilbao e Santander, il fronte sarà accorciato di oltre mille chilometri, e tutto si ridurrà all’assedio di Barcellona. Questione di alcune settimane. Tienti pronto a partire.
Ciò che è importante è comunque che la decisione fu presa dopo aver saputo a) di quella di Léon Blum di inviare aerei e armi al governo repubblicano per soffocare la ribellione62; b) che sia Franco sia Mola si erano rivolti anche a Berlino. Sul momento, la seconda notizia dovette avere un peso secondario, ma il suo valore «aggiuntivo» non va sottovalutato, anche se, indubbiamente, la decisione fu presa in un’ottica essenzialmente antifrancese e di politica mediterranea63. Anche a questo proposito, chi ha visto meglio è stato, pur non conoscendo tutti gli elementi di fatto oggi disponibili, il Coverdale, che giustamente ha scritto64:
La notizia che il Fronte popolare francese aveva deciso di fornire armi alla repubblica autorizzava a ritenere probabile che la Spagna avrebbe dimostrato la sua gratitudine per l’aiuto ricevuto nel soffocare la rivolta avvicinandosi maggiormente alla Francia e collaborando piú attivamente con essa a detrimento dell’Italia. Il 26 luglio l’ambasciatore [a Madrid] Pedrazzi richiamò l’attenzione del ministero degli Esteri su un’intervista del leader socialista spagnolo Largo Caballero pubblicata su «Paris soir». Largo prevedeva che, repressa la ribellione, la Spagna si sarebbe data un governo socialista, avrebbe abbandonato la neutralità e preso il suo posto al fianco degli altri governi democratici nella lotta contro quelli antidemocratici. Secondo l’ambasciatore ciò dimostrava che un’eventuale vittoria governativa sulla rivoluzione nazionale spagnola avrebbe assunto un ulteriore rilievo internazionale. Dall’altro lato, se i ribelli fossero riusciti con l’aiuto italiano a rovesciare il regime repubblicano appoggiato dai francesi, ci si sarebbe potuti aspettare da parte loro, come minimo, un occhio di riguardo per gli interessi italiani e l’adozione di una netta linea antifrancese.
Il peso che queste considerazioni ebbero sulla decisione di Mussolini di autorizzare il primo invio di aeroplani risulta in maniera chiara dal fatto che Ciano, nei suoi colloqui con Goicoechea, insistette tanto sulla fedeltà ai termini dell’accordo del 1934 che obbligava la Spagna a denunciare il presunto patto segreto franco-spagnolo. Lo stesso duce, nel 1939, giustificando davanti al Gran Consiglio del fascismo la decisione di aiutare Franco, insistette sull’importanza dei motivi strategici e politici affermando che la partecipazione italiana alla guerra civile rispondeva a una «necessità storica di ordine fondamentale», il bisogno dell’Italia di ottenere libero accesso al mare.
La richiesta di aiuti rivolta dai ribelli ai tedeschi (e da questi subito accettata: i primi aerei tedeschi da trasporto, che Franco utilizzò per trasferire in Andalusia le sue truppe, arrivarono il 29 luglio) e, piú in genere, l’atteggiamento assunto da Hitler verso la nuova situazione determinatasi in Spagna, se non furono decisivi rispetto alla prima decisione di Mussolini e di Ciano, ebbero però una grande importanza rispetto a quelle adottate nelle settimane immediatamente successive. Allo stato della documentazione, nulla autorizza a credere che Ciano e soprattutto Mussolini, pur avendo alla fine deciso di inviare i dodici S. 81, avessero idee chiare su cosa avrebbero poi fatto e, in particolare, che avessero deciso di andare oltre l’invio di un limitato numero di aerei e di armi65. La cosa piú probabile è che fossero fiduciosi che un modesto aiuto in materiali avrebbe messo i generali ribelli in condizione di portare in breve tempo a vittoriosa conclusione la sollevazione. Contrariamente a quanto subito ritennero i francesi66, è anche assai improbabile che a fine luglio essi pensassero di mettere in qualche modo le mani sulle Baleari. Lo fa ritenere il fatto che quando gli insorti di Maiorca, trovandosi in difficoltà, pensarono anch’essi di rivolgersi a Roma per aiuto, l’accoglienza loro riservata fu tutt’altro che entusiasta, le trattative non rapidissime e, al solito, si sentirono dire che se volevano degli aerei dovevano comprarli. E se, alla fine di agosto, fu inviato a Maiorca Arconovaldo Bonaccorsi (il famoso «conte Rossi») fu solo dopo una ennesima pressante richiesta del leader falangista locale di avere un consigliere militare. Solo a questo punto dall’Italia cominciarono ad affluire i primi veri aiuti e fu costituita una base italiana nell’isola67.
A «chiarire» le idee a Mussolini e a Ciano e ad indurli a fare un ulteriore passo sulla strada dell’intervento in Spagna, specie dopo che il quadro internazionale aveva cominciato a definirsi e i timori di un massiccio aiuto francese al governo repubblicano si erano parzialmente ridimensionati, un po’ per le resistenze che Blum aveva incontrato non solo nel paese ma persino all’interno del suo governo e un po’ per la discreta ma ferma azione di freno messa in atto dall’Inghilterra, furono soprattutto i nazisti, che videro subito negli avvenimenti spagnoli l’occasione per rendere piú effettivo il riavvicinamento italo-tedesco e, al tempo stesso, per mettere un nuovo e ben grosso ostacolo sulla via di quello tra l’Italia e gli anglo-francesi.
Il 31 luglio il governo francese, ormai al corrente del primo invio di aerei da parte dell’Italia (due degli S. 81, avendo finito il carburante, erano caduti nel Marocco francese e un terzo in mare), aveva dovuto abbandonare l’idea di aiutare direttamente i repubblicani spagnoli e si era indotto a proporre all’Inghilterra e all’Italia, in quanto potenze mediterranee, l’opportunità di adottare «delle regole comuni di non intervento». Successivamente l’invito sarebbe stato esteso alla Germania e al Portogallo e via via all’Urss e a vari altri paesi. Sulla base di un preciso appunto preparatogli da Mussolini, Ciano aveva cercato di prendere tempo68. Non aderire alla iniziativa francese non sarebbe stato però possibile, dato che avrebbe equivalso ad autocondannarsi al piú completo isolamento internazionale, poiché persino la Germania era disposta ad accettarla. E, d’altra parte, aderirvi, per un verso, non escludeva la possibilità, se lo si fosse ritenuto opportuno, di continuare ad aiutare i nazionalisti per vie traverse e, per un altro, poteva offrire buone possibilità di manovra politica. Sicché, se si vuole riassumere la posizione italiana nelle prime settimane dell’agosto, si deve dire che chi meglio la colse fu l’incaricato d’affari tedesco a Roma che il 14 agosto cosí la riassumeva a Berlino69: tutte le simpatie italiane andavano ai nazionalisti, che venivano aiutati con forniture di armi e di munizioni; una vittoria del governo spagnolo era considerata a Roma una vittoria della Francia sull’Italia e del bolscevismo, che, una volta avesse preso piede in Spagna, si sarebbe propagato anche fuori dalle sue frontiere.
Se pertanto l’Italia, scriveva il diplomatico tedesco, auspica ardentemente la vittoria dei ribelli, essa si sforza d’altro canto a non inasprire la situazione internazionale. Ciò spiega il suo atteggiamento nella questione dell’accordo di non intervento proposto dalla Francia. Si è persuasi che, una volta firmato l’accordo, le consegne d’armi italiane non saranno piú possibili a differenza delle consegne francesi difficili a controllare, e ci si sente allora sfavoriti in rapporto alla Francia, di cui si diffida. Tuttavia non si vorrebbe essere coloro che ostacolano l’accordo. È perciò che è verosimile che l’Italia firmerà egualmente un accordo di non intervento. Essa cerca tuttavia di differirne la conclusione per poter continuare il piú a lungo possibile a fornire armi al generale Franco. Da qui le questioni incidentali e i controprogetti che voi conoscete e che hanno naturalmente per scopo, nell’ipotesi della conclusione di un accordo, di impedire innanzitutto il piú possibile alla Francia e alla Russia di continuare il loro aiuto al partito governativo.
E infatti il 21 agosto l’Italia aveva aderito alla proposta francese, nonostante la viva irritazione suscitata a palazzo Venezia e a palazzo Chigi dalle prese di posizione di alcune personalità politiche e sindacali francesi, tra cui il ministro dell’Interno, in netto appoggio dei repubblicani spagnoli70.
Durante queste settimane l’atteggiamento tedesco verso l’Italia era stato estremamente discreto. Tanto la Wilhelmstrasse quanto Ribbentrop, impegnato nella sua missione straordinaria a Londra, erano, sia pure per motivi parzialmente diversi, troppo interessati alla proposta francese per fare alcunché che potesse indurre Roma a non accettarla. Appena Roma l’ebbe fatto, Hitler però si mosse subito. Il principe d’Assia, marito di una delle figlie di Vittorio Emanuele III, Mafalda, e alto gerarca nazista, fu inviato a Roma con l’«incarico speciale» di proporre a Mussolini «una collaborazione piú stretta possibile negli affari spagnoli» e, tanto per cominciare, di mandare presso il generale Franco due ufficiali di collegamento, uno italiano e uno tedesco, nonché di rassicurare Roma sulle intenzioni tedesche. «Noi – doveva farle sapere – non abbiamo nessun’aspirazione politica e tantomeno territoriale nel Mediterraneo, bensí il solo interesse che il bolscevismo non si instauri in Spagna e si diffonda dalla Spagna in altri paesi». Della visita lampo del principe d’Assia a Roma sappiamo solo quanto von Neurath riferí il 27 agosto, subito dopo il ritorno del principe a Berlino al direttore del dipartimento politico della Wilhelmstrasse: il «duce» aveva dichiarato di non poter prevedere l’esito della lotta in Spagna e, proprio per questo, aveva accettato la proposta tedesca, ritenendola utile per poter meglio valutare le possibilità di vittoria del generale Franco, e aveva a sua volta assicurato che neppure lui aveva «aspirazioni politiche e tanto meno territoriali nel Mediterraneo»71.
Nonostante il tono relativamente non impegnativo della risposta di Mussolini, la missione del principe d’Assia costituí un momento importante e per certi versi decisivo della politica spagnola fascista. In seguito ad essa, infatti, il 26 agosto Ciano informava il capo del SIM, Roatta, che «erano stati presi accordi col Reich per l’invio presso il generale Franco di una missione italiana ed una tedesca» che avrebbero avuto il compito di «esaminare possibilità e proposte per appoggio dei nazionalisti da parte delle forze armate (forniture di materiale bellico e personale)» italiane e tedesche, «consigliare il Comando superiore spagnolo sull’eventuale sviluppo delle operazioni militari», «garantire interessi rispettive nazioni nel campo politico, militare ed economico» e collaborare tra loro a questi scopi. Due giorni dopo il generale Roatta prendeva contatti con l’ammiraglio Canaris, capo del servizio informazioni tedesco, per i dettagli dell’operazione; dopodiché, il 1° settembre, le due missioni (a capo di quella italiana fu messo il colonnello Faldella) partivano per la Spagna accompagnate dallo stesso Roatta, dato che, sino a quando, col 1° gennaio ’37, Ciano non accentrò presso l’Ufficio Spagna del ministero degli Esteri tutta la gestione dell’operazione, questa fu affidata al SIM72.
Appena avviata, la «collaborazione» italo-tedesca si dimostrò subito una tagliola destinata a far avanzare ogni giorno di piú la politica italiana nelle sabbie mobili spagnole oltre le stesse iniziali intenzioni di Roma e a rendere sempre piú difficili i rapporti italo-inglesi. Tanto è vero che Grandi nelle sue memorie ha scritto73:
I rapporti italo-brittannici, messi in pericolo dalla questione abissina, furono di fatto compromessi e avvelenati dalla questione spagnola. Questa, non quella, è la causa vera del turbamento definitivo. La questione abissina era stata una malattia acuta ma breve. Come tutte le malattie brevi essa avrebbe determinato una guarigione rapida e contribuito, alla fine, per rafforzare i rapporti italo-brittannici. La questione spagnola ebbe i caratteri di una malattia subdola, lenta, progressiva. Essa finí per divenire cronica. Fu il grande strumento, in mano alla Germania, per creare un abisso sempre maggiore tra Italia e Gran Bretagna. Essa preparò il Patto anticomintern, stabilí la prima cooperazione militare tra Hitler e Mussolini. Essa era stata un secolo prima all’origine della decadenza della dittatura napoleonica, doveva essere egualmente all’origine della decadenza della dittatura nazista e fascista. Cosí come un secolo prima Spagna e Russia furono il fattore determinante, Spagna e Russia dovevano in diverso ambiente storico tornarlo ad essere di nuovo.
La documentazione oggi disponibile lascia intravvedere che se il gruppo dirigente berlinese era assai cauto e diviso sulle prospettive e i limiti dell’impegno tedesco in Spagna74, quasi tutti (e in particolare i capi dell’esercito e i diplomatici) erano comunque decisi a dare alla collaborazione con gli italiani un carattere largamente strumentale e il meno impegnativo possibile. Ciò che ai piú interessava era sia sfruttare al massimo l’appoggio a Franco per assicurarsi durature basi economiche nel paese e usare la Spagna come un poligono militare sperimentale, e sia impegnarvisi militarmente e, nei limiti del realizzabile, anche politicamente il meno possibile in modo diretto, in maniera da cercare di salvare al massimo l’«immagine» internazionale della Germania e di non pregiudicare i loro tentativi di accordo con Londra; ma, al tempo stesso, facendo di tutto per impegnarvi al massimo l’Italia e cosí pregiudicare il piú possibile le possibilità di un riavvicinamento italo-inglese75. Da qui la loro tendenza a sollecitare l’impegno italiano, lasciando capire di essere disposti a farlo a loro volta su un piano di parità e talvolta impegnandosi addirittura a farlo, per poi tirarsi quasi sempre indietro o, almeno, ridimensionare la loro partecipazione effettiva. Tra i varî documenti che si potrebbero citare a questo proposito uno dei piú eloquenti è costituito da un lungo rapporto del 18 novembre 1936 dell’ambasciatore a Roma von Hassel in cui la strategia «italiana» della politica tedesca in Spagna è delineata con estrema chiarezza. In esso si legge76:
Data la linea politica generale da me indicata, la Germania, a mio avviso, ha tutte le ragioni per augurarsi che l’Italia si interessi sempre piú attivamente alla questione spagnola. Il conflitto spagnolo può giocare nelle relazioni dell’Italia con la Francia e l’Inghilterra, un ruolo analogo a quello del conflitto d’Abissinia, nel senso che mette nettamente in rilievo l’opposizione degli interessi reali delle potenze e allontana cosí per l’Italia il rischio di lasciarsi prendere nelle macchinazioni occidentali. La lotta per il prestigio politico in Spagna scopre l’opposizione naturale che esiste tra l’Italia e la Francia, nello stesso tempo in cui la potenza italiana nel Mediterraneo occidentale entra in competizione con quella dell’Inghilterra. L’Italia troverà tanto piú conveniente per lei appoggiarsi fortemente alla Germania per far fronte alle potenze occidentali, in vista proprio dell’accordo generale che è augurabile vedere realizzarsi tra l’Europa occidentale e l’Europa centrale sulla base di una completa eguaglianza di diritti. Questa situazione ci impone, a mio avviso, come direttiva, di lasciare all’Italia l’iniziativa della sua politica in Spagna, ma nello stesso tempo di favorire attivamente questa politica con la nostra benevolenza in un modo abbastanza stretto per evitare che gli avvenimenti non prendano una piega che nuoccia agli interessi immediati o lontani della Germania, sia che la Spagna nazionalista subisca una disfatta, sia anche che l’Inghilterra e l’Italia concludano tra loro una intesa diretta se la situazione continuasse a stabilizzarsi. Noi non abbiamo molti motivi di mostrarci gelosi che il fascismo si assegni innanzi tutto la spinosa missione di realizzare un programma politico e sociale sotto un’etichetta che è stata sino adesso puramente militare e anticomunista. Chiunque conosca gli spagnoli e il clima spagnolo deve mostrarsi scettico, e anche inquieto per l’avvenire delle relazioni germano-spagnole (forse anche per la collaborazione germano-italiana), davanti a un tentativo di trapiantare il nazionalsocialismo in Spagna con dei metodi tedeschi e grazie al concorso dei tedeschi. Il fascismo latino, di struttura politica piú formale, ha possibilità migliori di riuscire; una certa antipatia dello spagnolo per l’italiano, e in linea di massima un atteggiamento di rivolta contro lo straniero che pretende comandare, possono costituire degli ostacoli. Spetta agli italiani vedere come venirne a capo. Quanto a noi, non avremmo che a rallegrarci che a sud della Francia si costituisse un elemento che, immune di bolscevismo, ma invece alleato dell’Italia, desse a riflettere ai francesi e agli inglesi: un elemento che si opponesse alla traversata del territorio da parte delle truppe francesi provenienti dall’Africa e che, in campo economico, rispondesse pienamente ai nostri bisogni.
Da parte italiana ci si accorse presto che nell’atteggiamento tedesco vi era qualche cosa di equivoco. I primi ad avvertirlo furono probabilmente Roatta e Faldella. Anche Ciano ne ebbe presto la sensazione, ma, quasi certamente, piú che ad una manovra per tagliargli l’erba sotto i piedi con Londra, dovette pensare che i tedeschi tendessero ad «intrufolarsi» troppo nella politica interna spagnola e, tramite essa, nel Mediterraneo77. E comunque non fece nulla per contrastare il gioco tedesco. Probabilmente anche perché condizionato lui pure dal sotterraneo ma vastissimo lavorio dell’ambiente politico ed economico italiano (specie agricolo, particolarmente interessato al mercato tedesco) che, proprio in questo periodo, i tedeschi stavano avviando e che cominciava a dare i suoi primi frutti. Un lavorio78 che oggi è assai difficile ricostruire nei particolari, ma che non va assolutamente sottovalutato se si vuol comprendere la realtà della politica italiana dalla metà del ’36 in poi e le ragioni di certe diffuse simpatie per i tedeschi determinatesi soprattutto nel ’37-38 in ambienti che sino allora ne erano stati immuni e talvolta ne avevano persino contrastato le primissime manifestazioni da parte di alcuni esponenti o gruppi fascisti intransigenti.
Un peso assai forte nello spingere Roma ad impegnarsi sempre di piú in Spagna ebbero certamente anche la pronta risposta dell’antifascismo alla rivolta militare e all’appoggio dato ad essa dal governo fascista (la prima a prendere posizione sin dal 31 luglio fu «Giustizia e Libertà» con la parola d’ordine «la guerra civile del proletariato di Spagna è guerra di tutto l’antifascismo; il posto per i rivoluzionari è in Spagna»79), ben presto concretizzatasi con l’invio di volontari nell’esercito repubblicano80, e l’arrivo prima (fine di agosto) dei primi consiglieri e poi (in ottobre) delle prime forniture belliche dall’Urss81. Insieme alla costituzione del governo presieduto da Largo Caballero, di cui facevano parte (per la prima volta in Europa occidentale) oltre a repubblicani e socialisti anche i comunisti, quest’insieme di fatti, oltre a dare un duro colpo alle speranze di una rapida vittoria dei nazionalisti, fu giudicato a Roma una «sfida» antifascista all’Italia e insieme una grave minaccia di infezione «rossa» che dalla Spagna avrebbe potuto allargarsi anche ad altri paesi e persino rimbalzare in qualche misura in Italia, risvegliando fermenti mai del tutto sopiti82. A ciò si deve aggiungere che Franco, assai preoccupato per i primi arrivi di aerei, carri armati e materiali sovietici, il 16 ottobre, in due successivi colloqui da lui sollecitati, uno nel pomeriggio e uno nella serata, chiese al colonnello Faldella nuovi massicci aiuti. Come risulta dai due rapporti subito inviati dal SIM a Roma, Franco non chiese l’invio di uomini, ma di aerei, di carri armati e di armi anticarro, nonché (a metà tra Italia e Germania) di due sommergibili e di due cacciatorpediniere per «togliere ai rossi la libera disponibilità dei porti» e per «acquistare il dominio del mare». Oltre a ciò – e questo fu l’oggetto del secondo colloquio – Franco «espresse il suo vivo desiderio che la aviazione italiana da Maiorca e possibilmente quella della Sardegna effettuino bombardamenti nel porto di Cartagena contro i piroscafi mercantili che trovansi nel porto stesso». Il tutto prospettato con l’argomento che egli aveva «ormai di fronte non soltanto la Spagna rossa, ma la Russia» e che sentiva «di combattere una crociata contro il bolscevismo, crociata nella quale gli interessi della Spagna si confondono con gli interessi italiani e tedeschi», sicché era opportuno «affrontare la cosa nella sua integrità e dargli a lui, Franco, i mezzi per combattere l’ormai dichiaratosi nemico russo»83. È chiaro che di fronte ad appelli cosí pressanti era difficile sottrarsi, tanto piú che anche la missione militare del SIM in Spagna, pur nella sua cautela, mostrava di condividerli. Tipico è a questo proposito il giudizio da essa espresso a conclusione dell’analisi della situazione spagnola fatta in un’ampia relazione stilata il 16-17 novembre 193684:
Tutto sommato esistono nelle forze bianche (specie esercito e marina) gravi deficienze.
Ma le stesse esistono, in maggior proporzione, nelle forze avversarie.
Perciò ritengo che se gli appoggi e i rifornimenti dati da paesi stranieri ai rossi saranno compensati da equivalenti appoggi e rifornimenti ai nazionalisti, questi avranno il successo.
Un peso notevole ebbero però anche la presenza di Ciano a Palazzo Chigi e il particolare momento psicologico che – come si è visto – attraversava Mussolini. Come ha scritto Felice Guarneri, che, come sottosegretario prima e ministro poi per gli Scambi e valute, ebbe con lui continui rapporti per la vicenda spagnola85,
Ciano considerava la Spagna, e in seguito, assieme con questa l’Albania, quali campi di suo riservato dominio, e giudicava il nostro intervento in quei paesi come due capolavori della sua politica e il miglior ornamento della sua corona comitale. ... Ma egli aveva cacciato l’Italia in quest’avventura avventatamente, con un gesto di spavalderia guascona, e insieme di leggerezza giovanile, senza misurarne le conseguenze; vi aveva perseverato, con l’assenso quasi passivo di Mussolini, per farsene una sua propria gloria quando i capi militari responsabili avevano dato per certo che, dopo la conquista di Malaga, le forze franchiste avrebbero liberato Madrid entro quindici giorni.
Un giudizio, come si vede, molto duro, ma sostanzialmente giusto. Nella vicenda spagnola Ciano vide certamente la possibilità non solo di imprimere alla politica estera italiana un tono nuovo, piú dinamico, ma anche di meritarsi subito la fiducia accordatagli da Mussolini e di scrollarsi di dosso la qualifica di «genero» del «duce» guadagnandosi «sul campo» i suoi diritti di «delfino». Il tutto condito, come giustamente ha notato Guarneri, con una incredibile leggerezza e con un’altrettanto incredibile avventatezza che lo portarono a voler accentrare sotto il suo personale controllo la direzione di tutta la questione spagnola, sino ad improvvisarsi quasi anche stratega. Tipico è quanto narrato da Cantalupo, riferendo il suo incontro con lui nella seconda decade del gennaio ’3786:
Forse per riprendere il tema della caduta piú o meno prossima di Madrid, si alzò e si avvicinò a un grande leggio di legno di stile cinquecentesco che era nel centro della sala e sul quale era spiegata una carta militare della Spagna, picchiettata nel mezzo da una striscia irregolare di bandierine rosse, spagnole e italiane che si fronteggiavano. Ciano volle indicarmi come stavano le cose e come ben presto sarebbero state: Roatta su Malaga e Valencia, Orgaz sul Jarama e Madrid, Roatta di nuovo sulla Sierra e di lí su Guadalajara, crollo e rottura del sistema madrileno con liberazione della capitale, resa a discrezione dei paesi baschi, corsa da San Sebastiano a Barcellona, «mollamento» francese del Governo repubblicano, pace generale e liquidazione della partita. Non prevedeva né inconvenienti né ritardi.
Intanto spostava bandierine, faceva muovere reggimenti, rettificava fronti di battaglia. Pareva giocasse a scacchi. Non lo riconoscevo piú, non era piú una persona seria: era un ginnasiale in veste di stratega, un generale dilettante. Appuntando spilli sulla carta creava ipotesi incoraggianti e sicurezze strategiche. Recitava.
Stanti questo suo atteggiamento psicologico e questa sua volontà di autoaffermazione e con un Mussolini che tendeva sempre piú a rinchiudersi nei problemi ideologici e che – presa, sia pure dopo molte incer tezze, la decisione di aiutare i ribelli – nutrendo fiducia in lui e volendolo, al tempo stesso, mettere alla prova e valorizzarlo, gli dava una libertà di azione che un Grandi o un Suvich non avevano mai avuto, è evidente che le possibilità per Ciano di rendersi conto del gioco tedesco e dei rischi che esso comportava per l’Italia erano assai scarse. E, anzi, i tedeschi trovarono in lui un inconsapevole alleato che giorno dopo giorno portò sempre piú l’Italia nelle sabbie mobili spagnole. E ciò tanto piú che per un aiuto piú consistente e addirittura per un intervento a fianco dei nazionalisti premevano, sia pure con diverse motivazioni, molte forze.
Nettamente a favore di Franco e per un aperto aiuto ai nazionalisti erano pressoché unanimemente le organizzazioni, i giornali, il clero cattolici dalle piú alte gerarchie ai livelli piú bassi. Preoccupati dalla prospettiva di un’affermazione del «bolscevismo ateo» in Spagna e profondamente turbati dagli eccidi, dalle violenze e dagli orientamenti anticattolici che avevano cominciato a caratterizzare la vita delle regioni controllate dai repubblicani, essi, come ha sottolineato l’Aquarone87, erano scesi in campo sin dai primissimi giorni della ribellione, quando la stampa del regime e persino giornali come «Il regime fascista» mantenevano ancora un atteggiamento abbastanza cauto e mostravano incertezze e perplessità nel valutare le vicende spagnole. Per l’«Osservatore romano», che aveva dato sin dal 23 luglio il là alla campagna, «far questione di politica, di reazione o di libertà, di autoritarietà o di democrazia di regimi, di governi, di partiti» era solo far confusione. Per l’organo vaticano (27-28 luglio) bisognava solo «far questione di umanità pura, semplice, inequivocabile. Il bivio deve decidere se si è o se si procede con l’umanità o fuori di essa». In questa prospettiva, per l’«Osservatore romano» e sulla sua scia per la stragrande maggioranza della stampa cattolica (anche quella dei gruppi giovanili ed intellettuali meno legati a posizioni conservatrici e impegnati nella ricerca di tematiche nuove, autonome e peculiari dei cattolici88) era un assurdo mettere sullo stesso piano – come facevano certi cattolici di altri paesi – l’intervento di gruppi di cittadini stranieri a favore della libertà e dell’indipendenza di un paese quale si era verificato in altri tempi e circostanze e l’intervento «al servizio della III Internazionale» che era in atto in Spagna (17-18 agosto). In questo paese, come scriveva padre Rosa sulla «Civiltà cattolica»89, «orrende tragedie, delitti selvaggi, infernale tragedia di sangue, di incendi, di stragi, di follia collettiva, dimostrano ormai scatenata sui popoli una satanica tempesta, foriera di morte, nonché di profonda decadenza delle nazioni». Di fronte a questa realtà parlare di non intervento diventava un crimine contro l’umanità. Ciò che occorreva era una ferma «resistenza alla nuova barbarie» che, oltre tutto, avrebbe dato nuovo «impulso ad una piú intensa vita cristiana»90.
Su una linea simile si muovevano anche alcuni gruppi fascisti moderati che, preoccupati per certi orientamenti radicali che circolavano nel regime e per l’avvicinamento alla Germania, vedevano in un aiuto italiano ai nazionalisti in nome dell’antibolscevismo e dell’antimassonismo e della difesa della civiltà cristiana un modo per rafforzare i legami tra il fascismo e la Chiesa e per dare al regime una prospettiva di sviluppo interno ed internazionale di tipo moderato e «cattolico-latino».
Pur senza sottovalutare affatto questo tipo di prese di posizione, alle quali, non a caso, una volta deciso di continuare sulla via degli aiuti ai nazionalisti e, poi, di imboccare quella dell’intervento vero e proprio, la stampa fascista prese a fare da cassa di risonanza e a servirsene a sostegno della validità e del buon diritto delle proprie tesi, va per altro detto che un peso maggiore avevano (anche per le loro possibilità di agire direttamente su Ciano e su Mussolini) le pressioni del PNF e della Milizia.
Al partito che, per un verso, si rendeva conto che tra una parte del fascismo e soprattutto tra gli intellettuali e i giovani il carattere tradizionalista e di destra conservatrice e reazionaria che contraddistingueva nettamente il movimento dei militari ribelli suscitava incertezze e perplessità, tanto che non mancavano neppure posizioni piú o meno apertamente critiche verso di esso91, e, per un altro verso, voleva cogliere l’occasione per esercitare una propria funzione di stimolo e di iniziativa politica sul governo e per riprendere finalmente il sopravvento sui «fiancheggiatori» e i fascisti moderati, ciò che stava a cuore era di dare alla politica verso la Spagna un carattere apertamente fascista e nella logica della nuova «coscienza dell’Impero» che doveva diventare comune a tutti gli italiani. Sul piano interno questo voleva dire porsi di fronte agli avvenimenti spagnoli, valutarli, viverli in una prospettiva di partecipazione ideologica che, superando ogni «particolarismo», ogni «provincialismo», ogni visione tradizionale e diplomatica della complessità e della interdipendenza delle vicende internazionali, li proiettasse appunto nel piú vasto e decisivo contesto di una consapevole «coscienza» dei doveri e dei compiti «imperiali» dell’Italia e degli italiani. E questo non solo rispetto a se stessi, ma anche rispetto al mondo e in primo luogo agli stessi spagnoli, poiché, sul piano esterno, nella logica del partito rientravano la fascistizzazione del movimento spagnolo e la creazione in Spagna di un regime sul tipo di quello italiano. Il piú lucido e in ordine di tempo uno dei primissimi ad indicare questa duplice prospettiva era stato Bottai su «Critica fascista», scrivendo già il 1 r° settembre92:
Quei valori universali, che il Fascismo contiene in sé e che furono fin qui costantemente sacrificati e compressi dalle occorrenze di una politica meramente nazionale, debbono, ora, sul piano imperiale, espandersi, allargare la loro influenza, prendere il sopravvento su altri piú contingenti e particolari, avanzare decisamente sul fronte della battaglia internazionale. Il non-intervento e la non-ingerenza sono una cosa, principi riferibili a date situazioni di spazio e di tempo; ma il diritto e il dovere d’un popolo, che si senta portatore d’una nuova concezione di vita civile, di manifestarla, di propagarne la coscienza, sono un’altra cosa. E questa non contraddice a quella.
Si possono non fornire armi; ma non si possono non fornire idee ai popoli, che combattono.
I portabandiera di questa azione del PNF furono però Starace e Farinacci, che sin dal 6 agosto aveva scritto a Mussolini auspicando «ardentemente che gli avvenimenti spagnoli ci mettano, quanto piú presto possibile, in condizione d’intervenire» e ponendosi a sua piena disposizione per qualsiasi cosa potesse essere utile intraprendere «senza compromettere eccessivamente il governo perché sono anche direttore di un giornale»93. E sarebbe stato proprio in questa prospettiva che, nel marzo ’37, sarebbe nata la tanto discussa missione di Farinacci in Spagna, l’unico tentativo fascista di una certa importanza di interferire politicamente ed ideologicamente nelle vicende interne dei nazionalisti, cercando di privilegiarne un gruppo, i falangisti (che, come Farinacci scrisse da Salamanca il 5 marzo a Mussolini, erano «l’unico movimento che guardi a Roma e sia entusiasta del fascismo»), e farne il centro di aggregazione di un futuro partito unico di tipo nettamente fascista. La missione94 non sortí però nessun effetto concreto e suscitò tutta una serie di sospetti e di malumori, accresciuti dal fatto che il «Times» diffuse la notizia che Farinacci avrebbe avuto il compito di persuadere Franco ad accettare come sovrano il duca d’Aosta95. Farinacci ebbe contatti con i falangisti di Manuel Hedilla, il creatore dell’organizzazione sindacale della Falange e capo provvisorio del movimento dopo la scomparsa dalla scena di Primo De Rivera e degli altri principali esponenti di esso durante la prima fase dell’insurrezione, e con i requetés «per gettare le basi di un nuovo movimento nazionale, che Franco dovrebbe valorizzare e utilizzare». Franco (che non vedeva affatto di buon occhio i falangisti e il gruppo di Hedilla in particolare, tanto è vero che poche settimane dopo l’avrebbe fatto arrestare e condannare a morte, anche se poi la pena fu commutata nel carcere) gli disse però che non intendeva «contare su questi partiti, perché essi non hanno capi di un certo valore» e gli fece capire di non volersi in alcun modo legare le mani. Come Farinacci scrisse a Mussolini nella già ricordata lettera del 5 marzo, egli non aveva «ancora nessuna idea precisa di quella che sarà la Spagna di domani» e si preoccupava «soltanto di vincere la guerra e di mantenere poi, per un lungo periodo, un governo autoritario (o meglio dittatoriale) per ripulire la nazione di tutti coloro che hanno avuto contatti diretti o indiretti o simpatie per i rossi». L’unico punto su cui Franco fu un po’ preciso fu a proposito del sistema corporativo, che disse di voler applicare «cosí come è stato fatto in Italia, in Germania, in Austria e in Portogallo». Persino sul problema della monarchia si tenne assolutamente nel vago. «Prima – gli disse – debbo creare la nazione, poi penseremo se sarà il caso di nominare un re». Un fiasco, come si vede, su tutta la linea, ma che non toglie significato alla missione, che resta tipica dell’atteggiamento del PNF e dei suoi tentativi per forzare l’evoluzione del nazionalismo in senso fascista e di contrastare la linea di non interferenza nelle faccende politiche interne dei nazionalisti seguita invece da palazzo Chigi e dal SIM. Tanto piú che, anche se si concluse con un fallimento, la missione di Farinacci ebbe tuttavia luogo e ciò dimostra che le pressioni del PNF riuscivano a far breccia persino laddove esse tendevano a raggiungere obiettivi che Ciano e Mussolini non dovevano condividere o dovevano concepire (soprattutto Mussolini) in un’ottica diversa: non quella di una fascistizzazione del nazionalismo (difficilmente realizzabile e controproducente in quel momento sia presso gli spagnoli sia a livello diplomatico), ma quella di poter contare su un partito amico che potesse agire su Franco per indurlo ad una conduzione piú dinamica della guerra. E questo lascia intendere quanto tali pressioni dovettero essere forti e persuasive laddove invece non vi era una netta difformità di vedute, come nel caso della presentazione e della utilizzazione sul piano interno della guerra civile e dell’intervento italiano.
Tutto sommato, piú che il PNF chi ottenne in questo senso i risultati maggiori e, ciò che piú conta, piú gravidi di conseguenze per la politica italiana in Spagna fu però la Milizia. Sul ruolo della MVSN nella genesi dell’intervento italiano in Spagna si hanno pochissimi elementi. Un’attenta lettura della documentazione disponibile dell’Ufficio Spagna rivela tuttavia che esso dovette essere estremamente importante e assai piú congeniale alle vedute di Ciano di quello del PNF. Sotto il profilo politico generale la sua posizione doveva essere simile a quella del partito e non è affatto da escludere che su questo terreno Starace e Russo, il capo di Stato maggiore della MVSN; si muovessero in qualche modo di conserva. Su un terreno piú specifico la Milizia dovette però vedere nella guerra di Spagna una insperata possibilità di prendersi una rivincita sull’esercito che, specie dopo la sostituzione di De Bono con Badoglio, aveva raccolto in Etiopia la gran maggioranza degli allori e riconfermato sotto tutti i profili la sua supremazia su di essa. Se la guerra d’Etiopia era stata tutto sommato una guerra «nazionale» – dovevano pensare i capi della MVSN – la guerra di Spagna avrebbe dovuto essere una guerra «fascista» e, dunque, della Milizia, e ciò tanto piú che, salvo rari casi, l’esercito, e ancor piú la marina, mostravano di guardare alle vicende spagnole con estrema cautela e non nascondevano il loro desiderio di far da freno alle tendenze ad impegnarvisi piú di quanto già non si era fatto. Un successo della Milizia in Spagna avrebbe rafforzato molto il suo scarso prestigio e le avrebbe permesso di porre i suoi rapporti con l’esercito su un piano nuovo e per essa certo assai piú vantaggioso. Da qui non solo il suo premere, come il PNF, per una maggiore iniziativa italiana in Spagna e per un intervento diretto, ma anche il suo sforzo per bruciare i tempi dell’operazione ed essere essa la protagonista dell’intervento. Alcuni accenni conservatici dal diario di Ciano a proposito degli sfoghi polemici di Badoglio contro l’impresa spagnola, nei quali al nome di Ciano si abbinava quello di Russo, e il tono con cui Ciano, dopo la conquista di Santander, rievocava gli attacchi mossi a lui e a Russo dopo Guadalajara e la sua difesa della Milizia in quelle «ore bige»96 sono estremamente significativi e confermano l’impressione che si ricava dalla lettura della scarsa documentazione specifica disponibile. E confermano soprattutto l’udienza e il consenso che le pressioni della Milizia dovevano aver trovato presso Ciano.
Nelle prime settimane della guerra civile gli aiuti italiani ai nazionalisti erano consistiti essenzialmente in materiali e in personale tecnico. Alcuni di questi tecnici (artiglieri, carristi e aviatori) avevano partecipato ai combattimenti. Sino alla fine di dicembre in Spagna non vi furono però veri reparti combattenti, né Franco (che il 1° ottobre era stato nominato comandante supremo e capo dello Stato degli insorti e si era insediato a Burgos), pur avendo insistentemente sollecitato nuovi e piú massicci invii di armi e di materiali e, come si è visto, l’intervento dell’aeronautica italiana per bloccare i porti repubblicani, aveva mai chiesto l’invio di truppe. L’inizio del passaggio da questa prima fase di aiuto a quella dell’intervento vero e proprio si ebbe nell’ultima decade di ottobre, allorché Roma, preoccupata per la situazione di stasi che si stava delineando in Spagna e convinta che gli aiuti sovietici ai repubblicani, da un lato, potessero alterare i rapporti di forza a favore di questi ultimi, ma, da un altro lato, potessero a livello internazionale giocare a favore dell’Italia e giustificare in qualche modo un suo maggior intervento in Spagna, credette che un maggior impegno italo-tedesco a favore di Franco sarebbe stato decisivo e avrebbe determinato in breve tempo il crollo dei repubblicani. Forte di questa convinzione, Ciano, durante il suo viaggio in Germania, informò von Neurath e Hitler che Mussolini era intenzionato a «compiere uno sforzo militare decisivo per determinare il tracollo del governo di Madrid» e chiese loro se erano pronti «ad associarsi a tale azione». È importante notare che nei colloqui con von Neurath (durante i quali fu concordato uno «sforzo militare immediato e comune», il riconoscimento del governo di Franco dopo la conquista di Madrid e la definizione di un’azione comune nel caso che in Catalogna si costituisse uno stato autonomo «rosso») si parlò solo di inviare mezzi e soprattutto aerei e sottomarini. Di un eventuale invio di «reparti di truppa» parlò solo Hitler97. Anche se a Roma non mancavano i sostenitori di un intervento in prima persona98, nella terza decade di ottobre Mussolini e probabilmente anche Ciano non pare dunque pensassero ancora ad un passo tanto impegnativo e rischioso. A indurli a cambiare idea fu, il mese successivo, l’inattesa ferma resistenza dei repubblicani alle porte di Madrid.
Messa di fronte alla prospettiva di un ulteriore prolungamento della guerra civile, Roma decise di bruciare i tempi. Il 18 novembre, contemporaneamente alla Germania, essa riconobbe il governo franchista e avviò subito trattative con esso per concludere un accordo segreto che regolasse i reciproci rapporti. Dieci giorni dopo l’accordo era concluso.
Come giustamente ha notato il Coverdale99, l’accordo100 mostra ancora una volta «il carattere nettamente antifrancese dell’intervento dell’Italia in Spagna» e riflette le stesse preoccupazioni che erano state alla base di quello del marzo ’34, impedire cioè ogni possibilità di trasferimento di truppe francesi dal Nord Africa in Francia attraverso la Spagna. Tant’è che giustamente M. Toscano ha scritto che esso non costituiva «nulla di trascendentale» e non ripagava certo l’Italia degli sforzi militari già sostenuti e soprattutto di quelli che avrebbe sostenuto per aiutare Franco e ancor piú dei rischi e del danno che tale sostegno arrecava alla sua posizione diplomatica internazionale101.
Negli stessi giorni in cui veniva negoziato l’accordo, da parte franchista fu dato inizio al reclutamento di volontari italiani per la Legione straniera e da parte italiana si cominciò a parlare di inviare in Spagna reparti, sino ad una divisione, di Camicie nere102. Sul momento però non doveva essere questa l’idea di Mussolini. Il 6 dicembre egli tenne a palazzo Venezia una riunione dedicata alla situazione spagnola alla quale intervennero Ciano, i tre sottosegretari militari, il capo del SIM e, per i tedeschi, l’ammiraglio Canaris. Dal resoconto giunto sino a noi103 risulta chiaramente che il «duce» si pronunciò per una intensificazione degli invii di aerei e per l’impiego di sino ad otto sommergibili nel blocco dei porti mediterranei repubblicani (Ciano sostenne addirittura che si dovesse arrivare ad uno per porto), ma disse che le grandi unità militari dovevano essere subito apprestate, ma inviate solo se i sovietici ne avessero inviato a loro volta.
Il DUCE – si legge nel resoconto – ritiene che i Sovieti non manderanno delle grandi unità militari. È naturalmente da prevedere che l’Urss intensificherà l’invio di materiale bellico. Per essere in ogni modo pronte ad ogni eventualità, il Capo del Governo stima necessario:
- 1) che l’Italia e la Germania, nella contingenza spagnuola preparino delle grandi unità militari, senza però inviarle subito;
- 2) che degli elementi militari, tanto italiani che tedeschi, vengano inviati alla spicciolata in Spagna e inquadrati nella Legione Straniera o negli altri corpi spagnoli, a seconda delle varie esigenze tecniche e militari della Spagna nazionalista;
- 3) che venga, rispettivamente, allestita una divisione in Italia e in Germania e che si disponga del suo invio in Spagna soltanto quando sarà precisamente accertato che l’Urss avrà fatto invio nella zona rossa di contingenti militari;
- 4) che le grandi riserve di uomini di cui, a quanto Gli risulta, dispone il Generale Franco vengano istruite da ufficiali germanici e italiani e integrate soprattutto da ufficiali delle varie specialità (artiglieria, genio, aviazione, ecc.);
- 5) che uno Stato Maggiore italo-germanico diriga e coordini le operazioni accanto allo Stato Maggiore spagnolo;
- 6) che si attui, con ogni mezzo, la distruzione dei centri vitali dell’avversario.
In questo momento – dice il DUCE – noi dobbiamo effettuare una vera «corsa al mare». È mia convinzione che la soluzione della situazione spagnola si potrà ottenere dal mare. Il giorno cioè in cui avremo bloccato i porti rossi del Mediterraneo, il Governo di Valenza si renderà conto che la partita è perduta. Bisogna tener conto che, tanto in Italia che in Germania, occorrono due mesi per l’istruzione delle grandi unità. In questo periodo soprattutto bisognerà rendere impossibile ogni traffico nel Mediterraneo in direzione della Spagna, adoperando nella maniera piú effettiva aviazione e sottomarini.
Durante la riunione l’ammiraglio Canaris non sollecitò alcun invio di truppe italiane. Conformemente a quanto già l’addetto militare a Berlino aveva fatto sapere a Roma nei giorni immediatamente precedenti e Magistrati e l’addetto navale avrebbero confermato nei successivi104, Canaris – pur concordando con le direttive esposte da Mussolini – si preoccupò soprattutto di lasciar intendere che la Germania non aveva intenzione di impegnarsi a fondo come l’Italia. A proposito dell’eventuale invio di una divisione tedesca addusse due difficoltà: la «massa imponente di trasporti (almeno 60 piroscafi)» che l’invio avrebbe richiesto e il fatto che esso avrebbe attirato l’attenzione «delle potenze navali europee e soprattutto dell’Inghilterra». Quanto al blocco navale, sostenne che era necessario aumentare il numero dei sommergibili previsti, ma disse anche di ritenere giusto «che il compito del blocco venga devoluto all’Italia». Insomma, raggiunta la certezza che gli italiani erano decisi ad impegnarsi a fondo, i tedeschi cominciavano a defilarsi e a scaricare su Roma l’onere politico e militare maggiore dell’aiuto a Franco105. Stanti cosí le cose e non essendo avvenuto nulla nei giorni immediatamente successivi che potesse aver indotto Mussolini a ritornare sui suoi propositi, tanto meno arrivi di truppe sovietiche o sollecitazioni da parte di Franco o della missione del SIM in Spagna, il fatto che il 10 dicembre il «duce» decidesse di fare inviare tremila Camicie nere «a innervare le formazioni nazionali spagnole» e che alcuni giorni dopo – senza che Mussolini avesse impartito altre istruzioni – palazzo Chigi chiedesse alla Milizia di preparare un secondo contingente ci pare si debba spiegare soprattutto con le pressioni (e i preparativi) da tempo in atto in questo senso da parte della Milizia106 e con il loro sommarsi con il desiderio di Ciano (che aveva ormai concentrato nell’Ufficio Spagna del ministero degli Esteri la gestione della operazione) di bruciare le tappe dell’intervento in Spagna, convinto che esso sarebbe stato risolutivo e che ritardarlo avrebbe comportato il rischio di non poterlo piú attuare perché nel frattempo l’Italia si sarebbe potuta venire a trovare, o in sede di negoziati per il gentlemen’s agreement o del Comitato londinese per il non intervento, nella condizione di dover accettare qualche iniziativa volta a bloccare gli aiuti stranieri alle due parti in lotta. Ci confermano in questa idea due fatti. Che la decisione fu presa senza aver prima trattato la cosa con Franco e sapendo che il generalissimo era contrario ad essa, tanto è vero che quando, il 14 dicembre, il colonnello Faldella gli comunicò il primo invio protestò vivacemente esclamando indignato: «Quien los pidió?» E, alle imbarazzate risposte di Faldella, aggiunse «Quando si mandano truppe in un paese amico, si chiede almeno il permesso!»107. E che le Camicie nere, giunte in Spagna, non furono usate per innervare le truppe spagnole, per creare cioè reparti misti, ma furono impiegate autonomamente.
Con l’arrivo a Cadice, a fine dicembre, dei primi battaglioni della Milizia l’intervento italiano in Spagna entrò in una nuova fase, politicamente e militarmente assai piú impegnativa delle due precedenti, quella che aveva visto a fine luglio l’invio dei primi dodici S. 81 e la successiva, nei mesi di agosto-dicembre, che, pur vedendo un crescente aiuto ai ribelli e il riconoscimento del loro governo, era tuttavia stata ancora caratterizzata da una certa «prudenza» formale. Con l’invio delle prime Camicie nere anche questa «prudenza» venne messa da parte.
In un primo momento Ciano aveva puntato soprattutto su una rapida vittoria di Franco e, in questa prospettiva, sulla «neutralizzazione» interna ed internazionale del governo Blum, in modo da rendergli difficile di aiutare in misura consistente i repubblicani, mentre da parte italiana e tedesca – nelle more dei negoziati per il non-intervento – si sarebbe continuato ad aiutare i nazionalisti. Le istruzioni da lui mandate a Grandi il 7 settembre sono chiare108:
Il Duce pensa che fin dalle prime riunioni del Comitato di Controllo, tu dovrai svolgere azione diretta ad inchiodare la Francia alla neutralità. Chiedere cioè che il controllo sia stabilito in modo effettivo e diretto. Se la proposta non verrà accettata, ognuno riprenderà, o continuerà, la libertà d’azione e la responsabilità sarà francese.
Se invece sarà accolta, le fratture nel Governo francese si accentueranno. E nel Fronte Popolare spagnolo si determinerà il contrasto tra gli elementi di estrema – anarchici e comunisti – e gli altri, poiché i primi accuseranno le democrazie di averli abbandonati al loro destino, di aver disertato le responsabilità nel momento della lotta. Già se ne hanno i primi segni: alle recenti sconfitte dei rossi seguono adesso le recriminazioni contro Blum e contro lo stesso governo sovietico, protettori e alleati giudicati insufficienti. A San Sebastiano tra anarchici e socialisti si sono sparati. Un’azione da noi svolta adesso per mettere l’accento sul fatto che il Governo franco-giudaico di Blum è stato l’iniziatore della neutralità, abbandonando cosí il Governo similare di Madrid, varrà certamente ad acuire le frizioni che già esistono tra compari e, conseguentemente, ad accelerare il collasso.
In una primissima fase non è nemmeno da escludere che Ciano si fosse illuso di potersi avvalere in qualche modo della «complicità» dell’Inghilterra109, sfruttando a questo scopo i suoi timori per una crisi europea e per un radicalizzarsi a sinistra del regime repubblicano110. Appena era stato chiaro che, nonostante questi timori, Londra non era disposta a venir meno alla sua linea di sostanziale accordo con Parigi e a lasciare via libera a Roma e Berlino nella loro politica di appoggio ai nazionalisti, tutti gli sforzi di Ciano si erano però indirizzati a cercare di paralizzare l’azione del governo inglese facendo leva sulla minaccia di una presenza sovietica nel Mediterraneo e di una bolscevizzazione della Spagna e successivamente dell’Europa. Gli aiuti sovietici ai repubblicani e la mobilitazione delle «sinistre» in difesa della repubblica erano diventati cosí i suoi cavalli da battaglia per mettere il governo inglese in difficoltà di fronte all’opinione pubblica conservatrice e moderata inglese ed internazionale e per giustificare in qualche modo gli aiuti italiani, tedeschi e portoghesi. La punta di diamante di questa azione era stato Grandi in sede di Comitato per il non-intervento. Anche se lunga, è opportuno citare a questo proposito la parte della relazione da lui svolta in Gran Consiglio il 18 novembre per illustrare la sua azione111:
Sin dalle prime riunioni del Comitato di non-intervento, in esecuzione delle direttive impartitemi dal Ministro degli Esteri, io ho dichiarato che l’Italia intendeva stabilire un controllo effettivo e rigoroso dell’Accordo di non-intervento.
I rappresentanti Tedesco e Portoghese si sono affiancati, sebbene dapprima riluttanti, alla posizione italiana. Questa dichiarazione da parte nostra ha ottenuto subito il risultato che il Ministro Ciano ha preveduto nelle sue istruzioni. Tanto l’Inghilterra quanto la Francia avevano costruito con troppo affrettato entusiasmo la impalcatura del Comitato di non-intervento, soprattutto ritenendo che né l’Italia, né la Germania né il Portogallo avrebbero accettato misure di controllo. Ciò avrebbe implicitamente dato al Governo Francese e anche al Governo Inglese un alibi facile e comodo per giustificare un intervento sia pure relativo a fianco del cosidetto Governo legittimo social-comunista di Madrid. La tempestiva dichiarazione italiana in favore del controllo ha disorientato i piani francesi e inglesi, e ci ha fatto guadagnare un altro mese prezioso in Ispagna. Questo è senza dubbio il primo risultato concreto e positivo della posizione assunta dall’Italia. Siamo cosí arrivati ai primi di ottobre, ed è soltanto a questo momento che è entrata in scena la Russia... [che] uscendo dal riserbo sino allora tenuto nel Comitato di non-intervento ha iniziato un’offensiva verbale e demagogica contro gli asseriti interventi fascisti da parte dell’Italia, della Germania e del Portogallo in aiuto del Generale Franco.
Il Governo Inglese come al solito ha mostrato segni manifesti di appoggiare, sia pure subdolamente e indirettamente, la nuova attività della Russia sovietica contro l’Italia e la Germania fino al punto da presentare esso stesso, il Governo Brittannico, una serie di denunzie contro l’Italia e la Germania, facendo cioè sue le accuse presentate a Ginevra dal cosidetto Ministro degli Affari Esteri spagnolo del Vayo. Ho informato il Duce di questa manovra anglo-sovietica, e il Duce con una telefonata che difficilmente potrò dimenticare mi ha ordinato di rompere i vetri e nella seduta del 9 ottobre, in obbedienza alle Sue istruzioni, io li ho rotti contrattaccando violentemente vuoi l’Inghilterra vuoi la Russia sovietica con documentazioni e contro-denunzie che hanno fatto la piú profonda impressione in tutto il pubblico brittannico.
A questo contrattacco del 9 di ottobre altri quattro ne sono seguiti contro la Russia Sovietica, per inchiodare il comunismo di Mosca alle sue precise responsabilità, per reagire alle accuse sovietiche, e per impedire che Francia e Inghilterra si schierassero apertamente a fianco del Governo di Mosca...
Mi limito a fissare schematicamente alcuni di quelli che ritengo essere i risultati raggiunti almeno sino ad oggi:
- 1) Di fronte all’atteggiamento risoluto dell’Italia Fascista, e alla nostra accusa di essere in contatto con la Russia, l’Inghilterra ha fatto ancora una volta quello che fa sempre di fronte a coloro che mostrano il pugno forte e duro. Essa non ha piú osato affiancarsi alla Russia che ha abbandonato completamente alla sua sorte, senza osare piú mettersi contro di noi.
- 2) Quello di immobilizzare parimenti la Francia. Il Governo Francese di fronte all’attacco inflessibile e deciso dell’Italia Fascista contro la Russia sovietica non ha osato prendere un’attitudine di difesa del bolscevismo russo che mentre da una parte l’avrebbe sclassificata definitivamente agli occhi del mondo, avrebbe portato a rendere piú difficili e piú delicati di quanto ancora già non siano le relazioni della Francia con l’Italia. Si è visto cosí, per effetto dell’azione decisa e violenta dell’Italia, una prima frattura della solidarietà franco-sovietica nel Comitato di non-intervento... Il piano russo di creare in relazione al problema spagnolo una specie di fronte unico franco-anglo-russo è completamente fallito.
Per contro (e questo è il terzo risultato) abbiamo stabilito un fronte unico di 3 paesi fascisti: Italia, Germania e Portogallo, che si sono affiancati all’Italia stabilendo cosí una solidarietà concreta non solo di fronte al problema spagnolo, ma di fronte al comunismo, stabilendo ancora una volta che nella guerra anti-comunista il Fascismo italiano non solo ha una priorità storica, ma la forza di guidare gli altri Paesi a questa lotta. Non è la Germania che ha trascinato noi alla lotta anticomunista. Siamo noi che nella questione spagnola abbiamo trascinato la Germania...
Mantenendo continuamente la Russia inchiodata nell’azione di complicità dell’anarchia spagnola, abbiamo dato coraggio a tutti coloro che in Inghilterra cercano di opporsi ad una intesa colla Russia, ed abbiamo fatto dell’efficace e dell’ottima propaganda fascista...
Il passaggio all’intervento militare vero e proprio costituí un decisivo salto di qualità della politica fascista verso la Spagna. In teoria esso non ne voleva però modificare né lo spirito né le prospettive, ma solo renderla «compatibile» con gli sviluppi delle trattative internazionali per una effettiva realizzazione degli accordi di principio sul rispetto del non-intervento nella guerra civile. Tant’è che esso va seguito tenendo sempre presenti le fasi di tali trattative e le loro date piú significative e innanzitutto quella del 25 gennaio, giorno in cui il governo italiano rese nota la sua volontà di proibire il reclutamento e la partenza dei volontari, a condizione che anche gli altri facessero altrettanto e fosse concordato un efficiente sistema di controlli, quella del 20 febbraio, giorno in cui Roma comunicò di tradurre in atto tale volontà, e quella dell’8 marzo, in cui il Comitato londinese per il non-intervento approvò il piano per i controlli e ne fissò l’entrata in vigore di lí a cinque giorni112. Se non ci si rende conto di ciò si perde la possibilità di capire che inviando i primi reparti di Camicie nere né Mussolini né Ciano prevedevano di dare inizio ad un intervento tanto lungo, tanto impegnativo militarmente ed economicamente e tanto gravido di conseguenze politiche, destinato ad incidere massicciamente su tutto il quadro della loro politica estera. Tanto che è lecito chiedersi se la loro decisione (e specialmente quella di Mussolini) sarebbe stata la stessa se l’avessero previsto.
Inviando i primi reparti organici, l’idea di Ciano – tipica del suo «realismo» e della sua «astuzia» – e, superate via via le ultime incertezze, di Mussolini era di porre Franco di fronte al fatto compiuto, indurlo ad accettare subito altri invii che lo mettessero in grado di accelerare le operazioni e di dare una svolta decisiva al conflitto113; e, subito dopo, por fine all’intervento diretto e farsi sostenitori di un blocco internazionale totale di ogni sorta di aiuti alle due parti in lotta, lasciando cosí il generalissimo in condizione di poter completare senza troppe difficoltà le operazioni contro i «rossi». Pronti a ritirare a questo punto anche i propri «volontari» se lo stesso fosse stato possibile ottenere per quelli che combattevano nelle file repubblicane. In questa prospettiva persino la partecipazione della Germania all’operazione diventava in un certo senso secondaria, auspicabile sotto il profilo militare, meno sotto quello politico, sia particolare114 sia generale, ché, come vedremo, lo «sblocco» della guerra civile si sarebbe dovuto accompagnare nei piani di Mussolini e di Ciano ad un rilancio su vasta scala della politica italiana verso l’Inghilterra. La prova migliore che questa fosse l’idea «strategica» in base alla quale ebbe inizio l’intervento vero e proprio in Spagna è nel «riassunto» delle conclusioni raggiunte tra Mussolini e Göring nel corso del colloquio da loro avuto a Palazzo Venezia nel pomeriggio del 14 gennaio ’37. In esso si legge115:
- 1) La Germania e l’Italia sono tuttora animate dalla volontà di assicurare la vittoria di Franco.
- 2) Il fatto che gli si apportino degli aiuti non deve però indurre Franco alla inattività e destare presso di lui la speranza che l’Italia e la Germania faranno la guerra al posto suo per i proprî interessi.
- 3) Verrà fatto presente ancora una volta a Franco il grande aiuto materiale e morale che gli è stato accordato finora dai due Paesi. Un ultimo grande apporto da parte dell’Italia (soldati e materiale) e della Germania (materiale) avrà luogo fino al 31 gennaio.
- 4) Allo scopo di guadagnar tempo fino al 31 gennaio per questo aiuto, si adotterà sul terreno diplomatico una tattica di temporeggiamento. A tal fine la Germania e l’Italia si accorderanno esattamente sul modo di rispondere all’ultima nota inglese e sulle istruzioni da impartire ai loro Ambasciatori per le trattative nel Comitato di non intervento.
- 5) Tosto che alla fine del mese di gennaio sarà ultimata l’azione di soccorso prevista sopra, verrà proposta la totale chiusura della Spagna e si presenterà al riguardo un piano comune per il blocco.
- 6) Si effettuerà un’energica pressione su Franco per indurlo ad accelerare le sue operazioni e per l’impiego totale dei larghi mezzi a sua disposizione. Sembra desiderabile di mettergli a fianco uno Stato Maggiore germanico-italiano, allo scopo di indurlo a compiere le operazioni militari in modo opportuno.
- 7) La Marina provvederà a continuare il servizio di informazioni e ad assicurare la sicurezza dei trasporti.
- 8) La Germania e l’Italia non si lasceranno in alcuna maniera condurre da altre Potenze in una situazione tale da cui potrebbero sorgere delle complicazioni internazionali.
Al 31 dicembre ’36 l’Italia aveva inviato in aiuto dei nazionalisti circa 10 000 uomini, in massima parte (7848) Camicie nere. Poco piú di un mese e mezzo dopo, al 18 febbraio, il loro numero ascendeva a 48 823, di cui 29 006 Camicie nere, il resto militari dell’esercito. Ad essi, per avere un quadro complessivo dello sforzo fatto da Roma per concludere rapidamente il conflitto, si devono aggiungere piú di cento aerei (in tutto, dall’inizio della rivolta militare al 18 febbraio, 248), piú di 400 cannoni e 600 mortai (in tutto rispettivamente 542 e 756), una quarantina di carri armati (in tutto 81) e oltre 3000 automezzi (in tutto 3783), un gran numero di armi leggere, munizioni e attrezzature varie, nonché i mezzi navali, mercantili e da guerra, impiegati per trasportare questa massa di uomini e di materiali, per scortarli e per bloccare i porti repubblicani116.
Nonostante questo notevolissimo sforzo e nonostante gli altrettanto notevoli aiuti in mezzi forniti dai tedeschi, la guerra civile spagnola non ebbe – come noto – né nella prima metà del ’37 né ancora per buona parte dell’anno successivo quella svolta decisiva che Mussolini e Ciano avevano previsto e sulla quale avevano fondato la loro strategia politica. E l’Italia, invece di uscirne in pochi mesi, vi si venne a trovare sempre piú coinvolta, senza la possibilità di tirarsene fuori se non entrandoci sempre piú dentro, per sostenere i nazionalisti e portarli il piú rapidamente possibile alla tanto agognata vittoria.
Sulle prime, in febbraio, la conquista di Malaga, nella quale le truppe italiane (il CTV, Corpo truppe volontarie, come vennero chiamate) ebbero il ruolo piú importante, sembrò confermare tutte le piú rosee previsioni. Un mese dopo però il fallimento dell’offensiva su Guadalajara non solo gelò ogni entusiasmo, ma determinò a Roma e soprattutto in Mussolini una reazione cosí viva e, tutto sommato, cosí esagerata da sconvolgere quel tanto di strategia sin lí elaborata per risolvere la questione spagnola e da ripercuotersi su tutta la politica estera fascista.
Non è questa la sede per entrare negli aspetti tecnico militari della battaglia di Guadalajara e neppure per discutere le cause (anticipato inizio dell’offensiva rispetto ai piani del comando italiano, scarso addestramento delle truppe, deficienza dei quadri subalterni e organizzativa in genere, mancato appoggio da parte delle truppe nazionaliste sul Jarama, ecc.117) della sconfitta italiana. E ciò tanto piú che sotto il profilo meramente militare questa non ebbe nulla di drammatico118, tant’è che in altre circostanze essa non avrebbe certo avuto l’eco, il significato e le conseguenze che ebbe. Agli occhi dell’antifascismo di tutto il mondo Guadalajara assunse infatti un valore, un significato che andavano molto al di là della sua effettiva portata militare: dopo quindici anni di continue vittorie e di apparente invincibilità, il fascismo era stato battuto e a batterlo era stato un esercito popolare e antifascista nelle cui file combattevano anche gli antifascisti italiani; contrariamente a quanto tanti pensavano, il fascismo poteva dunque essere sconfitto: Guadalajara stava lí a dimostrarlo e ad indicare la strada maestra da percorrere, non quella della rassegnazione e del cedimento, ma quella della lotta e della vittoria. Da fatto militare, insomma, Guadalajara divenne subito un fatto politico, un grande fatto politico che suscitò l’entusiasmo di tutto l’antifascismo, rincuorò un buon numero di scettici e di dubbiosi e inferse un colpo durissimo al prestigio del fascismo e di Mussolini. Né, su tutto un altro versante, si debbono sottovalutare le sue ripercussioni e conseguenze tra i nazionalisti e sui rapporti tra questi e gli italiani. Sotto il profilo immediatamente militare Guadalajara fu uno scacco non solo per gli italiani, ma, ovviamente, anche per i nazionalisti; psicologicamente e politicamente la sconfitta subita dal CTV finí però per non risultare loro tutto sommato sgradita119. Psicologicamente, serviva a ridimensionare il senso di superiorità che animava gli italiani e a ripagare l’orgoglio degli spagnoli ferito dall’arrivo non richiesto delle truppe italiane e dalla pretesa degli italiani di risolvere essi il conflitto e di insegnare loro come si dovesse fare. Politicamente, serviva, per un verso, a bloccare possibili non gradite interferenze interne italiane, sul tipo di quelle vere o presunte manifestatesi con la missione di Farinacci, e, per un altro verso, a rafforzare la posizione di Franco («in una guerra civile vale piú una sistematica occupazione accompagnata dalla necessaria “limpieza” che una rapida rotta degli eserciti che lascia il paese ancora infestato da avversari», come aveva detto il 13 febbraio al colonnello Faldella120) di fronte alle pressioni italiane per una conduzione piú dinamica delle operazioni.
Le ripercussioni di Guadalajara non si limitarono però solo alla politica spagnola. La sconfitta si verificò nel momento in cui – prevedendo il prossimo vittorioso sblocco della guerra civile spagnola – Roma stava preparando il terreno per riprendere il discorso con Londra. L’ormai vicina sessione di maggio della Società delle Nazioni era vista in questa prospettiva come una tappa decisiva. Se essa avesse eliminato le ultime code della questione etiopica il discorso con Londra avrebbe potuto avviarsi su un terreno piú concreto di quello su cui si era realizzato il gentlemen’s agreement e sfociare in quell’accordo generale a cui Mussolini non aveva mai rinunciato e che, nella nuova situazione europea determinatasi con la rimilitarizzazione della Renania e il rinnovato dispiegarsi del dinamismo tedesco verso l’Austria, tanto lui quanto Ciano sentivano sempre piú urgente e necessario per disincagliare la politica estera italiana dalle secche sulle quali l’aveva portata il conflitto etiopico. E ciò tanto piú che nella situazione politica inglese e in particolare nella vicenda interna del partito conservatore vi erano sintomi che incoraggiavano a pensare che anche a Londra non mancassero coloro che si orientavano verso una revisione della politica sin lí attuata dal Foreign Office verso l’Italia. In questa prospettiva varie erano le iniziative che Roma stava portando avanti, alcune dirette a preparare il terreno direttamente su Londra, altre, a piú vasto raggio, volte a rafforzare la posizione dell’Italia in Europa rispetto tanto alla Germania quanto, indirettamente, alla stessa Inghilterra, in maniera da potersi al momento opportuno sedere al tavolo delle trattative per l’accordo generale nelle condizioni che Mussolini e Ciano ritenevano le piú vantaggiose. Nel novero delle prime rientrava il viaggio che proprio nei giorni di Guadalajara (12-21 marzo ’37) Mussolini stava facendo in Libia; tra le seconde la piú importante era certamente l’accordo che Ciano si accingeva a sottoscrivere con la Iugoslavia.
Come ha giustamente notato il Segré121, la visita che Mussolini stava facendo in Libia tendeva politicamente e propagandisticamente soprattutto ad anticipare il nuovo programma di colonizzazione della «quarta sponda» che il regime era sul punto di avviare e a valorizzare al massimo le prime realizzazioni di esso, in particolare il completamento della litoranea libica (la cosiddetta via Balbia) che percorreva tutta la colonia dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto e doveva costituire l’asse portante del suo sviluppo (ma anche una via militare di primaria importanza). Ciò non toglie che la visita si inquadrasse bene anche nel contesto della sperata prossima ripresa del discorso con Londra. Bene, almeno, secondo la logica di Mussolini e di Ciano, per la quale il miglior modo di addivenire ad un accordo era quello di dimostrarsi forti ed intransigenti e, non di rado, di minacciare chi si voleva portare al tavolo dei negoziati.
Con la sua presenza e con il solenne annuncio della decisione del regime di procedere alla colonizzazione di massa della Libia il «duce» tendeva a sottolineare due cose: da un lato la volontà dell’Italia di dedicarsi alla trasformazione delle sue colonie in un impero pacifico e fiorente e da un altro lato la sempre maggiore importanza che in questa prospettiva aveva per essa il Mediterraneo. I vari discorsi da lui pronunciati durante la visita e le interviste rilasciate alla stampa estera sono estremamente significativi. Il 17 marzo, parlando a Tripoli, volle dissipare gli allarmi che la sua visita, le manovre della marina italiana nel Mediterraneo centrale alle quali egli avrebbe assistito durante il viaggio di ritorno (e che si diceva avessero come tema il blocco delle comunicazioni tra Gibilterra e Suez), i lavori di fortificazione intrapresi a Pantelleria e nell’Egeo e le notizie di prossimi invii di nuove truppe in Libia avevano suscitato in varî paesi e soprattutto in Inghilterra122:
Questo continuo allarmismo nevropatico, questa seminagione di panico e di sospetto – disse123 – non serve certamente alla causa della pace, perché turba profondamente l’atmosfera fra i popoli.
Questo viaggio è imperialista nel senso che a questa parola hanno sempre dato, danno e daranno i popoli virili. Ma non ha disegni reconditi e mire aggressive contro chicchessia. Entro il Mediterraneo e fuori noi desideriamo di vivere in pace con tutti e offriamo la nostra collaborazione a coloro che manifestino un’identica volontà.
Ci armiamo sul mare, nel cielo e sulla terra, perché questo è il nostro imperioso dovere di fronte agli armamenti altrui, ma il popolo italiano esige di essere lasciato tranquillo, perché è intento ad una lunga e dura fatica.
E il giorno dopo, all’inviato del «Daily Mail», Ward Price124, riaffermò la sua volontà di pace, ripeté che «dal punto di vista coloniale» l’Italia era, dopo la conquista dell’Etiopia, «soddisfatta» e pronta «a giungere a una amichevole sistemazione con la Gran Bretagna su tutte le questioni che essa desiderasse trattare nei riguardi dei territori confinanti coi nostri possedimenti» e a cooperare con tutte le nazioni coloniali europee per lo sviluppo dell’Africa, «continente che rappresenta il complemento dell’Europa ed è necessario ai suoi interessi economici». E anche riguardo all’Europa si espresse nei termini piú concilianti: ribadí che l’Italia non pensava affatto ad assicurarsi basi nelle Baleari o nel Marocco spagnolo, che essa «non ha fatto e non farà nulla che possa anche indirettamente violare la integrità territoriale della Spagna» e che, dopo la fine della guerra civile, «non ha intenzione alcuna di ingerirsi negli affari spagnoli». E non escluse neppure che i «volontari» italiani potessero rientrare abbastanza presto, se fosse stato raggiunto un accordo generale «per ritirare dalla Spagna anche gli altri, che sono in numero infinitamente maggiore». Quanto, infine, ad un nuovo accordo di Locarno,
l’Italia – disse – è pronta a fare il possibile per giungere ad una conclusione e l’accordo potrà essere facilitato dalla creazione dell’asse Roma-Berlino. Questo asse, comunque, non è stato creato per provocare disordini in Europa, ma per imporvi la pace e l’ordine.
Lo stesso giorno però, ricevendo in dono da un gruppo di notabili libici la «spada dell’Islam», non si limitò ad assicurare che Roma avrebbe presto concretamente dimostrato il suo interessamento per il «sempre miglior destino» delle sue popolazioni musulmane125, ma – sia pure en passant – volle ricordare la «simpatia» dell’Italia per i «musulmani del mondo intero»126. Un accenno, questo, che poteva non avere alcun significato particolare ed essere solo di circostanza, ma che, in quel momento politico, poteva anche avere – e come tale infatti fu inteso – per qualcuno e soprattutto per l’Inghilterra il valore di una minaccia o, se si preferisce, di una «esortazione» ad accordarsi con l’Italia se non voleva che questa le creasse difficoltà nel mondo arabo, come già aveva fatto nel ’35-36 e come in una certa misura continuava ancora a fare con le trasmissioni di Radio Bari e con una serie di maneggi sotterranei in Egitto, in Palestina e nell’Iraq con i movimenti antinglesi e panarabi locali e persino nell’Arabia Saudita e ancor piú nello Yemen con un’azione di penetrazione e di aiuti a quei governi tradizionalmente considerati dagli inglesi inseriti nella loro sfera imperiale127.
A proposito di tutte queste iniziative è necessario essere molto chiari, sia per capirne la vera natura, sia per rendersi conto del modus operandi e delle contraddizioni della politica fascista di questo periodo. Viste in una prospettiva storica, esse ci appaiono oggi pressoché irrilevanti e comunque prive di concreti risultati e non mancano validi elementi per dire che anche a Roma non dovevano essere considerate che un deterrente generico e con non altre prospettive che quelle, tutte strumentali, di un loro futuro sacrificio sull’altare del tanto desiderato accordo generale con Londra. Qualche cosa si era convinti però che potessero sul momento rendere politicamente, dato che gli inglesi non si erano ancora riavuti dal trauma che esse – nel clima di frustrazione per la loro impotenza militare nel Mediterraneo128 – avevano loro provocato nel ’35-36 ed erano portati a sopravvalutarne ancora enormemente l’entità e la pericolosità, sicché si pensava dovessero essere desiderosi di togliersi la loro spina dal fianco. In realtà il loro effetto era però diverso. All’opinione pubblica inglese e a buona parte anche dei responsabili della politica britannica queste iniziative apparivano infatti non come un espediente tattico, come uno strumento di pressione a cui l’Italia avrebbe rinunciato al tavolo dei negoziati, ma come altrettante prove che Mussolini, checché proclamasse, non era affatto «soddisfatto» e, ubriaco del successo riportato in Etiopia, pensava ad estendere il suo impero in Egitto, nel Sudan, nel Medio Oriente, sull’altra sponda del Mar Rosso129. Da qui il loro risultato del tutto controproducente rispetto al fine che esse volevano contribuire a raggiungere.
Di fronte a queste e ad altre simili iniziative di disturbo e di pressione (negli stessi giorni, mentre Mussolini brandiva la «spada dell’Islam», Ciano, nella stessa logica, si muoveva per assicurare alla sua politica verso Londra il deterrente-emolliente di un accordo con il Giappone130) viene naturale pensare allo spirito e ai mezzi che nella seconda metà degli anni venti avevano caratterizzato la politica fascista verso la Francia: fare una politica anti-francese per giungere ad un accordo con la Francia131. In realtà se lo spirito e i mezzi erano sostanzialmente gli stessi, applicati alla politica verso l’Inghilterra, essi erano ora ancor piú che allora controproducenti e pericolosi. Dati gli spazi di tempo sempre piú ristretti che il crescente dinamismo tedesco e la minaccia sempre presente di un accordo anglo-tedesco lasciavano all’iniziativa politica italiana, essi diventavano infatti non solo un elemento controproducente rispetto agli obiettivi che si volevano conseguire e causa di diffidenze verso l’Italia anche in quei paesi che non erano pregiudizialmente ostili ad essa o che, comunque, si trovavano nella condizione di non poterne ignorare l’iniziativa politica, ma – cosa ancor piú grave – necessitavano per poter dare qualche risultato di continui successi che rafforzassero l’immagine di un regime potente e sempre vittoriosamente all’attacco. Con il risultato che anche le operazioni politiche piú accorte e meglio riuscite (come quella verso la Iugoslavia) erano esposte ai contraccolpi negativi di qualsiasi scacco, anche secondario e solo di prestigio, come quello di Guadalajara.
I rapporti con la Iugoslavia avevano costituito sino allora una pagina tra le piú travagliate della politica estera fascista, caratterizzata da fasi alterne, ma, nel complesso, piú di disaccordo, di polemica e di tensione (anche assai gravi) che di accordo e di distensione. Alle radici di queste particolarità e difficoltà erano state ed erano ancora molte ragioni. Innanzitutto il trattato di Rapallo e ancor prima la nascita stessa della Iugoslavia che molti fascisti non avevano mai accettato, sia per la loro pretesa di considerare l’Adriatico una sorta di «mare interno» italiano, sia perché fermamente convinti che una serie di località dalmate «rimaste» entro i confini iugoslavi fossero italiane. In sé e per sé l’irredentismo dalmata (pur essendo certamente piú consistente di quelli corso, nizzardo, savoiardo, maltese e ticinese) non ebbe mai un’estensione e un peso particolari, anche se disponeva di proprie organizzazioni e di numerose pubblicazioni che lo tenevano vivo e che nei momenti di tensione davano regolarmente fiato alla polemica antiiugoslava, ed aveva una sua pre senza (specialmente attraverso i testi scolastici) nella formazione dei giovani. In particolare, negli anni di cui stiamo parlando, esso non ebbe mai effettiva influenza sulla politica di palazzo Chigi. Detto questo, va pure detto che, anche se in qualche occasione gli provocava addirittura dei disturbi, il regime – coerentemente al suo tipico modus agendi volto a tenersi tutte le strade aperte per ogni eventualità – non solo lo lasciò vivere indisturbato, ma lo aiutò economicamente e se ne serví largamente ogni volta lo ritenne utile per drammatizzare i rapporti con Belgrado e per cercare di mobilitare l’opinione pubblica italiana contro la Iugoslavia e la Francia. Altre ragioni erano a loro volta l’irredentismo slavo (forte soprattutto nella Venezia Giulia) e la politica di snazionalizzazione della minoranza slava messa in atto dal regime, spesso con una durezza che non poteva non suscitare reazioni e proteste iugoslave132.
Per reali che fossero, queste ragioni di polemica e talvolta di contrasto non raggiunsero però mai l’importanza e il peso di quelle suscitate dalle preoccupazioni e dalle contromanovre determinate a Belgrado dalla politica italiana di penetrazione in Albania e a Roma dai legami che la Iugoslavia aveva con la Piccola Intesa e con la Francia133. A palazzo Chigi non mancavano coloro che, sia attorno alla metà degli anni venti sia successivamente, quando Grandi fu ministro degli Esteri, avrebbero voluto trovare – soprattutto in vista di un maggiore impegno italiano in Africa – un accordo con Belgrado per una politica albanese comune (e, al limite, per una spartizione tout-court dell’Albania). Questa tendenza non riuscí però mai ad avere la meglio su quella (che aveva, nonostante qualche momento di ripensamento del «duce», il suo punto di riferimento in Mussolini) che considerava l’amicizia tra Belgrado e Parigi (concretizzatasi nel novembre ’27 in un vero e proprio trattato rinnovato per altri cinque anni nel 1932) un ostacolo alla politica danubiano-balcanica dell’Italia e un pericolo di accerchiamento e vedeva quindi i rapporti con la Iugoslavia nell’ottica di quelli tra Roma e Parigi e di conseguenza, a seconda dell’andamento di questi, pensava a quelli nei termini o di un distacco di Belgrado da Parigi o di una neutralizzazione di Belgrado via Parigi. Da qui l’assenza, in pratica, di una coerente politica verso la Iugoslavia, una serie di frizioni con l’Inghilterra e, ad aggravare il tutto, un impegnarsi dal ’26-27 in poi in una serie di contatti con i movimenti irredentisti antiserbi – macedoni e soprattutto croati – che, per quanto venissero mantenuti segreti, non sfuggivano ovviamente al governo di Belgrado e accrescevano i timori e le animosità verso la politica italiana non solo in Iugoslavia, ma anche in molte altre cancellerie134. E questo anche se nel complesso tali rapporti, pur essendo volti a creare difficoltà interne alla Iugoslavia e ad assicurarsi degli alleati nella eventualità di un precipitare dei rapporti con essa, miravano soprattutto, in un primo tempo, a tenere questi movimenti sotto controllo ed evitare che essi potessero far precipitare la situazione interna iugoslava e, in un secondo tempo, ad impedire che essi fossero monopolizzati da altri governi con i quali erano pure in contatto, quello ungherese e quello nazista135. Tipica è a questo proposito la posizione di Grandi il quale nei rapporti con questi movimenti e soprattutto con i croati ebbe parte notevole. Come attesta chiaramente il suo diario136, Grandi riteneva infatti i croati un prezioso strumento per indebolire politicamente la Iugoslavia e come tali da sostenere, ma considerava l’eventualità di uno Stato indipendente croato come il primo passo sulla via di una ricostituzione dell’Austria-Ungheria e, in questa prospettiva, una iattura per l’Italia. Né le cose cambiarono sostanzialmente dopo che Grandi lasciò palazzo Chigi. Come giustamente ha scritto il D’Amoja137,
la «questione croata» rivestí nella politica estera italiana dal 1932 al 1934 una importanza ben minore di quella che considerandola piú nelle apparenze che nella sostanza si è indotti ad attribuirle. Fu tattica di accompagnamento; minaccia ventilata e lasciata in sospeso; motivo di pressione e d’intimidazione sul governo di Belgrado. Mai azione decisa e convinta.
Stante questo modo tutto particolare e riflesso di concepire le relazioni con Belgrado e date le ricorrenti tensioni provocate dalla politica italiana in Albania, dalle voci che circolavano su di essa (come quelle, agl’inizi del ’33, circa una prossima unione doganale italo-albanese) e dalle difficoltà della situazione interna iugoslava, che piú di una volta spinsero i governanti di Belgrado a drammatizzare a fini di politica interna i rapporti con l’Italia, questi dalle fine del ’27 alla fine del ’33 erano stati pressoché sempre tesi, al punto che piú volte (nella primavera del ’28, nel settembre del ’30, tra il dicembre ’32 e il gennaio ’33) erano persino corse voci di un possibile pericolo di conflitto. Un accenno di détente da parte italiana si era avuto solo agli inizi del ’34, in conseguenza del miglioramento che stava delineandosi nei rapporti italo-francesi138. Il fallito putsch nazista di Vienna, i timori suscitati dai sempre piú cordiali rapporti che Berlino stava stabilendo (oltre che con gli ustaša) con il governo di Belgrado139 e soprattutto l’ulteriore definirsi del riavvicinamento italo-francese avevano nei mesi successivi – come si è già visto140 – fatto sperare in un concretizzarsi di essa, tanto piú che nello stesso senso premevano anche la Francia e l’Inghilterra. Tutto proiettato ormai verso l’Etiopia e desideroso quindi di coprirsi le spalle ed accordarsi con Parigi, Mussolini vi aveva voluto contribuire in prima persona. Alla fine di agosto, in un colloquio con il rappresentante iugoslavo a Roma Ducić, si era mostrato disposto ad un accordo e il 6 ottobre successivo a Milano aveva pubblicamente affermato di essere convinto che, nonostante le polemiche con le quali – a suo dire – da parte iugoslava si avvelenavano i rapporti tra i due paesi, esistevano «condizioni precise di fatto» per una intesa141. Tre giorni dopo a Marsiglia gli ustaša avevano però assassinato re Alessandro e Barthou. Nonostante tutti gli sforzi di Laval, le relazioni italo-iugoslave ne avevano subito risentito profondamente. Come Stojadinović aveva scritto nelle sue memorie142, di una diretta responsabilità italiana nel delitto non emerse né allora né poi alcuna prova. La presenza di Ante Pavelić in Italia, la protezione che gli ustaša vi godevano, il fatto che gli attentatori erano arrivati in Francia dall’Italia e il rifiuto di Mussolini di far estradare Pavelić e altri due croati accusati di essere gli organizzatori dell’eccidio spiegano però bene l’eccitazione anti italiana che aveva caratterizzato nei mesi successivi la opinione pubblica jugoslava e la brusca interruzione del processo di détente appena avviato. Il sopravvenire della crisi etiopica con l’adesione convinta della Iugoslavia alle sanzioni e al sistema inglese di contenimento mediterraneo dell’Italia avevano fatto il resto.
Conclusasi la vicenda etiopica, il contesto dei rapporti italo-jugoslavi si era però presentato in termini notevolmente diversi. Come nel ’34, Roma sentiva ancora il bisogno di un accordo. In primo luogo per recuperare le posizioni perdute durante la guerra nella regione danubiano-balcanica, bloccare la penetrazione tedesca verso sud-est (e in primo luogo proprio in Iugoslavia) e cercare di dare vita ad un «sistema» tra gli stati interessati a sostenere il piú a lungo possibile la pericolante indipendenza austriaca. In secondo luogo per rassicurare l’Inghilterra e dimostrarle sia la propria volontà di pace e di autonoma collaborazione per il mantenimento dell’equilibrio europeo, sia l’inutilità del suo insistere per associare ad un eventuale accordo anglo-italiano la Francia. Un accordo era desiderato ora però anche con pari intensità da Belgrado. Un po’ per recuperare il mercato italiano, indispensabile alle sue esportazioni (specie di legname) e soprattutto per fronteggiare il crescente dinamismo tedesco, ma anche per rendere la propria posizione meno condizionata dagli accordi con la Piccola Intesa (ormai in crisi) e con la Francia. Agli occhi del governo di Belgrado questi rimanevano ancora i due punti di riferimento della politica jugoslava; il nuovo presidente, Stojadinović (che, oltretutto, non condivideva la politica filosovietica di Beneš e della Francia e non dissimulava le sue tendenze autoritarie, tanto che Ciano lo avrebbe definito «un fascista... se non... come affermazione aperta di partito, ... certamente per la sua concezione dell’autorità dello Stato e della vita»)143), si rendeva però conto che da soli essi non bastavano piú a garantire la sicurezza della Iugoslavia e potevano addirittura esporla al rischio di trovarsi coinvolta in gravi complicazioni. In questo nuovo contesto, quando Mussolini – nel già ricordato discorso milanese del 1° novembre 1936, lo stesso, non a caso, che aveva spianato la via al gentlemen’s agreement – aveva affermato che negli ultimi tempi l’atmosfera tra i due paesi era «grandemente migliorata» e aveva aggiunto che «oggi ormai esistono le condizioni necessarie e sufficienti di ordine morale, politico ed economico per mettere su nuove basi di una concreta amicizia i [loro] rapporti»144, Stojadinović – ormai convinto che l’Inghilterra e la Francia non erano in grado di garantire veramente la Iugoslavia e non erano neppure disposte ad aiutarla economicamente – aveva colto la palla al balzo: aveva messo tra parentesi come «opportunista e platonica» la parte del discorso del «duce» in cui si parlava dell’Ungheria come della «grande mutilata» alla quale andava «resa giustizia» e aveva dato subito istruzioni perché fosse raccolta l’avance italiana145. In questo reciproco clima di buona volontà le trattative erano procedute rapide, nonostante l’evidente malumore e le preoccupazioni che la prospettiva di un accordo italo-iugoslavo avevano suscitato a Parigi, a Praga e anche a Londra146 (favorevole era stata invece la posizione di Berlino, interessata ad isolare sempre piú la Cecoslovacchia), e avevano influenzato in senso favorevole all’Italia l’atteggiamento della Turchia e della Romania – l’altro paese danubiano-balcanico su cui Roma (nonostante la difficoltà della cosa dati i suoi rapporti con l’Ungheria) piú puntava per dar vita nella regione ad un proprio sistema d’influenze che potesse giocare una funzione al tempo stesso antifrancese e antitedesca – e avevano favorito anche il riavvicinamento, dopo anni di tensione, tra la Bulgaria e la Iugoslavia. In un primo momento Ciano aveva puntato addirittura ad un trattato di alleanza, poi, di fronte al rifiuto iugoslavo di spingersi, almeno per il momento, tanto avanti, i negoziati si erano indirizzati verso un patto d’amicizia e di mutua collaborazione. Non generico però, ma tale da por fine a tutte le maggiori controversie tra i due paesi, da quelle di frontiera (fine dei reciproci irredentismi) a quelle relative al trattamento delle minoranze slave in Italia a quelle derivanti dalla presenza in Italia degli ustaša147.
Ai primi di marzo tutto era pronto per la firma del trattato, fissata per la seconda metà del mese a Belgrado con l’intervento di Ciano. Guadalajara ovviamente non ne pregiudicò la conclusione formale che ebbe regolarmente luogo il 25 marzo. Non vi è dubbio però che la sconfitta del CTV – appannando notevolmente l’aureola di potenza che dopo la guerra d’Etiopia circondava l’Italia fascista – sminuí non poco la portata del successo conseguito dalla diplomazia italiana. In particolare, essa rese Stojadinović assai piú cauto; da un lato, meno disponibile a fare ulteriori passi per prendere le distanze da Parigi e dalla Piccola Intesa e avvicinarsi a Roma e, da un altro lato, piú propenso, se mai, a privilegiare piú i rapporti con la Germania che quelli con l’Italia, con grave pregiudizio di tutta la strategia di Ciano, che si venne a trovare nella condizione di aver fatto tutta una serie di concessioni politiche ed economiche e di non poterne raccogliere che in minima parte i frutti previsti. E, per di piú, su una questione come quella dei rapporti con la Jugoslavia che negli ambienti fascisti piú intransigenti era particolarmente sentita e a proposito della quale ogni «cedimento» suscitava reazioni negative non facilmente ignorabili, specie da chi, come Ciano, aveva tutti gli occhi addosso. E ciò anche se, pur essendo venuti meno sul versante piú propriamente jugoslavo alcuni dei risultati che da esso si erano attesi, il trattato di Belgrado indubbiamente altri frutti arrecò. Come il 1° aprile Grandi scriveva a Ciano, la sua firma contribuí infatti a mettere almeno un freno alla fortissima tensione anti italiana determinatasi in Inghilterra subito dopo Guadalajara e ad indurre il governo inglese ad intervenire per moderarla: anche se battuta militarmente in Spagna, l’Italia fascista dimostrava con esso di essere un avversario ancora capace di iniziative che non potevano essere assolutamente sottovalutate per gli sviluppi sia negativi sia positivi che esse potevano avere rispetto alla politica occidentale e inglese in particolare148.
Mussolini ricevette le prime notizie sulla battaglia di Guadalajara mentre era in Libia. Sulle prime non drammatizzò la sconfitta e cercò soprattutto di farsi una idea precisa della situazione e delle cause del fallimento dell’offensiva. I suoi telegrammi a Ciano149, che gli ritrasmetteva via via le notizie, sono chiari. Il primo, spedito a mezzogiorno del 17 marzo, era cosí concepito:
Dall’insieme dei telegrammi di Colli non sono riuscito ad avere e non ho una chiara visione della situazione. È positivo che nostra azione non ha raggiunto il suo obiettivo e che nell’andamento della battaglia è mancato lo stile di Malaga. È necessario conoscere entità nostre perdite in uomini e mezzi. Gravi inconvenienti contatti nostri legionari con fuorusciti italiani erano facilmente prevedibili e potevano essere ovviati e dovranno esserlo in seguito. Quanto ai quadri inferiori deficienti è necessario mandare aliquote di nuovi ufficiali per sostituirli. È sommamente deplorevole passività degli spagnoli durante la battaglia e sommamente deplorevole la passività dei loro organismi di propaganda di fronte alla inscenatura compiuta contro le truppe italiane da parte dell’antifascismo europeo e soprattutto è importante conoscere cosa si vuole fare per riprendere iniziativa delle operazioni e attendo comunicazioni sui risultati del colloquio Franco-Colli, rapporto annunciato, ma non ancora ricevuto. Infine mi è necessario sapere se subalterni inetti appartengono alla Milizia o alle altre formazioni.
Il secondo, del giorno dopo, diceva:
Ricevo telegramma contenente dati circa nostre perdite e resoconto colloquio di Colli col generale Franco. Non ho elementi per accettare ottimismo Franco circa troppe volte annunciato crollo resistenza rossa Madrid. Telegrafa a Colli per dirgli che approvo testo sua lettera indirizzata a Franco e che insista per la seguente soluzione che considero la migliore: ritiro nostre truppe in seconda linea per riorganizzarle e prepararle a una nuova offensiva.
Quanto al terzo, inviato il 19 marzo, non faceva in pratica che ribadire alcune delle cose già dette:
Se Farinacci è ancora in Spagna, può essere utilizzato per contropropaganda di cui parla Colli. Cosa migliore è evitare contatto fra italiani sulle prime linee.
Da questi telegrammi appare chiaro che Mussolini non pensava per il momento di ritirarsi dalla Spagna. Piú difficile è dire se ciò fosse già dettato dalla volontà di prendersi una rivincita sul campo o se dipendesse da un’ancora non precisa informazione sulla situazione. Diciamo questo perché, rientrato a Roma, nel «duce» presero a convivere per un certo tempo due stati d’animo che indicano l’insorgere in lui di un irrisolto contrasto che deve essere tenuto presente se si vogliono capire la sua posizione personale e le difficoltà nelle quali la politica fascista si venne a trovare dopo Guadalajara.
Da un lato vi erano la rabbia e il desiderio lancinanti di restituire e di riscattare in maniera eclatante la sconfitta subita. Questo stato d’animo si fece vieppiú forte appena Mussolini ebbe tutti gli elementi per: a) comprendere che era ormai impossibile determinare in breve tempo quella svolta nella situazione militare che, secondo i suoi piani, avrebbe dovuto decidere le sorti della guerra civile; b) rendersi conto sia della vastità e della violenza della campagna antifascista e antitaliana orchestrata sulla sconfitta del CTV (e sulle notizie provenienti dall’Etiopia circa la repressione seguita all’attentato contro Graziani) dalla stampa antifascista di tutti i paesi per presentare Guadalajara come una delle piú «decisive» battaglie della storia di tutti i tempi (a creare questa immagine fu soprattutto E. Hemingway con una serie di corrispondenze dalla Spagna) e come la «Caporetto» del fascismo, sia – ciò che piú importava – degli echi che essa aveva avuto in ambienti e giornali, specialmente inglesi, che con l’antifascismo militante poco o nulla avevano a che fare e che quindi assumevano un valore tutto particolare; c) valutare le conseguenze che ciò aveva non solo sul prestigio dell’Italia e del fascismo (il 22 marzo alla Camera dei Comuni un deputato laburista era arrivato ad affermare tra le risate generali che se il Comitato per il non-intervento non avesse fatto presto a trovare una soluzione «i volontari italiani stanno correndo cosí in fretta per conto proprio che essi saranno già giunti in Italia quando il Comitato avrà raggiunto le sue conclusioni»), ma anche per i suoi programmi di politica estera; d) fare un primo bilancio delle ripercussioni interne della sconfitta per quel che riguardava sia gli ambienti antifascisti (per i quali Guadalajara costituí una iniezione di speranza quale da anni non avevano mai avuto) sia per quei settori del fascismo che non avevano visto di buon occhio l’intervento in Spagna e che colsero la palla al balzo per dare nuovo fiato alle loro critiche. Da un altro lato vi era la consapevolezza che Guadalajara – a meno di un ritiro dei «volontari», che però avrebbe costituito un clamoroso riconoscimento della sconfitta subita e avallato le esagerazioni su di essa diffuse ai quattro venti dall’antifascismo e, dunque, un colpo gravissimo al prestigio interno ed internazionale del fascismo – allontanava di molto la «svolta» della guerra civile e ciò condannava l’Italia ad impegnarsi sempre di piú in Spagna e rendeva inoltre assai problematico lo sperato avvio di una nuova fase nei rapporti con l’Inghilterra. E questo senza parlare delle altre conseguenze, interne ed internazionali, «secondarie».
Prendere una decisione non era certo facile, specie per un uomo come Mussolini per il quale le questioni di prestigio passavano avanti a tutto. Eppure il «duce» fu a lungo incerto e combattuto. Rientrato la sera del 22 a Roma (da piú parti si parlò di «precipitoso» ritorno, in realtà la sua presenza nella capitale per il diciottesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento era prevista da tempo), il giorno dopo, dal balcone di palazzo Venezia, si preoccupò di ostentare la massima sicurezza e di ammonire gli inglesi a non farsi trascinare dall’ondata di antifascismo in atto. L’anniversario della fondazione dei Fasci, disse150
cade mentre una delle solite tempeste infuria contro questa nostra magnifica Italia fascista; è una tempesta di carta stampata.
Questa inondazione di torbidi inchiostri, alla quale logicamente si collega l’oratoria isterica ed ipocrita di certi pulpiti anglicani, i quali sono sempre pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio altrui, mentre il loro è schiacciato da pesanti e secolari travi, non riuscirà minimamente a scuotere la nostra imperturbabile calma e la calma non meno imperturbabile di tutto il popolo italiano.
Alla malafede altrui, opponiamo la nostra indiscutibile lealtà; al castello delle menzogne altrui, il soffio impetuoso e travolgente della nostra verità; all’odio cieco altrui, il nostro consapevole disprezzo.
Siamo collaudati dall’assedio economico, che, dopo nove mesi, si è concluso con una resa: quella degli assedianti.
Tuttavia sarà necessario proclamare che queste cosidette campagne inscenate dai pacifisti di professione costituiscono la preparazione alle complicazioni e ai conflitti, per cui ancora una volta si dimostra che costoro sono i veri e temibili nemici di quella pace e di quella collaborazione europea che noi sinceramente vogliamo e pratichiamo coi fatti.
Si dice che il popolo italiano sia un popolo facile all’oblio. Errore! Errore! Uno dei tanti errori nei quali spesso cade l’osservatore straniero superficiale o ignaro. Il popolo italiano ha invece una memoria tenacissima e sa aspettare. Abbiamo aspettato quarant’anni per vendicare Adua, ma ci siamo riusciti!
E se anche questo un giorno potesse accadere, che le memorie inlanguidissero, saremmo qui noi a risvegliarle e a pungolarle.
Camicie nere!
Ricordare e prepararsi! Questo è il monito dell’odierna celebrazione.
Il giorno dopo rassicurò Franco che poteva «contare sull’aiuto dell’Italia fascista»151. Una formula ambigua che denota la sua incertezza. Lo conferma il telegramma che nella nottata del 25 inviò a Grandi mentre Ciano era in Iugoslavia. Un telegramma imbarazzato e infantilmente machiavellico, ma che dimostra che, pur non sapendo o volendo prendere una vera decisione, egli propendeva per un ritiro dei «volontari» su tempi brevi e alla luce del quale la frase «è chiaro che non darò ordine di ritirare i volontari se prima non ci sarà stata una netta rivincita» contenuta nell’altro telegramma inviato il giorno dopo al re152, per riferir gli del suo viaggio in Libia, della situazione in Spagna e della firma degli accordi con la Iugoslavia, assume un significato ben piú preciso di quello che a prima vista si sarebbe portati a darle: non legato alla prospettiva di una vittoria che decidesse le sorti della guerra civile, ma a quella, molto piú prosaica e «personale» di una rivincita del CTV che cancellasse l’«onta» di Guadalajara. Nel telegramma a Grandi153 Mussolini prima affermava che non avrebbe piú mandato altri uomini in Spagna, «né masse né gruppi»; poi aggiungeva che non avrebbe ritirato però quelli che vi erano «sino a quando non sarà vendicato l’insuccesso piú politico che militare di Guadalajara»; ma subito dopo precisava (pur cercando di nascondersi dietro l’atteggiamento degli spagnoli: «uno dei motivi che mi fa prospettare questa eventualità è atteggiamento degli stessi spagnoli che fu di dispetto dopo Malaga e oggi è indefinibile, ma non simpatico») le sue vere intenzioni: ottenuta la rivincita non escludeva «l’eventualità di un ritiro dei nostri reparti se gli altri beninteso si impegneranno a fare altrettanto». Che era sí la sua vecchia tesi, ma solo in apparenza, dato che, passando alle istruzioni relative alla posizione che Grandi avrebbe dovuto assumere in sede di Comitato per il non intervento, precisava:
Poiché circa il ritiro dei volontari si tratta di affidare l’esame del problema ad un sottocomitato tecnico, io credo che si possa accettare in tesi di principio tale proposta salvo poi approvarla come inapplicabile o a ritardarne l’applicazione sino a quando le nostre forze non si siano prese una completa rivincita che secondo quanto ci viene comunicato dalla Spagna potrebbe accadere fra dieci o quindici giorni.
Forse, se i maggiori esponenti del Foreign Office non fossero stati in quei giorni fuori sede per le vacanze pasquali e soprattutto se Grandi (al quale il «duce» aveva lasciato la scelta del momento piú opportuno per fare la sua démarche) non avesse ritenuto che «convenisse attendere che la polemica antifascista si smorzasse onde non rischiare tendenziose interpretazioni», questo telegramma di Mussolini avrebbe potuto modificare molte cose. Quello che è certo è che, appena rientrato da Belgrado, Ciano riuscí però a strappare a Mussolini l’autorizzazione ad ordinare a Grandi di soprassedere all’avvio di nuove concrete trattative per il ritiro dei volontari. Il che non vuole dire che lo avesse convinto a persistere sino in fondo nell’intervento. Ciò che Ciano dovette riuscire ad ottenere fu in pratica solo di prendere tempo, di non «precipitare» le decisioni, di stare a vedere quale sarebbe stato il nuovo corso delle operazioni, di attendere soprattutto l’«immancabile» e «necessaria» rivincita. Poi si sarebbe deciso... E ciò, certamente, giocando – oltre che sul suo machiavellismo – sul suo desiderio di non riconoscere il fallimento della propria politica, ma, al contrario, di confermarne la validità con una clamorosa rivincita sul campo e facendo leva al massimo su quanto von Hassel gli aveva già detto il 25 marzo (ma che, allora, non gli aveva impedito di dare a Grandi l’ordine di discutere il ritiro) e che i tedeschi, preoccupatissimi di un possibile ritiro degli italiani dalla Spagna, avevano preso a ripetere in tutti i toni: cioè che il Führer e tutti gli ambienti berlinesi erano convinti che egli era assolutamente risoluto a riportare una piena vittoria154. Una soluzione ambigua, che non risolveva nulla, continuava a far sprofondare l’Italia nelle sabbie mobili spagnole e le legava diplomaticamente le mani in un momento che poteva essere decisivo; ma che, dato lo stato d’animo in cui si trovava e i dubbi che lo assillavano, «razionalmente» doveva essere per Mussolini la piú facile, specie dopo che Ciano gli aveva fatto rinunciare a quella dettatagli dal suo «istinto politico». E questo anche se egli doveva nel suo intimo esserne scontento, «sentire» che era sbagliata e crucciarsene. Tanto è vero che 1) lo stesso Ciano, qualche giorno dopo avergli strappato la revoca delle istruzioni impartite a Grandi in sua assenza, doveva riconoscere con Cantalupo: «è molto turbato, teme di aver fatto un errore, deve ora decidere se insistere o svincolarsi»155; 2) il 20 aprile, l’incaricato d’affari francese a Roma, Blondel, riteneva vi fossero sintomi di un disimpegno italiano dalla Spagna e di una ricerca di accordo con l’Inghilterra156; e 3) ancora il 3 maggio, affrontando con von Neurath il problema spagnolo, Mussolini non avrebbe nascosto di essere ancora incerto e, non sapendo trovare una soluzione, si sarebbe arroccato dietro la vecchia speranza di una possibile rapida svolta della guerra civile.
Il Duce... – si legge nel verbale del colloquio redatto da Ciano157 – fa alcune osservazioni circa la lenta condotta delle operazioni da parte di Franco. Sarebbe suo intendimento di continuare ad aiutare il Generale Franco fino alla fine di maggio; poi, qualora niente di nuovo si fosse manifestato, mettergli questa alternativa: o andare avanti rapidamente, oppure ritirare le truppe italiane...
Trascorso un altro mese, dimostratosi che le conseguenze negative di Guadalajara, per gravi che fossero rispetto all’obiettivo di una «svolta» decisiva della guerra, erano tutto sommato meno drammatiche di quanto temuto sulle prime e attenuatasi anche l’ondata antifascista suscitata dalla sconfitta, Mussolini per un verso riacquistò sicurezza e per un altro tornò ad abbandonare quasi completamente a Ciano la gestione della politica estera. Di una reale possibilità di ritiro dalla Spagna non si parlò piú158. «Moralmente» Mussolini chiuse la pagina di Guadalajara il 26 agosto 1937 quando i legionari del CTV entrarono alla testa delle forze nazionaliste in Santander. Ufficialmente egli l’aveva però già chiusa il 17 giugno, quando «Il popolo d’Italia» aveva pubblicato un suo articolo (anonimo, ma cosí inconfondibile che nessuno ebbe dubbi su chi ne fosse l’autore), intitolato appunto Guadalajara, dal tono falsamente pacato e storicizzante, che voleva costituire la parola definitiva su tutta la vicenda, la sua vulgata ufficiale per gli italiani e per il mondo. «Tutt’al piú» Guadalajara era stato un «insuccesso», «che non poteva avere e non ha avuto conseguenze di carattere militare».
Un insuccesso che la speculazione antifascista è riuscita a gonfiare per un momento, onde rialzare il morale depresso delle masnade bolsceviche sul fronte spagnolo e sul fronte della terza internazionale. Piú che di un insuccesso, deve parlarsi di una vittoria italiana, che gli eventi non permisero di sfruttare a fondo.
Le truppe italiane si erano battute benissimo e si consideravano vittoriose. Se vi era stato un errore, questo era stato commesso dal comando quando aveva dato loro l’ordine di retrocedere. «Dei quaranta chilometri dell’avanzata, venti rimasero tuttavia in possesso dei legionari». Una cosa comunque era «certa come un dogma di fede, della nostra fede: anche i morti di Guadalajara saranno vendicati»159.
Nonostante la vendetta di Santander, politicamente Guadalajara rimase però per Mussolini ancora a lungo un problema aperto. Mentre per Ciano, che aveva voluto consapevolmente l’intervento in Spagna e ne aveva fatto il fulcro della sua politica, essa fu presto una pagina da dimenticare, per lui, che prima non aveva voluto l’intervento e poi l’aveva accettato un po’ per «dovere», un po’ trascinatovi da Ciano e dagli estremisti del partito e, comunque, sperandolo sempre breve, limitato e tale da non compromettere la sua libertà di movimento tra Inghilterra e Germania, rimase sin quasi alla fine della guerra civile spagnola una sorta di oscura tentazione del suo «senso del limite» e della sua sensibilità politica. Un ammonimento ricorrente a risolvere, costasse quel che costasse, la sua politica di intervento e a liberare l’Italia dalla palla al piede della Spagna, che egli non sarebbe mai stato capace di ascoltare e di cui cercò di liberarsi accollando nella sua mente alla preconcetta ostilità francese e soprattutto inglese la responsabilità di una situazione che, invece, era tutta sua, ma che, ciò nonostante, troppi accenni – anche con Franco160 – alla eventualità di un disimpegno italiano se la guerra non si fosse finalmente decisa stanno a dimostrare quanto dovesse assillarlo.
Non è nostra intenzione spiegare la politica estera fascista di questo periodo ricorrendo alla chiave della psicologia mussoliniana. Una simile spiegazione sarebbe doppiamente sbagliata, perché essa ebbe certamente delle motivazioni piú reali e perché dopo Guadalajara ben presto il «duce» – lo si è detto – tornò a delegarne in gran parte la guida a Ciano e si rinchiuse di nuovo nel suo isolamento. Ciò detto, siamo però anche convinti che per capire a fondo la fase politica successiva a Guadalajara (una fase assai importante e drammatica alla quale in genere non viene prestata l’attenzione che invece merita) sia impossibile prescindere dall’influenza che su di essa ebbe la psicologia mussoliniana, tanto direttamente quanto indirettamente, come fattore su cui giocarono cioè coloro che dovevano, italiani e stranieri, fare i conti con lui161.
Dopo Guadalajara, anche se non si sottrasse alle sabbie mobili spagnole ma anzi – per un verso, sperando di attraversarle piú rapidamente e, per un altro verso, temendo che lo scacco subito rendesse Hitler meno interessato all’accordo con l’Italia e potesse spingere Berlino ad accordarsi con Londra –, vi sprofondò ancora di piú, sino a sfiorare come non mai il limite della rottura con Londra162, Mussolini sentí vivissimo il desiderio di uscirne e si rese conto bene (certo meglio di Ciano163) che solo uscendone avrebbe potuto veramente riavviare il discorso con l’Inghilterra, scongiurare il pericolo, tutt’altro che ipotetico, che Londra e Berlino concludessero un accordo sopra la sua testa che lo avrebbe messo fuori gioco164 e ridare in tal modo una prospettiva effettiva alla sua politica con la Germania. E questo non solo dopo che col giugno (ritiratosi Baldwin dalla guida del governo britannico e sostituitolo Chamberlain) da Londra cominciarono a giungere segnali sempre piú chiari che anche il nuovo premier e una parte del suo governo erano desiderosi – nonostante le «perplessità» di Eden – di riavviare il discorso con l’Italia e di raggiungere con essa un accordo, ma non potevano farlo se non si trovava una soluzione per por fine all’intervento italiano in Spagna. Assai significativo è a questo proposito ciò che, «con tono spesso drammatico», già il 12 giugno egli disse all’ambasciatore von Hassel. Il perno della futura politica mondiale era nelle relazioni dell’Italia e della Germania con l’Inghilterra (l’importanza della Francia e dell’Urss era molto minore, dato che era sua convinzione che la prima stava andando verso una grave crisi sociale e la seconda era alla vigilia di serie convulsioni interne). Il suo piú vivo desiderio era quello di raggiungere un accordo generale con l’Inghilterra (riconoscimento dell’Impero, regolamento delle questioni relative alle colonie italiane e inglesi, Mediterraneo), anche se era chiaro che a Londra gli spiriti non erano ancora maturi per esso. Prima o poi ci si sarebbe però dovuti arrivare: in una lotta tra il leone britannico e il leopardo italiano, questo avrebbe potuto soccombere, ma il leone ne sarebbe comunque uscito cosí gravemente ferito da preferire, in previsione di ciò, l’accordo alla lotta. L’importante era che la Germania non si lasciasse sedurre dalle illusioni suscitate sistematicamente dall’Inghilterra per separare Berlino da Roma. L’Asse doveva rimanere unito: nessuna intesa vi doveva essere tra Berlino e Londra senza Roma e tra Roma e Londra senza Berlino165.
Ricostruire questo intrico di considerazioni politiche e di stati d’animo, spesso contrastanti, di Mussolini e di Ciano, questo tessuto di realismo e di velleità, di audacie, di paure e di fatalismo, di machiavellismi piccoli e grandi, di convinzioni radicate, di pregiudizi e di risentimenti, è indispensabile per capire veramente la politica italiana tra Guadalajara e la firma degli «accordi di Pasqua». Solo avendolo ben presente in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue interreazioni si capisce perché, nel timore che la Germania le sfuggisse e, al tempo stesso, nella speranza di indurre l’Inghilterra a passare sopra alla «pregiudiziale spagnola» pur di contrastare un ulteriore avvicinamento dell’Italia alla Germania, Roma (pressata dalle richieste tedesche perché inducesse il governo austriaco a dare «piena esecuzione» all’accordo dell’11 luglio dell’anno prima), da un lato – per bocca di Mussolini, il 22 aprile a Venezia – confermò a Schuschnigg di non volere l’Anschluss, ma da un altro lato fece filtrare, negli stessi giorni, la notizia (tramite P. Gentizon che aveva avuto un incontro con Ciano) che l’Anschluss era inevitabile («in Austria tutto ciò che è giovane è nazi») e fece scrivere da Gayda (noto in tutto il mondo come il piú autorevole portavoce di palazzo Chigi) che era imminente una partecipazione dei nazisti austriaci al governo di Vienna166. Salvare con questi piccoli machiavellismi l’Austria non era certo possibile. Sia Mussolini che Ciano se ne rendevano altrettanto certamente conto. Dire però che avessero già passato l’Austria sul conto perdite è difficile. Il 6 gennaio ’36, quando aveva aperto alla Germania e prospettato la soluzione di una satellizzazione dell’Austria, Mussolini lo aveva fatto perché si sentiva l’acqua alla gola, ma sperando che il tempo gli avrebbe permesso di impedire che attraverso la breccia da lui cosí aperta passasse l’Anschluss. Lo dimostrano l’aiuto e l’appoggio italiani nel ’36 al riarmo austriaco (sospesi solo quando fu evidente che continuarli avrebbe determinato una situazione insostenibile con Berlino) e l’ammonimento che personalmente il «duce» fece pervenire a Vienna un mese dopo l’accordo austro-tedesco dell’11 luglio: avete venti mesi di tempo per portare il vostro esercito a venti divisioni e per poter cosí «fare politica»167.
Anche se paventavano l’eventualità che la Germania sfuggisse loro e si accordasse con l’Inghilterra sopra la testa dell’Italia, né Mussolini né Ciano avevano cessato di sperare di poter salvare l’Austria, anche se il primo, in previsione del peggio, cominciava a precostituirsi l’alibi per cercare (come nel caso della Spagna) di scaricare eventualmente la responsabilità dell’Anschluss sugli austriaci e in particolare sulla loro «scarsa simpatia» e fiducia verso l’Italia168. In definitiva, essi pensavano, tutto sarebbe dipeso da come si sarebbero configurati i rapporti italo-inglesi. In attesa di ciò l’Austria poteva servire da esca, ma l’importante era che il luccio tedesco non la divorasse. Lo stizzito diniego col capo con cui Mussolini, pochi giorni dopo l’incontro veneziano con Schuschnigg, commentò l’affermazione di Göring che l’Anschluss era fatale169 è sintomatico. Ma, ancora piú, lo sono l’ultimo «machiavellico» tentativo concepito da Ciano dopo l’incontro che lui e il «duce» avrebbero avuto a Roma il 6 novembre ’37 con von Ribbentrop170 e durante il quale la sorte dell’Austria era apparsa loro ormai praticamente segnata e segnata su tempi brevi: quello di suggerire al governo austriaco di «legare le mani» a Hitler... aderendo al patto anti-Komintern171; e il fatto che dal famosissimo «memorandum Hossbach» risulta senza ombra di dubbio che nel novembre del ’37 (dopo cioè la visita di Mussolini in Germania e all’indomani dei colloqui romani di von Ribbentrop testé ricordati) persino Hitler considerava impossibile prevedere quale sarebbe stato l’atteggiamento italiano (specie se Mussolini non fosse stato piú vivo) al momento della realizzazione dell’Anschluss172. Tant’è che nei suoi piani la guerra di Spagna avrebbe dovuto durare il piú a lungo possibile: una rapida e totale vittoria di Franco non essendo da lui desiderata sia per tenere il piú a lungo possibile alta la tensione nel Mediterraneo (ed evitare un accordo italo-inglese) sia nella eventualità che la guerra civile si trasformasse in un conflitto anglo-franco-italiano che gli avrebbe permesso di risolvere la questione ceca e quella austriaca173.
Come si vede, il discorso ritorna sempre alla Spagna. In questa prospettiva la stessa visita di Mussolini in Germania dal 25 al 29 settembre 1937, per importante che sia stata, assume un valore minore di quello che in genere le viene attribuito. Assai importante sotto il profilo dell’immagine di unità e di potenza della Germania che il «duce» ne riportò e per il peso psicologico che negli anni successivi avrebbero avuto sul suo «senso dell’onore» alcune delle parole da lui pronunciate a Berlino, al Campo di maggio, a proposito della «solidarietà» che doveva animare i rapporti tra le due rivoluzioni e i due popoli174, essa fu politicamente meno importante di quanto si è spesso creduto. Rientrato in Italia, il 4 ottobre, Mussolini telegrafò da Forlí a Vittorio Emanuele III una prima brevissima relazione sulla sua visita che possiamo considerare del tutto attendibile e che è la migliore testimonianza del valore che egli le attribuiva175:
... mio viaggio a Monaco e Berlino ha avuto il carattere dimostrativo che si voleva. Unico colloquio di carattere politico quello nella casa privata del Führer a Monaco, durante il quale il Führer mi confermò che avrebbe continuato ad aiutare la Spagna coll’invio di mezzi. Goering viceversa mi parlò dell’Austria per assicurarmi che nessuna mossa sarebbe stata fatta in quella direzione senza una previa intesa coll’Italia. Mia impressione è che Reich non ha rinunciato all’Anschluss; attende solo che gli eventi maturino. La preparazione militare segue un ritmo molto accelerato ma allo stato degli atti non abbiamo nulla o poco da imparare. Nella stessa rivista militare di Berlino non mancarono gli sfasamenti e gli incidenti di tutte le riviste. Ho notato in tutti un atteggiamento di antipatia verso l’Inghilterra. Il popolo germanico ha avuto un contegno molto simpatico.
Di un viaggio di Mussolini in Germania (protocollarmente era il «duce» che doveva restituire la visita fatta in Italia da Hitler nel 1934) si era cominciato a parlare da tempo. Inizialmente a volerlo erano stati i tedeschi, interessati a legare a loro piú strettamente l’Italia. Il 23 gennaio Göring ne aveva parlato personalmente con Mussolini, dicendogli che «il Führer sarebbe straordinariamente lieto se il Duce volesse fare una visita in Germania». Mussolini gli aveva risposto che desiderava anche lui rivedere Hitler, ma non era andato oltre un’affermazione molto generica: una sua visita in Germania era «nell’ambito delle possibilità»176. Nei mesi successivi da parte tedesca si era tornati periodicamente alla carica, sia direttamente sia indirettamente, senza però che Roma desse seguito alla cosa. La decisione di massima di recarsi in Germania, probabilmente in autunno, Mussolini la prese e la comunicò al maresciallo von Blomberg solo ai primi di giugno, durante la rivista navale organizzata in onore dell’ospite nel golfo di Napoli177; quella definitiva fu presa ai primi di agosto; l’annunzio ufficiale fu dato il 3 settembre. La sequenza di queste date è significativa. La seconda metà di marzo, aprile, maggio (come ancora buona parte di giugno) erano stati mesi neri nei rapporti italo-britannici. La campagna della stampa inglese e francese contro l’Italia per le vicende spagnole e di Addis Abeba e per l’assassinio dei fratelli Rosselli e quella messa in atto per controbatterla dalla stampa italiana avevano toccato vertici mai raggiunti, tanto che l’8 maggio Roma, un po’ per rappresaglia un po’ per non far circolare certe notizie, aveva vietato l’ingresso in Italia di tutti i giornali inglesi ad eccezione del «Daily Mail», dell’«Evening News» e dell’«Observer» e aveva richiamato i giornalisti italiani a Londra, e il 25 giugno Farinacci (Troncare i rapporti) su «Il regime fascista» sarebbe arrivato a scrivere che, stando cosí le cose, era meglio per l’Italia una guerra con l’Inghilterra e la Francia subito, data la debolezza militare della prima e interna della seconda, piuttosto che quando sarebbe stato loro piú vantaggioso178. In quello stesso periodo si era invece delineata una notevole distensione nei rapporti tra la Germania e l’Inghilterra, tanto è vero che a metà giugno von Neurath avrebbe pensato di recarsi a Londra in visita ufficiale, accettando un invito inglese in questo senso. In questi frangenti Roma aveva tutto l’interesse di incalzare da presso Berlino e di far credere a Londra che tutto tra Italia e Germania filava nel migliore dei modi e che, anzi, grazie anche all’ostilità britannica, l’Asse faceva progressi. Da qui, prima, il discorso in Parlamento di Ciano del 13 maggio che, pur lasciando la porta aperta verso l’Inghilterra, metteva l’accento sul «parallelismo di politiche tra Italia e Germania» e sul continuo rinsaldamento della «feconda collaborazione» tra i due paesi179, poi l’annuncio di Mussolini a von Blomberg che accettava l’invito di Hitler, senza tuttavia dargli un immediato seguito. Rasserenatosi con la seconda metà di giugno l’orizzonte inglese (il 21 luglio furono revocati i provvedimenti contro l’introduzione della stampa d’oltre Manica) e avviati i contatti tra Roma e Londra per una revisione dei rapporti tra i due paesi, si potrebbe credere che per Mussolini il viaggio in Germania dovesse perdere di interesse. In realtà non era cosí. In primo luogo perché, in previsione di uno sviluppo positivo dei contatti con gli inglesi, il «duce» aveva tutto l’interesse a non allarmare troppo Hitler e poi perché, secondo il suo solito, egli voleva trattare con Londra dalla posizione piú forte possibile e, quindi, era interessato a far pesare al massimo sui negoziati i suoi «ottimi» rapporti con Berlino. Tipico in questo senso è il discorso da lui pronunciato il 20 agosto a Palermo180. Fermo, ma nella sostanza estremamente conciliante verso l’Inghilterra:
quando ritorno a riflettere sull’ultimo biennio delle nostre relazioni con Londra, io sono portato a concludere che al fondo c’è stata una grande incomprensione: l’opinione era rimasta indietro, si aveva dell’Italia una concezione superficiale e pittoresca, di quel pittoresco che io detesto. Non si conosceva ancora questa giovane, risoluta, fortissima Italia. Ora, con gli accordi di gennaio, ci fu un chiarimento della situazione; poi accaddero degli episodi incresciosi, sui quali in questo momento è inutile ritornare. Oggi c’è di nuovo una schiarita all’orizzonte. Considerando la comunità delle frontiere coloniali, io penso che si può arrivare ad una conciliazione duratura e definitiva tra la via e la vita.
Cosí l’Italia è disposta a dare la sua collaborazione a tutti i problemi che investono la vita politica europea.
E, al tempo stesso, rassicurante verso la Germania e, quindi, indirettamente ricattatorio verso Londra:
non si arriva a Roma ignorando Berlino o contro Berlino, e non si arriva a Berlino ignorando Roma o contro Roma. Tra i due regimi c’è una solidarietà in atto: voi mi intendete quando dico che c’è una solidarietà in atto. Sia detto nella maniera piú categorica che noi non tollereremo nel Mediterraneo il bolscevismo o qualcosa di simile.
In secondo luogo perché, dopo le prime incoraggianti battute, il riavvicinamento anglo-italiano aveva subito un brusco arresto in conseguenza della gravissima situazione venutasi a determinare nel Mediterraneo in seguito ad alcuni siluramenti di navi repubblicane spagnole e neutrali ad opera di «misteriosi» sommergibili che tutto lasciava ritenere fossero italiani. Come vedremo tra poco, ciò stava determinando una situazione non solo del tutto nuova, ma che sembrava minacciare di poter arrivare al limite della completa rottura. Da qui, in agosto, quando la visita di Mussolini avrebbe dovuto servire per premere su Londra e per rassicurare Berlino, l’avvio della sua preparazione. Poi, il 3 settembre, quando il quadro internazionale stava ormai mutando completamente e stava facendosi per Roma sempre piú nero, il suo annunzio ufficiale, come una sorta di alto là nei confronti dell’Inghilterra e della Francia e – al solito – anche di vengo teco nei confronti della Germania, tutt’altro che propensa a farsi coinvolgere nelle avventuristiche operazioni italiane a sostegno di Franco. Salvo alla fine – resisi conto di aver teso troppo la corda e di non poter fare affidamento in caso di crisi sulla Germania ed entrati nell’ordine di idee di cercare di sdrammatizzare i rapporti con Londra e Parigi (deciso, in parole povere, di rinunciare all’uso dei sommergibili per bloccare i rifornimenti ai «rossi») – ridare alla visita in Germania quel carattere essenzialmente «dimostrativo» che Mussolini e Ciano le avevano voluto dare ai primi di agosto, quando ne avevano avviata concretamente la preparazione e che essa – come il «duce» telegrafò al re – effettivamente ebbe. «Carattere dimostrativo» che prova, da un lato, la larga strumentalità della politica di Mussolini verso la Germania rispetto a quella verso l’Inghilterra e, da un altro lato, il decisivo condizionamento su questa di quella attuata in Spagna. Un condizionamento di cui Mussolini si rendeva conto, ma di cui non riusciva a liberarsi e che ebbe un peso decisivo su tutta la sua strategia politica, sino a determinarne praticamente la paralisi prima e il fallimento poi.
Pur incapace di una vera decisione, nei primi mesi dopo Guadalajara Mussolini si mosse in Spagna con una certa cautela. Durante le operazioni di primavera il CTV fu quasi completamente tenuto in riserva181. E lo stesso avvenne in estate, con la sola eccezione della sua partecipazione in forze all’offensiva su Santander (dopo di che fu nuovamente ritirato dalle prime linee e sino alla primavera del ’38 partecipò a pochissime operazioni). In questo periodo fu curata soprattutto la sua riorganizzazione182. A parte 72 apparecchi da caccia, destinati ad assicurare ai nazionalisti la superiorità aerea, assai limitati furono anche gli invii di rifornimenti e di rinforzi: a tutto agosto non arrivarono in Spagna che 1 500 uomini183.
Questa relativa cautela si spiega solo in parte con la necessità di riorganizzare il CTV. Non è difficile pensare che ad essa contribuissero anche l’incertezza di Mussolini e il desiderio, suo e di Ciano, di non drammatizzare vieppiú i già tanto scossi rapporti con l’Inghilterra e, anzi, di cercare di migliorarli. E ciò tanto piú dopo che – assunta Chamberlain la guida del governo inglese – cominciarono a giungere i primi segnali di un possibile mutamento di atteggiamento di Londra a conferma delle previsioni di Grandi del marzo-aprile184 sul prender corpo tra una parte dei conservatori di una tendenza a cercare un accordo con l’Italia (previsioni che avevano contribuito ad indurre Grandi a non dare subito seguito al telegramma di Mussolini del 25 marzo al fine di non indebolire in anticipo la forza contrattuale italiana). Lo autorizza a pensarlo il fatto che, appena l’ambasciatore inglese a Roma Drummond, il 19 giugno, fece un primo cauto sondaggio d’apertura con Ciano, questi si affrettò ad inviare a Grandi il resoconto del colloquio, accompagnandolo con una lettera che è per noi del massimo interesse, dato che dimostra, da un lato, quanto – nonostante il tono ingenuamente freddo e distaccato da lui usato – a Ciano e a Mussolini (l’accenno alle «direttive superiori» è chiaro) stesse a cuore l’accordo con l’Inghilterra e, pur di raggiungerlo, fossero disposti ad accontentarsi di ben poco e, da un altro lato, quanto Ciano sottovalutasse l’ostacolo spagnolo185:
Caro Grandi,
Ti ho mandato il resoconto di un mio colloquio con Drummond. Per quanto egli abbia premesso di parlare a titolo puramente personale, mi sembra che il tono della sua conversazione sia tale da lasciar facilmente riconoscere l’imbeccata ufficiale. D’altra parte le sue parole non differiscono molto da quelle che recentemente ha avuto occasione di dirti Eden.
Dalla mia risposta a Drummond ti potrai facilmente rendere conto di quelle che sono le direttive superiori. Allo stato degli atti un ravvicinamento con l’Inghilterra non solo appare possibile, ma anche desiderabile. Bisogna però che si tratti di un ravvicinamento completo e di una chiarificazione integrale che non lasci zone di nebbia o di ombra. Quando abbiamo concluso il gentlemen’s agreement, ’da una parte e dall’altra si è ritenuto che su certi punti si poteva scivolare, nella speranza che il tempo sarebbe da solo valso ad arrotondare quegli angoli che allora non potevamo smussare noi. Invece alla prova dei fatti è stato proprio nel settore dell’ombra che le complicazioni si sono manifestate.
Ciò insegna per il futuro. Se ad una chiarificazione si vuole e si può arrivare, bisogna che essa sia totalitaria. Prima cosa riconoscimento dell’impero: riconoscimento giuridico senza ombra di equivoci o di polemiche, che dia la certezza a noi e alle popolazioni indigene dell’Impero che l’Inghilterra non intende mai piú tornare sul passato. Ciò fatto, credo che molto altro da aggiungere non lo avremo. Esiste, è vero, il problema spagnolo, ma mi sembra che ormai gli inglesi abbiano dovuto convincersi che non nutriamo ambizioni di sorta nei confronti della penisola iberica e che in ultima analisi la lotta che abbiamo condotto e che vittoriosamente conduciamo in Spagna serve, oltre la nostra causa, anche quella stessa dell’Inghilterra, che una installazione di regime bolscevico non può desiderare né in Spagna, né altrove.
Tu sul posto conosci certamente in modo perfetto uomini e stati d’animo. Non tocca quindi a me di darti suggerimenti o consigli. Ma se credi venuto il momento, senza d’altra parte far niente di precipitato o di frettoloso, per far comprendere agli inglesi che da parte nostra siamo pronti, in determinate eque condizioni, a stringere la mano che essi mostrano di tenderci, potrai senz’altro farlo.
L’occasione buona potrebbe essere quella della tua partenza in breve congedo. Prima di partire, potresti cercare di incontrarti con Chamberlain, dirgli quanto io stesso ho detto a Drummond e quanto sopra ti ho brevemente accennato, e chiedergli infine se egli non desidera che tu venendo a Roma porti un messaggio del nuovo Capo del Governo, al Duce. Questo tuo passo potrebbe servire a rompere il primo ghiaccio. Ed è mia impressione che forse dopo il ghiaccio possa sciogliersi con una certa facilità.
Per quanto riguarda la visita di Neurath, non ho niente da segnalarti di particolare. Su ogni punto siamo d’accordo, ed anche lui cercherà di dare un contributo al ravvicinamento tra Roma e Londra che, come tu ben sai, noi non ricerchiamo con la minima ansia, ma che d’altra parte non intendiamo dogmaticamente respingere.
A questo punto, prima di procedere oltre nel nostro discorso, è necessario aprire una parentesi. Qualche giorno prima che si verificassero i fatti di cui stiamo parlando, il 9 giugno ’37, a Bagnoles-sur-l’Orne, in Francia, Carlo e Nello (che si era recato a trovare il fratello) Rosselli erano stati uccisi da un gruppo di cagoulards che aveva tentato di camuffare il delitto in modo da cercare di attribuirlo a contrasti interni dell’antifascismo (tesi poi sostenuta anche dalla stampa fascista). Sulla origine del delitto vi è ben poco da dire. La documentazione oggi disponibile prova senza ombra di dubbio che il delitto fu commesso su mandato del SIM e che la uccisione di Carlo Rosselli era stata studiata almeno dal febbraio, nel quadro di un’azione volta a sopprimere varie «persone incomode» e cioè esponenti attivi dell’antifascismo impegnati nel sostegno della Spagna repubblicana e nella denuncia dell’intervento italiano contro di essa. Mentre le indagini e i procedimenti penali svoltisi in Francia contro gli esecutori materiali del delitto e i loro capi francesi non hanno mai ufficialmente affrontato il problema dei mandanti stranieri186, gli elementi emersi nel corso di quelli svolti in Italia dopo la caduta del fascismo non lasciano dubbi, anche se, alla fine, la serie dei processi celebrati si è conclusa con un’assoluzione generale. Come ha scritto G. Salvemini, che piú di ogni altro ha approfondito le vicende del delitto e dei processi ai quali esso ha dato luogo187, è certo che «il delitto fu compiuto dai cagoulards francesi per mandato ricevuto da un ufficiale del SIM italiano, Navale; che costui ricevé il mandato dal suo superiore nel SIM Emanuele; che costui lo ricevette certamente da Galeazzo Ciano»188. Storicamente la questione potrebbe considerasi a questo punto chiusa. In sede di biografia di Mussolini è però impossibile non chiedersi quale fu la parte del «duce» nel crimine. Secondo Salvemini189 «è assai difficile per non dire impossibile» pensare che Ciano avesse agito di testa sua «e non per eseguire una volontà di Mussolini». Probabilmente Salvemini ha ragione. Un dubbio però resta. È possibile che Mussolini – che, oltre tutto, sapeva benissimo per l’esperienza fatta dopo il delitto Matteotti i rischi insiti in questo genere di cose – potesse credere che la soppressione di un uomo della notorietà di Carlo Rosselli non avrebbe danneggiato la sua immagine all’estero e la sua politica? E, soprattutto, che – per convinto che fosse che le «ragioni politiche» erano piú forti di tutto – potesse correre in quel momento il rischio di provocare una levata di scudi contro di lui che avrebbe potuto bloccare o almeno rinviare nel tempo la tanto desiderata ripresa del discorso con Londra? E ciò tanto piú dati i segnali positivi che in questo senso venivano – lo si è detto – già dal marzo-aprile e, come non bastasse, dovendo essere al corrente delle voci che, sin dai tempi della guerra d’Africa190, davano Rosselli in contatto con Eden, con colui cioè che egli, non a torto, considerava il maggior ostacolo al riavvicinamento con Londra. Pur consapevoli che il problema non potrà quasi certamente essere mai risolto, c’è da chiedersi se tutta l’«operazione persone incomode» e, dunque, l’assassinio dei Rosselli non fossero nati – come ha sempre detto di ritenere il colonnello Emanuele191 – a insaputa di Mussolini, come una iniziativa personale di Ciano, e che questi, nella sua leggerezza, non ne avesse piú seguito gli sviluppi e, quindi, non l’avesse piú potuta fermare. Che è poi la spiegazione che sembra adombrasse lo stesso Mussolini parlando, nel luglio ’37, con Y. de Begnac192:
anche la tragedia Rosselli diventerà problema di Stato. Altri due morti attraverso la nostra strada. La storia deciderà sul perché della loro sorte. Non sempre il potere arriva a controllare le azioni dell’apparato che lo rappresenta.
Con ciò – sia chiaro – non vogliamo assolvere Mussolini, ché, in ogni caso, di questo come di altri delitti del fascismo ebbe certamente la responsabilità che discende dall’aver creato e lasciato creare il clima morale in cui queste cose potevano avvenire e dall’essersi circondato di uomini capaci di concepirle e farle eseguire. Né vogliamo dire che egli non fosse capace di pensarle e di ordinarle anche personalmente, ché l’ordine da lui dato nel febbraio ’39 di fucilare tutti gli italiani che avevano combattuto con i «rossi» e che erano stati fatti prigionieri in Spagna («i morti non raccontano la storia»)193 parla chiaro. La ragione del nostro interrogativo è tutt’altra: cercare di mettere il piú possibile a fuoco l’atteggiamento politico, il modus operandi, la psicologia di Mussolini in questo momento. È infatti evidente che, se si potesse stabilire con certezza che il «duce» era al corrente di quanto si andava organizzando contro Rosselli e non lo impedí, bisognerebbe concludere che il suo realismo era ormai o molto indebolito (da non fargli pensare alle conseguenze) o fortissimo (da renderlo sicuro che ripercussioni gravi a livello di «grande politica» non vi sarebbero state): due conclusioni che, però, alla luce del suo comportamento politico complessivo in questo periodo non ci paiono, né l’una né l’altra, accettabili. Detto questo, chiudiamo la parentesi e torniamo alle relazioni anglo-italiane e all’influenza su di essa delle vicende spagnole.
All’ambasciata italiana a Londra la lettera di Ciano del 20 giugno fu accolta come «il cacio sui maccheroni». Dal momento in cui si era concluso il conflitto etiopico Grandi era personalmente tutto teso a ricostruire l’amicizia italo-inglese. Già l’anno precedente egli aveva avuto una parte notevole nel preparare il gentlemen’s agreement, anche se Ciano aveva voluto poi negoziarlo personalmente a Roma, tagliando praticamente fuori dalle trattative l’ambasciata di Londra. Diventato primo ministro Chamberlain, Grandi aveva già mosso le prime pedine, convinto che il momento favorevole fosse finalmente arrivato. Ora, dopo la lettera di Ciano, si buttò a capofitto nell’operazione, pronto – se necessario – a servirsi di tutti i mezzi, persino a far dire a Chamberlain e Mussolini piú di quanto erano disposti a dire, pur di creare tra loro quella «fiducia» che sola avrebbe potuto permettere l’avvio di quel negoziato che entrambi volevano, ma che, nella loro reciproca diffidenza, entrambi temevano potesse naufragare con gravi conseguenze per il loro prestigio e la loro politica. Ripercorrendo dopo la conclusione degli «accordi di Pasqua» nel suo diario194 le varie fasi della vicenda, Grandi ha cosí narrato i retroscena dell’avvio dei negoziati:
Sin dal giugno, e cioè dall’avvento di Chamberlain a Downing Street, ho creduto che egli era il solo uomo col quale ci si sarebbe potuti intendere.
Ho «sentito» che io dovevo assolutamente fare di tutto per determinare una comprensione psicologica tra il Duce e Chamberlain. Ero sicuro che se fossi riuscito a creare un senso di simpatia, di stima per la buona fede reciproca fra Mussolini e Chamberlain forse si sarebbe potuti venire ad un chiarimento definitivo fra noi e l’Inghilterra.
È dal mese di giugno che mi sono messo a lavorare a tale scopo. Ho sentito che vi era un solo terreno sul quale battere Eden. Eden era fissato nell’idea di dimostrare la cattiva fede di Mussolini. Bisognava distruggere questo piano di Eden cercando di dimostrare a Chamberlain la buona fede di Mussolini.
Questo è stato il criterio direttivo di tutta la mia azione «personale» dal giugno al febbraio di quest’anno. Determinare in Chamberlain la stima e la fiducia per Mussolini non bastava tuttavia. Occorreva una cosa ancora piú difficile: determinare in Mussolini la stima e la fiducia per Chamberlain. Questo era piú difficile ancora. Eppure ci sono riuscito. In che modo?
Ho cercato di «avvicinare» personalmente questi due uomini, sia pure da lontano, e cosí mentalmente distanti.
Nei miei rapporti a Roma ho fatto di Chamberlain una pittura assai piú ottimistica di quello che egli fosse effettivamente, rappresentandolo come un amico dell’Italia ed un ammiratore del Duce, molto piú «amico» e «ammiratore» di quello che Chamberlain fosse effettivamente. Ho «inventato» io stesso un messaggio di Chamberlain al Duce nel giugno del 1937, durante il periodo dell’Incoronazione, ossia durante uno dei momenti piú delicati e piú difficili delle relazioni italo-inglesi. Per la verità Chamberlain non mi ha incaricato mai di un messaggio per il Duce. Le cose andarono cosí. Durante il pranzo al Foreign Office per il birth day di Re Giorgio VI Eden presentò al nuovo Primo Ministro (da pochi giorni nominato dopo le cerimonie dell’Incoronazione) tutti gli ambasciatori. Chamberlain trattenne ciascuno di noi per qualche minuto dicendo delle parole cortesi ad ognuno. A me disse delle parole cortesi, ma non con un determinato significato politico. Mi bastarono tuttavia per una comunicazione a Roma nella quale «esagerai» volutamente il carattere di queste innocue parole di Chamberlain e il loro aspetto di riguardo per la persona del Duce, aspetto che Chamberlain non si sognò affatto di darvi...
Cominciata a rompere la diffidenza di Roma, cosí da rendere Mussolini e Ciano piú disposti a raccogliere vari segnali che intanto erano cominciati ad arrivare anche da parte inglese, e ricevuto il via libera da Ciano, Grandi intensificò al massimo la sua azione concentrandola adesso tutta su Chamberlain e ancor piú sul suo entourage di partito che sapeva proiettato ancor piú del premier sulla prospettiva di un accordo con Roma. In un paio di settimane quest’azione dette i primi frutti. Il 12 luglio Grandi poteva scrivere a Ciano che nei giorni immediatamente successivi sarebbe arrivato a Roma Adrian Dingli, un maltese, consulente legale dell’ambasciata e al tempo stesso uomo di fiducia di Joseph Ball, intimo amico di Chamberlain, capo dell’Organizzazione di propaganda del governo e consulente politico del Partito conservatore. Dingli, della cui missione «assolutamente non ufficiale» il premier era al corrente, avrebbe voluto incontrare Ciano per verificare le effettive possibilità di una détente generale nelle relazioni tra i due paesi e sondare la sua posizione su alcuni punti particolari195. Il 16 e il 17 luglio Dingli ebbe due incontri con Ciano sui quali redasse un ampio resoconto196 che, appena rientrato a Londra, consegnò a Ball e questi a Chamberlain, che ne dovette essere pienamente soddisfatto se pochi giorni dopo, scavalcando di fatto il Foreign Office (tutt’altro che convinto della buona fede di Mussolini e in quei giorni particolarmente in allarme per le notizie di un prossimo rafforzamento delle guarnigioni italiane in Libia197), accettò una richiesta di colloquio di Grandi, trasmessagli, il 21 luglio, tramite Eden.
L’incontro tra i due ebbe luogo il 27 mattina a Downing Street. Grandi fu abilissimo, addirittura mefistofelico. Ripetendo un «giochino» già abbozzato il 21 con Eden (su cui però non aveva avuto effetto), inventò per Chamberlain un «messaggio» di Mussolini, illustrandogliene il contenuto e via via commentandoglielo, ma senza ovviamente darglielo in mano. Poi passò al contenzioso politico che divideva i due paesi. Infine, vistolo finalmente convinto della volontà di Mussolini di giungere ad un accordo, gli «strappò» (Chamberlain dirà lo «incoraggiò» a scrivere) quella lettera per il «duce» che a lui, Grandi, era necessaria per soddisfare la vanità di Mussolini e per indurlo a superare le sue ultime incertezze e imboccare la strada delle trattative198. Una lettera vera, questa volta, al contrario dell’inesistente «messaggio» mussoliniano («Sono io che ho domandato a Chamberlain di scrivere a Mussolini come rispondesse al messaggio, che per la verità era immaginario, perché il Duce mai mi aveva incaricato di un messaggio di questo genere»199), nella quale il premier scriveva:
Caro signor Mussolini,
ho avuto un lungo colloquio questa mattina con il conte Grandi che mi ha portato il messaggio che voi avete avuto la gentilezza di inviarmi. Indubbiamente egli vi riferirà ciò che gli ho detto ma desidero inviarvi una nota personale e il conte Grandi mi ha incoraggiato a scrivere.
Anche se ho trascorso alcune delle mie piú felici vacanze in Italia sono ora passati diversi anni da quando ho visitato il vostro paese ed è perciò che con mio grande rincrescimento io non ho mai avuto l’opportunità di incontrare vostra Eccellenza. Ma ho spesso sentito mio fratello, sir Austen, parlare di voi e sempre con la massima stima. Era solito dire che voi eravate «un’ottima persona con cui trattare».
Da quando sono diventato primo ministro sono stato afflitto dal vedere che le relazioni tra l’Italia e la Gran Bretagna sono ancora lontane da quel vecchio sentimento di mutua fiducia e affetto che è durato per tanti anni. Malgrado l’amarezza provocata dall’affare abissino io credo che è possibile restaurare quei vecchi sentimenti se possiamo solo spazzar via le incomprensioni e i sospetti infondati che offuscano la nostra reciproca fiducia.
Io perciò accolgo di tutto cuore il messaggio che mi avete inviato e desidero assicurarvi che questo governo è mosso solo dai piú amichevoli sentimenti verso l’Italia e sarà pronto in qualsiasi momento ad aprire conversazioni con l’intento di chiarire l’intera situazione e di rimuovere tutte le cause di sospetto e incomprensione.
Quattro giorni dopo, il 31 luglio, Mussolini rispose a Chamberlain con una cordialissima lettera nella quale diceva di condividerne il giudizio e il desiderio che fosse «possibile ricondurre le relazioni tra i nostri due paesi sul piano di una cordiale e proficua collaborazione»:
Gli interessi dell’Italia e della Gran Bretagna non sono contrastanti né in Mediterraneo né altrove. Anzi essi possono costituire attraverso la loro pacifica coesistenza un motivo di piú attivo incremento allo sviluppo dei nostri rapporti.
Se, come V. E. accenna, l’atmosfera è in alcune zone ancora oscurata da nubi di infondati sospetti e malintesi, una completa e franca chiarificazione dei reciproci intendimenti varrà certamente a ristabilire quella mutua fiducia sulla quale deve basarsi ogni vitale intesa internazionale.
A tale scopo sono lieto di accogliere l’idea avanzata da V. E. di iniziare delle conversazioni durante le quali dovranno venire esaminate in uno spirito di sincera collaborazione quelle questioni che attendono di essere risolte ai fini di un ritorno all’auspicata intesa italo-britannica.
Nelle sue memorie, stese in Portogallo nel 1944, Grandi avrebbe definito questa lettera
calda, scritta con tono di sincerità, e scritta visibilmente da lui medesimo. Lo stile di Mussolini era inconfondibile. Mussolini si dichiarava disposto a seguire il Premier nella sua proposta. Il ghiaccio era rotto. Un rapporto di fiducia personale si era creato fra i due uomini. Non si trattava se non di reciproche dichiarazioni di buona volontà generica, ma già era sembrato ed era moltissimo. La notizia di questo scambio di lettere fu data alla stampa. Essa determinò una distensione immediata tra i due paesi, dimostrando come artificioso e irreale fosse lo stato dei rapporti tra Roma e Londra. Essa dimostrò altresí che la situazione dei rapporti tra Roma e Berlino era ancora ben lungi dall’essere una posizione definitiva.
Eppure se si leggono le pagine di diario dello stesso Grandi scritte nei mesi successivi lo scambio di lettere si trova un’affermazione nettamente in contrasto con queste parole e che lascia allibiti: nelle settimane che seguirono il 31 luglio Mussolini avrebbe sperato «di trascinare la Germania alla guerra contro l’Inghilterra»200. Come è possibile spiegare due giudizi cosí contrastanti? Cerchiamo di capirlo.
Apparentemente a fine luglio la strada verso il tanto auspicato accordo generale era aperta. In realtà invece esso era ancora in alto mare. E non perché Mussolini e lo stesso Ciano non lo volessero. Sulla sua strada vi erano due ostacoli che Grandi non aveva previsto. Uno era la situazione spagnola, le eterne sabbie mobili spagnole nelle quali Mussolini con la sua incapacità di dare un taglio netto all’intervento italiano stava per sprofondare ancora una volta di piú, aiutato a ben morire dai tedeschi che se una cosa non volevano era che l’accordo anglo-italiano chiudesse loro le porte dell’Austria e della Cecoslovacchia. L’altro – probabilmente piú inconsapevolmente che consapevolmente – era Ciano, che, invece di spingere Mussolini a battere il ferro mentre era caldo, preferí rinviare l’inizio dei negoziati a fine settembre e non fece nulla per spianarne la strada. Dire con certezza perché non è facile. Alcune ipotesi però si possono fare. Innanzitutto una, di tipo personale, meschino, ma da non sottovalutare: cosí come l’anno prima, Ciano voleva sottrarre a Grandi la gestione dei negoziati, per poi attribuirsene tutto il merito201. Da un altro lato Ciano voleva far fare «anticamera» agli inglesi, far «capire loro» che l’Italia fascista non aveva fretta. Da un altro lato ancora, pur avendo sempre teso all’accordo, non doveva aver idee precise sul suo effettivo contenuto: da qui il suo desiderio di prepararsi con calma ad esso e – credendolo ormai a portata di mano – di escogitare come farlo «rendere» di piú. E, infine, doveva esservi il desiderio, per un verso, di preparare in qualche modo il terreno con i tedeschi, specie ora che Mussolini si era lasciato andare con von Blomberg a parlare di un suo prossimo viaggio «probabilmente in autunno» in Germania, e, per un altro verso, di far pesare sui negoziati con Londra l’ulteriore «rafforzamento» dell’Asse che il viaggio avrebbe accreditato202. Inviandogli la lettera di Mussolini per Chamberlain, Ciano cosí scriveva a Grandi:
Il Duce pensa che le conversazioni debbano avere luogo a Roma. Ciò è certamente giusto e conveniente. Epoca: dalla seconda metà di agosto in poi.
Adesso, o almeno tra breve avranno luogo le manovre. Roma, praticamente, si sposta in Sicilia. Converrà attendere il ritorno. D’altra parte all’accordo pubblico con gli inglesi non è possibile arrivare se non dopo il riconoscimento dell’Impero: non credo che con tutta la sua buona volontà, Chamberlain possa farlo prima che Ginevra non abbia sciolto i singoli Governi dall’obbligazione collettiva. Quindi fine settembre. Allora, meglio che adesso, potremo giudicare con qual gesto sarà bene suggellare solennemente la ripresa della vecchia collaborazione.
Intanto conviene esaminare l’agenda delle conversazioni. Noi molti suggerimenti da fare non ne abbiamo: per quanto riguarda il Mediterraneo l’accordo del 2 gennaio è esauriente o quasi, a meno che non si voglia scendere in problemi specifici.
Sarà necessario invece definire con chiarezza i rapporti tra l’Impero e le limitrofe colonie britanniche. Materia da fare trattare particolarmente dagli esperti politici e coloniali. Londra dovrebbe mandarci i suoi.
Credo che gli inglesi avranno altri punti da sottoporre all’esame. Radio, propaganda nei paesi Arabi, armamenti in Libia, forse Palestina, forse Accordo Navale ecc. Si potrà anche parlare, tra le altre forse numerose cose omesse, dell’Arabia e del Mar Rosso. Questioni tutte che potranno essere studiate ed, a mio avviso, risolte senza trascendentali difficoltà.
Piú che nella materia, l’ostacolo era negli spiriti. Se in buona fede ci si mette intorno ad un tavolo, l’accordo può con una certa facilità venire raggiunto. Il primo colpo di vento ha già spazzato molte nubi – o, per lo meno, le ha smosse. Il che è già molto, quando si pensa all’atmosfera plumbea che, ancora pochi giorni or sono, gravitava sull’Europa203.
La lettera di Ciano è incredibile, di una superficialità politica piú unica che rara, che lascia trapelare la convinzione non di dover andare ad una difficile trattativa, ma di avere ormai in tasca un successo clamoroso: la pretesa di poter ottenere il riconoscimento dell’impero prima di avviare i negoziati è eloquente. E, soprattutto, essa non prendeva in considerazione, neppure per incidens, lo strettissimo collegamento che esisteva e che non poteva non venir stabilito dagli inglesi in sede di trattative, tra la questione spagnola e i rapporti anglo-italiani. Una lettera che lasciò Grandi allibito e spaventato, al punto che, di fronte agli avvenimenti che si sarebbero verificati in agosto e in settembre, sarebbe arrivato a pensare per vari mesi che a Roma in realtà non si voleva l’accordo, ma, tutto al contrario, si mirava alla guerra. Salvo successivamente ricredersi e convincersi che la colpa di tutto doveva essere equamente divisa tra i maneggi tedeschi per bloccare l’accordo, l’inconsistenza politica e l’ambizione di Ciano e l’incapacità psicologica di Mussolini di esporsi al rischio di essere accusato di debolezza ritirandosi dalla Spagna.
Il 2 agosto Grandi consegnava a Chamberlain la lettera di Mussolini; il giorno successivo Ciano rilasciava all’Universal News Service una intervista pienamente in linea con il nuovo sviluppo che le relazioni italo-inglesi stavano prendendo; una settimana dopo il Foreign Office cominciava a studiare i vari aspetti delle prossime trattative. Lo stesso giorno al largo della costa spagnola una nave cisterna inglese subí un attacco aereo. Nei giorni successivi altre navi, spagnole e neutrali, vennero attaccate nel Mediterraneo, sin al largo della costa turca, da aerei e da misteriosi sommergibili che era difficile non ritenere italiani o forniti a Franco dall’Italia. Cosa stava succedendo? Cosa poteva aver indotto Roma ad una serie di atti cosí gravi che non potevano non riportare la questione spagnola in primissimo piano, sollevare l’indignazione generale e mettere in crisi la détente appena stabilita con Londra?
Nel Mediterraneo la situazione era andata peggiorando sin da maggio-giugno, quando alcune navi italiane e tedesche in servizio di perlustrazione al largo delle coste spagnole nel quadro delle misure adottate dal Comitato londinese per il non intervento erano state attaccate da aerei repubblicani. Gli italiani, all’inizio, si erano limitati a protestare presso il Comitato. I tedeschi invece avevano reagito all’attacco subito il 29 maggio dalla «Deutschland» bombardando per rappresaglia Almeira e comunicando al Comitato di aver deciso di «cessare di prendere parte al piano di controllo» e ai lavori del Comitato stesso sino a quando non avessero avuto garanzie che fatti del genere non si sarebbero piú ripetuti. Come ha scritto il Coverdale204,
la decisione tedesca era stata presa senza consultare l’Italia e senza averla in precedenza informata. In risposta a una richiesta di spiegazioni da parte italiana, von Neurath disse che sarebbe stato meglio per l’Italia continuare ad essere presente nel Comitato di non intervento; ma Mussolini non era disposto a seguire una linea d’azione diversa da quella tedesca, ritenendo che una tale condotta avrebbe potuto dare adito a speculazioni circa divergenze di vedute tra i due paesi con l’unica conseguenza di indebolire la loro influenza. Egli perciò diede istruzioni a Grandi di informare il comitato che le navi italiane sarebbero state ritirate dall’attività di perlustrazione e che l’ambasciatore italiano non avrebbe piú partecipato alle sue riunioni.
La decisione tedesca ed italiana aveva molto allarmato Parigi e soprattutto Londra (che aveva anche temuto che all’origine di tutto ci fosse un piano sovietico per far naufragare completamente la politica di non intervento) che si erano adoperate per far recedere Berlino e Roma da essa. Il 18 giugno i tedeschi avevano però denunciato un nuovo attacco e quattro giorni dopo, avendo i francesi e gli inglesi rifiutato di adottare i provvedimenti concordati prima che fossero espletati opportuni accertamenti, la Germania si era ritirata definitivamente dalle operazioni di controllo, tosto seguita dall’Italia.
Non è da escludere che questi fatti avessero fatto pensare a Mussolini che da parte sovietica si volesse preparare il terreno per l’invio di massicci aiuti al governo repubblicano e che l’Inghilterra e soprattutto la Francia fossero in qualche modo d’accordo. Quel che è certo è che quando, il 3 agosto, il generale Franco aveva telegrafato al suo ambasciatore a Roma che tutte le notizie in suo possesso concordavano nel far ritenere imminente l’invio ai repubblicani di un «possente» aiuto russo in carri armati (2 500), mitragliatrici motorizzate (3 000), aerei (300), ecc. e che era dunque necessario agire d’urgenza per arrestare i trasporti sovietici a sud dell’Italia e sbarrare le rotte per la Spagna e lo aveva incaricato di chiedere a questo scopo l’aiuto della marina italiana205, Mussolini – temendo che gli aiuti sovietici capovolgessero le sorti del conflitto – si era subito mostrato disposto a prendere in considerazione la richiesta senza neppure preoccuparsi di controllare prima le notizie che erano alla sua origine. Il 5 agosto aveva ricevuto il fratello di Franco, Nicolas, latore di una lettera personale del generale per lui, nella quale era rinnovato l’appello, e, se aveva rifiutato la richiesta di impiegare per il blocco unità di superficie, aveva però acconsentito ad impartire ordini per l’impiego di sei sommergibili206.
I primi siluramenti avvennero tra il 10 e l’11 agosto; altri seguirono sino al 18, sia al largo delle coste spagnole sia nel Canale di Sicilia, a danno di navi di varie nazionalità. A fine mese due navi sovietiche furono affondate vicino ad Algeri e a Capo Matapan. Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre fu attaccato anche un cacciatorpediniere inglese, scambiato per spagnolo. Due giorni dopo, vicino Valenza, fu affondato un mercantile inglese. Il 4 settembre Ciano dette ordine di sospendere fino a nuovo ordine le azioni, nonostante i nazionalisti insistessero nel sostenere che il blocco navale, se continuato per tutto il mese, avrebbe avuto effetti decisivi207.
Le reazioni della stampa, dell’opinione pubblica e di larghi settori politici francesi e inglesi erano state vivacissime. In Inghilterra gli ambienti governativi, pure consapevoli che sussistevano pochi dubbi sulla nazionalità dei sommergibili, in un primo momento avevano tenuto un atteggiamento molto cauto, specie quelli piú proiettati verso un accordo con l’Italia. Ancora il 24 agosto, l’incaricato d’affari G. Crolla che – preoccupato per le eventuali ripercussioni dei siluramenti – aveva chiesto a Sargent quale fondamento avessero le voci circolanti negli ambienti francesi di Londra secondo le quali l’interesse britannico per l’accordo con Roma si fosse raffreddato in conseguenza degli incidenti avvenuti nel Mediterraneo e si pensasse di differire l’inizio delle conversazioni, si era sentito rispondere «categoricamente che nessun mutamento era avvenuto nei sentimenti e nei propositi del governo britannico»208. Nei giorni successivi il ripetersi degli attacchi e le pressioni francesi sempre piú decise ed insistenti per indurre Londra ad assumere una posizione di fermezza209 (e far naufragare cosí il riavvicinamento italo-inglese che Parigi temeva in quel momento piú di ogn’altra cosa) avevano però determinato un mutamento di atteggiamento, anche se la documentazione oggi disponibile lascia trasparire una notevole cautela inglese a non lasciarsi trascinare da Parigi in iniziative troppo drastiche, quale un intervento diretto su Roma210. Alla fine l’Inghilterra aveva accettato l’idea di convocare a Nyon una conferenza sulla sicurezza nel Mediterraneo. Di fronte al pericolo che l’Italia rimanesse isolata, Ciano si era visto costretto ad ordinare la sospensione delle azioni e le sue prime reazioni non erano state completamente contrarie all’iniziativa. Una violenta protesta sovietica, accusante l’Italia di essere responsabile dell’affondamento di alcune navi russe e richiedente adeguate riparazioni, gli fece però mutare tosto atteggiamento, tanto piú che il comportamento tedesco appariva sempre meno chiaro e il mezzo migliore per non correre il rischio di rimanere completamente isolato dovette sembrargli quello di rifiutare di partecipare alla conferenza e di ottenere dai tedeschi di non parteciparvi neppure loro. Il tutto con l’argomento che, dopo le accuse sovietiche, l’Italia non avrebbe potuto sedere allo stesso tavolo con l’Urss.
La Conferenza di Nyon si svolse dal 10 al 17 settembre. Due giorni bastarono per raggiungere un primo accordo sul problema dei sommergibili (un secondo relativo alle navi di superficie e agli aerei fu raggiunto in quelli successivi) che fu sottoscritto il 14. Esso stabiliva che i paesi partecipanti alla conferenza (Inghilterra, Francia, Bulgaria, Egitto, Grecia, Iugoslavia, Romania, Turchia e Urss) si impegnavano ad attaccare e distruggere qualsiasi sommergibile che attaccasse navi neutrali o che fosse sorpreso nelle vicinanze di un luogo ove fosse stata attaccata una nave neutrale. Il compito di attuare questa decisione era assegnato alle flotte inglese e francese per quanto riguardava il Mediterraneo occidentale (eccezion fatta per il Tirreno), il canale di Malta e il Mediterraneo orientale, eccezion fatta per le rispettive acque territoriali che venivano assegnate alla sorveglianza delle marine dei vari paesi presenti a Nyon211.
L’esclusione del Tirreno dai pattugliamenti aveva come fine quello di permettere all’Italia di aderire a sua volta all’accordo e di vedere cosí assegnato alla propria flotta questo mare. Una offerta simile era però ovviamente inaccettabile per Roma. A parte ogni altra considerazione, accettarla avrebbe voluto dire rinunciare alla propria immagine di grande potenza mediterranea. E infatti palazzo Chigi la respinse, il 14 settembre, con un secco comunicato che, ribaditi i vitali interessi dell’Italia nel Mediterraneo, rivendicava per essa la necessità di trovarsi «in condizioni di parità assoluta con qualsiasi altra potenza, in qualsiasi zona del Mediterraneo».
Chi si basasse solo sul diario Ciano potrebbe pensare che, stilato questo comunicato, a Roma si aspettassero a pié fermo le successive mosse franco-inglesi, sicuri che alla fine Parigi e Londra, di fronte all’intransigente fermezza italiana, si sarebbero accorte di essere andate troppo oltre e tutta l’operazione Nyon si sarebbe sgonfiata212. In realtà le settimane successive all’apertura della Conferenza di Nyon furono vissute a palazzo Chigi in tutt’altra condizione di spirito e non si sbaglia affermando che la maggiore preoccupazione di Ciano e di Mussolini fu quella di uscire loro dal vicolo cieco in cui si erano cacciati. E ciò soprattutto non appena fu chiaro che la Germania non aveva nessuna intenzione di sostenere sino in fondo la posizione italiana, tanto da far credere a Londra e a Parigi di star svolgendo un’azione moderatrice su Roma213. La prova migliore di ciò che diciamo è in come Ciano gestí la vicenda di Nyon, un modo tutto diverso da quello che in quei giorni i mass media del regime cercarono di accreditare.
Ricevendo comunicazione dai rappresentanti inglese e francese a Roma delle prime deliberazioni elaborate a Nyon, Ciano, il 13 settembre, tenne a sottolineare la sua «disapprovazione»; il giorno successivo, sollecitato perché facesse sapere se l’Italia avrebbe cooperato alle operazioni contro la «pirateria nel Mediterraneo» decise dalla conferenza, prima aveva cercato di guadagnar tempo (e, probabilmente, di accennare ad una contromanovra nascondendosi dietro alla necessità di consultare Berlino), poi aveva diramato il comunicato di cui abbiamo detto. Non appena si era convinto che a Nyon tutti erano decisi a fare sul serio e che le deliberazioni prese dalla conferenza sarebbero state approvate anche senza il «benestare» italiano e, quel che piú conta, sarebbero state attuate con la massima decisione e rapidità, il suo atteggiamento mutò però subito, arrivando sino al punto di far ritirare dalla circolazione le ultime edizioni del «Giornale d’Italia» che era uscito con un fondo di Gayda troppo duro e, due giorni dopo, di far fare dal rappresentante italiano a Ginevra un sondaggio presso la delegazione francese alla Società delle Nazioni per sapere se il comunicato del 14 era considerato un fin de non-recevoir assoluto o tale da lasciare ancora la strada aperta a un negoziato ad iniziativa della Francia e dell’Inghilterra. Messi sull’avviso da questo passo, inglesi e francesi avevano colto l’occasione della trasmissione all’Italia del testo delle decisioni addizionali relative agli attacchi aerei e di navi di superficie contro il naviglio neutrale, adottate a complemento di quelle relative agli attacchi sottomarini, per informare Ciano che eventuali «osservazioni positive» italiane sarebbero state esaminate «con tutta l’attenzione che meriterebbero». Gettatagli la cima, Ciano vi si afferrò con tutte le sue forze, non desiderando di meglio, a questo punto, che tirarsi fuori dai marosi in cui lui e Mussolini si erano cacciati senza troppo perdere pubblicamente la faccia. La mattina del 19 consegnò ai rappresentanti inglese e francese a Roma una comunicazione verbale nella quale si precisava che l’espressione «parità di diritto con qualsiasi altra potenza e in qualsiasi zona del Mediterraneo» doveva essere intesa nel senso che l’Italia avrebbe partecipato alle misure navali adottate a Nyon se alla sua flotta fosse stata riservata una posizione «eguale» a quella assegnata alle flotte inglese e francese. E, come non bastasse, aggiunse che, se questo principio fosse stato sancito, la partecipazione italiana poteva essere considerata subito acquisita in teoria e sarebbe stata tradotta in pratica al piú presto possibile, sperabilmente prima della sua partenza il 24 per Berlino (con il cui governo, tenne a precisare, quello italiano era stato in contatto per tenerlo al corrente della sua posizione, non per consultazioni). Una ritirata, come si vede, su tutta la linea che il 21 si spinse sino all’accettazione, senza battere ciglio, di Parigi come sede delle riunioni degli esperti navali dei tre paesi per stabilire i particolari tecnici dell’accordo214, e che non giustifica menomamente il tono trionfalistico con cui Ciano la presentò nel suo diario: «È una bella vittoria. Da imputati siluratori a poliziotti mediterranei, con esclusione degli affondati russi»215. In primo luogo perché – se propagandisticamente poté affermare di essere stata promossa «poliziotto» e, quindi, implicitamente assolta come pirata – l’Italia dovette però rinunciare definitivamente ai siluramenti. In secondo luogo perché la esclusione dei sovietici dai pattugliamenti nel Mediterraneo non era stata certo ottenuta dall’Italia, ma voluta sin dall’inizio e del tutto autonomamente dalla Francia e soprattutto dall’Inghilterra. In terzo luogo – e con questo veniamo al nodo centrale di tutta la vicenda – perché, nonostante la loro clamorosa e rapidissima ritirata, Mussolini e Ciano in realtà erano ancora per cosí dire sotto choc e tutt’altro che sicuri che l’aver «incassato» Nyon li avesse messi al sicuro da prove e pericoli ben piú grandi.
Anche se una volta tanto nulla trapelò all’esterno, a palazzo Venezia e a palazzo Chigi le due settimane di Nyon erano state tra le piú nere per il regime dai tempi della crisi Matteotti. L’allineamento dell’Inghilterra sulle posizioni della Francia, l’eccitazione anti italiana determinata nell’opinione pubblica (non solo di sinistra) inglese e francese dai siluramenti e dal gran rilievo dato dal regime fascista, desideroso di cancellare per sempre l’onta di Guadalajara, alla partecipazione italiana alle vittoriose operazioni su Santander e l’ambiguo defilarsi dei tedeschi, nonostante l’imminenza ormai della visita di Mussolini in Germania, avevano dato infatti alimento alle ipotesi piú drammatiche, non esclusa la piú drammatica di tutte: quella che, abbandonata l’idea di un accordo, il leone britannico avesse abbracciato quella di farla finita per sempre col leopardo italiano e che Nyon non fosse in pratica che il primo passo sulla strada di un vero e proprio conflitto.
Un’annotazione del diario di Ciano lascia trasparire questo stato di tensione. Sotto la data del 19 settembre si legge216:
Il Duce telefona spesso per conoscere gli sviluppi della battaglia diplomatica in corso. Nel frattempo, prepara l’azione militare. Bruno partirà il 22 per Palma. E con lui tutto lo stormo di Biseo. Li invidio. Ma sono, almeno per ora, inchiodato a questo tavolo.
Alla luce di quanto oggi sappiamo, è pressoché sicuro che l’azione militare che Mussolini preparava non erano le operazioni del CTV (dopo la caduta di Santander praticamente interrotte per il momento), ma quelle in vista di un eventuale conflitto con l’Inghilterra e la Francia. Ugualmente, la partenza dello stormo di Biseo per le Baleari non doveva rientrare nel normale contesto degli aiuti a Franco, ma inserirsi in un quadro militare piú vasto. Non si giustificherebbe altrimenti quel «almeno per ora» dell’ultimo periodo, che ha un senso se riferito ad un conflitto vero e proprio, mentre è inconcepibile se riferito alle operazioni del CTV. A meno di non voler fare due ipotesi una piú assurda dell’altra: che Ciano arrivasse al punto di pensare di andare – lui, il ministro degli Esteri – «volontario» in Spagna ovvero di dimettersi da ministro.
La prova migliore è però in una lettera personale autografa che Ciano scrisse a Grandi il 18 settembre217:
Caro Dino,
Ti scrivo, d’ordine del Capo, per chiederti alcune cose che gli stanno a cuore e per ragguagliarti su alcuni provvedimenti presi di recente, che giudico utile farti conoscere.
Comincio da questi ultimi. In seguito alla situazione che si è prodotta è stato deciso l’invio di nuove forze in Libia: tre divisioni, che partiranno, sia pure numericamente ridotte, nei prossimi giorni.
Inoltre sono stati ceduti a Franco alcuni sottomarini: due per ora, e due tra breve che opereranno come forze legionarie nelle acque territoriali.
Infine le forze aeree delle Baleari sono state molto rafforzate. Si conta di servircene contro i porti rossi. Il blocco che abbiamo interrotto in mare libero verrà praticamente effettuato in futuro rendendo la vita impossibile nei porti di Valenza, Barcellona, Tarragona, Alicante e Almeria. I bombardamenti saranno durissimi e continuativi.
Queste notizie te le do per tua riservata informazione; perché tu possa fare meglio il punto e conoscere i misteri degli eventi futuri.
Ma ciò che il Capo vuol conoscere da te è l’effettivo stato d’animo inglese, quanto c’è dietro le quinte da Nyon in poi. Come sono andate le cose, tu lo sai meglio di me. Allo stato degli atti da parte nostra non c’è niente da fare. Aspettiamo. Con calma e con freddezza. Ed anche con quella formidabile decisione di cui tu sei stato testimone a Palazzo Venezia.
Se veramente esistesse una volontà di intesa, la possibilità offerta dalla nostra ultima nota non si sarebbe lasciata cadere. Invece – giudicando da qui, racco-
gliendo alcune notizie e anche leggendo tra le righe di una stampa provocatrice e ricattatoria – l’animo non sembra chiaro.
Quello che conta è saperlo per tempo.
Questo è quanto il Duce ti chiede. Una inchiesta rapida e un tuo giudizio sintetico e, come sempre, sereno. In base a questo se non decisioni, saranno almeno fissati alcuni provvedimenti di varia natura, per i quali è indispensabile avere tempo e altamente vantaggioso prendere l’iniziativa.
Ti scrivo – e ciò valga anche per tua norma di condotta – perché abbiamo avuto ragione di dubitare della segretezza dei cifrari.
Nonostante la sua tortuosità, il suo dire e non dire, il senso della lettera è chiaro e richiama immediatamente alla memoria (a parte lo stile) un’altra lettera che Mussolini aveva scritto a Grandi l’8 agosto 1935218. Come allora il «duce», Ciano voleva sapere da Grandi se a suo avviso l’Inghilterra aveva deciso di far guerra all’Italia.
Allora, per l’Etiopia, Grandi si era sentito sicuro di poter rassicurare Mussolini. Ora non sappiamo con precisione cosa rispose a Ciano nel corso di una conversazione telefonica che ebbe con lui la mattina del 20 settembre, appena ricevuta la lettera e mentre a Roma già si stava registrando una prima schiarita, avendo – come si è detto – gli anglo-francesi mostrato di non voler lasciar cadere il sondaggio fatto presso di loro a Ginevra. Quello che è certo è che, questa volta, non dovette essere una risposta incoraggiante, anche se al tempo stesso sicuramente tale da cercare di far passare a Mussolini e Ciano ogni velleità di colpi di testa «preventivi»219. Ne è prova il lungo rapporto che Grandi avrebbe inviato a Ciano l’11 ottobre successivo dietro sua esplicita richiesta di una risposta scritta alla lettera inviatagli il mese prima220.
Quando Grandi scrisse questo rapporto la situazione si era leggermente decantata, ma non certo menomamente schiarita. Il 30 settembre, lo stesso giorno del rientro a Roma di Mussolini e Ciano dalla Germania, a Parigi i tecnici navali anglo-franco-italiani avevano raggiunto l’accordo per i pattugliamenti del Mediterraneo. Alla flotta italiana era stata attribuita la zona tra Creta, Porto Said, il golfo di Sollum e l’imbocco dell’Adriatico. Il principio della piena «parità» era rimasto però nella penna, cioè né contestato, né affermato (come avrebbe voluto Roma). Il nodo politico della situazione era però ormai un altro. Sullo slancio cio del successo conseguito con la Conferenza di Nyon, i francesi avevano imbastito una massiccia azione volta ad agganciare ancor piú alla loro politica l’Inghilterra (dove le vicende di agosto e settembre avevano messo in gravi difficoltà Chamberlain e riportato in primo piano la leadership di Eden sulla politica estera) e ad indurla ad approfittare della situazione per premere con forza su Roma e metterla alle corde nella questione spagnola. Come Delbos aveva detto ad Eden il 17 settembre, l’impegno italiano in Spagna e la presenza italiana a Maiorca potevano avere due sole risposte: o una occupazione anglo-francese di Minorca o un energico passo congiunto su Roma (accompagnato da un’azione su Berlino perché si dissociasse dall’Italia nel caso questa volesse mostrarsi intransigente) per risolvere il problema dell’intervento fascista in Spagna, avvertendo al tempo stesso «solennemente» Mussolini che, in caso contrario, la frontiera dei Pirenei sarebbe stata riaperta agli aiuti al governo repubblicano. Gli inglesi avevano scartato la prima ipotesi e avevano svolto una notevole azione di freno sulla Francia. Avevano però aderito alla proposta di un energico passo su Roma, anche se si erano mostrati contrari ad un’eventuale riapertura della frontiera franco-spagnola e avevano indotto Parigi a rimandare il passo a dopo la visita di Mussolini in Germania, per non spingere vieppiú il «duce» nelle braccia di Hitler. Il 2 ottobre Inghilterra e Francia avevano cosí trasmesso all’Italia una nota comune con la quale il governo di Roma era invitato a intraprendere il piú presto possibile conversazioni, volte a realizzare, se possibile, un accordo sulle misure adatte ad assicurare l’applicazione di una effettiva politica di non intervento. Una volta realizzato il rimpatrio dei volontari, concludeva la nota, la questione del riconoscimento «sotto certe condizioni» dei diritti di belligeranza alle due parti in lotta (richiesto dall’Italia per i nazionalisti) avrebbe potuto essere suscettibile di una soluzione. La risposta italiana, ovviamente negativa, era stata consegnata il 9 ottobre. Secondo essa, la questione del non intervento non interessava solo Francia, Inghilterra e Italia, ma anche altri paesi e senza l’adesione dei governi di Burgos e di Valenza qualsiasi decisione non avrebbe potuto dare risultati pratici. Il governo fascista era dunque d’avviso che convenisse continuare a trattarla in seno al comitato di Londra e faceva altresí presente che in ogni caso non avrebbe partecipato a nessun genere di iniziative a cui non fosse stata invitata o non partecipasse anche la Germania221. Al momento mancavano ancora le reazioni ufficiali di Parigi e di Londra; a Roma nulla lasciava però sperare che esse potessero essere «positive» e si tornava a pensare al peggio. Da qui, appunto, la richiesta, il 10 ottobre, di Ciano a Grandi di un dettagliato rapporto in risposta alla sua lettera personale del 18 settembre, che gli aggiornasse la situazione rispetto a quanto già gli aveva detto per telefono il 20 settembre.
La risposta di Grandi fu molto abile222. Elogiava la fermezza e l’abilità di Ciano nel respingere la nota anglo-francese usando le espressioni che piú avrebbero riempito di compiacimento il giovane ministro. Poi prospettava per l’immediato futuro una situazione di «altalena», tutto sommato, lasciava capire, non troppo pericolosa:
Ogni qualvolta si è registrato un peggioramento nelle relazioni italo-brittanniche, il Governo Francese (nelle sue tre espressioni fondamentali: Fronte Popolare, Stato Maggiore e Quai d’Orsay) ha cercato immediatamente di profittarne e di trascinare l’Inghilterra a posizioni cosí avanzate contro l’Italia da rendere poscia difficile se non impossibile per l’Inghilterra di ritrarsi decentemente. Costituire finalmente il blocco armato delle due democrazie obbligando l’Italia a scegliere fra l’umiliazione e la guerra: questo lo scopo dell’azione francese, e questo è accaduto dopo Malaga e Guadalajara, dopo l’Incoronazione, dopo Bilbao, dopo Santander, dopo gli incidenti nel Mediterraneo e Nyon. L’Inghilterra ha sempre da principio aderito e si è poscia sempre – almeno sino ad oggi – rifiutata all’ultimo momento di seguire la Francia nel gioco pericoloso.
Dopo questa premessa Grandi entrava finalmente nel vivo e rispondeva al duplice quesito circa l’effettivo stato d’animo inglese e le «intenzioni» di Londra riguardo all’Italia. E lo faceva in termini netti, anche se attenti ad evitare di ferire l’«ipersensibilità» di Ciano con valutazioni negative sul passato che non potevano cambiare i termini della situazione, ma potevano predisporre negativamente verso il suo dire un uomo come Ciano già prevenuto nei suoi confronti e al quale chi sa quanto era dovuto costare scrivergli come gli aveva scritto. Al primo quesito era facile rispondere:
Nella questione spagnola lo stato d’animo inglese è decisamente ostile all’Italia. Le differenze o meglio le graduazioni in questo sentimento di ostilità sono dovute piuttosto al modo di esprimersi delle diverse correnti politiche, ma tali differenze sono, nella sostanza, appena apprezzabili. Durante i diciotto mesi del conflitto italo-abissino o meglio, per essere piú esatti, del conflitto italo-brittannico, vi sono stati sempre in Inghilterra dei gruppi politici a noi favorevoli. Questi gruppi politici, nei momenti piú delicati, hanno, con il loro intervento, neutralizzato efficacemente, in seno al Parlamento, nello stesso Gabinetto e nella pubblica opinione, la campagna di eccitazione anti-italiana e anti-fascista delle sinistre. Questi gruppi politici che noi abbiamo allora denominato per semplificazione «l’antisanzionismo brittannico», sono andati man mano ingrossando fino al punto di guada gnare il membro piú influente del Gabinetto Baldwin, Neville Chamberlain, alla cui pressione dentro ma soprattutto fuori del Gabinetto si dovette nel giugno 1936 la decisione del Governo Brittannico di abolire le sanzioni. In materia di Spagna sono invece tutti d’accordo, dai «Die-hards» all’estrema destra fino ai radicali dell’estrema sinistra, nel considerare l’azione italiana in Ispagna come un pericolo in atto per quelli che gli Inglesi chiamano «gli interessi vitali». Questi, e non certo le ideologie, sono stati gli stimoli che hanno mosso con moto lento ma uniformemente accelerato la riluttante pacifistica anima del popolo brittannico.
Anche lo spirito popolare ha subito durante quest’anno un cambiamento sensibile. Durante il conflitto abissino le manifestazioni anti-italiane organizzate dalle frazioni pacifiste societarie e anti-fasciste, erano frequenti e rumorose, ma il grosso pubblico brittannico non si è mai lasciato prendere dalla propaganda anti-italiana. Oggi queste manifestazioni rumorose dell’anti-fascismo si sono fatte assai rare, ma lo spirito pubblico (soprattutto dall’Incoronazione in poi) è diventato freddamente ostile, per non dire francamente nemico. Nel 1935-1936 Mussolini era o applaudito o fischiato nei cinematografi inglesi. Oggi l’apparire del Duce è salutato da un silenzio freddo e ostile. Gli Inglesi, nel popolo come nella classe dirigente, considerano ormai l’Italia come il nemico potenziale N. 1. Tutto quello che era il peso ragguardevole di odio, di rancore e di timore nutrito fino a qualche tempo fa dagli Inglesi verso la Germania nazista si è spostato sull’Italia fascista.
Durante le sanzioni, eccezion fatta per una scarsa minoranza, l’ipotesi di una guerra fra l’Inghilterra e l’Italia non era considerata come un’eventualità possibile. Uno dei tanti motivi del nostro successo è stato appunto quello di costringere gli Inglesi a considerare la guerra come una conseguenza quasi fatale della loro politica. Ciò è bastato per vedere immediatamente gli Inglesi ritirarsi preoccupati e fare di tutto onde allontanare questa eventualità. Oggi la situazione è diversa. La ipotesi di una guerra fra Italia e Inghilterra è considerata fra le eventualità probabili. Il pubblico, pur mostrando di rendersi conto delle difficoltà e dei pericoli per l’Inghilterra di un conflitto coll’Italia, ne discute nondimeno come di una calamità che può diventare necessario di affrontare.
In questa situazione politica e psicologica non vi è da meravigliarsi se l’onesto e coraggioso tentativo fatto da Chamberlain alla fine di luglio, diretto a superare una volta per sempre il punto morto delle relazioni italo-brittanniche sia, almeno per il momento, fallito...
Piú difficile era rispondere al secondo quesito e Grandi lo faceva per gradi successivi:
Tu mi domandi quanto c’è dietro le quinte di Nyon. Nyon altro non è se non il tentativo, questa volta riuscito, da parte di Eden e del Foreign Office, di riprendere il controllo e l’iniziativa della politica estera brittannica che Chamberlain era riuscito alla fine di luglio ad avocare esclusivamente a sé... In questa situazione psicologica e politica anormale, tutti i giorni sono buoni, per cosí dire, perché noi e gli Inglesi veniamo seriamente alle mani nel Mediterraneo, anche senza averne né noi né gli Inglesi la premeditata intenzione. Il Duce ha fatto molto bene a mandare tre divisioni in Libia e a fissare tutti i provvedimenti necessari per fronteggiare qualsiasi eventualità.
Quando giungono qui le notizie che partono nostre truppe per la Libia, ossia per la frontiera dell’Egitto, gli orecchi si fanno attenti e gli spiriti si calmano... Piú noi mostriamo che crediamo alla possibilità di una aggressione franco-inglese contro di noi, e che siamo freddamente decisi e pronti a fronteggiare la guerra, provocata dagli altri, piú gli Inglesi faranno il possibile per allontanare questa eventualità, la quale tuttavia nel momento presente e per ragioni obbiettive, non è, ripeto, un’eventualità da escludersi senz’altro.
La parte, per cosí dire, analitica del rapporto finiva qui. Ad essa seguiva una conclusione che, poi, costituiva il vero nucleo del discorso di Grandi. Premesso che era difficile se non impossibile dare una risposta sicura circa le effettive intenzioni inglesi, sia perché, non essendo l’Inghilterra un regime totalitario, le decisioni di questo tipo non spettavano ad un uomo solo sia perché l’esperienza del luglio 1914 (quando in meno di quarantott’ore Londra aveva annunziato prima la propria neutralità, poi il suo ingresso in guerra) dimostrava che le decisioni piú importanti potevano essere determinate «fuori di ogni disegno calcolato o previsto» da avvenimenti dell’ultima ora, sicché – e qui Grandi parlava a nuora perché suocera intendesse – ciò che bisognava soprattutto controllare erano «gli avvenimenti» (perché in essi «senza dubbio sta la pericolosità della situazione attuale»), egli scriveva infatti:
Nel momento in cui scrivo, 11 ottobre, io ritengo di poter escludere che il Gabinetto inglese, sinedrio composto di una ventina di persone le quali decidono collegialmente o per voto di maggioranza, abbia l’intenzione di fare la guerra all’Italia. Ritengo di poter escludere che Chamberlain abbia la piú lontana intenzione di farlo. Al contrario sono convinto che egli non lascerà cadere (Chamberlain che ho incontrato qualche giorno fa ha tenuto ancora una volta a ripetermelo personalmente) l’iniziativa già presa lo scorso luglio per giungere ad una riconciliazione coll’Italia che egli ha riaffermato essere e rimanere un caposaldo della sua politica. Ritengo di poter escludere parimenti che l’Ammiragliato abbia la volontà o il piano, almeno in questo momento, di una guerra coll’Italia. Al contrario l’Ammiragliato continua oggi ad agire, come già nel 1935 e 1936, quale forza moderatrice del Foreign Office, intervenendo sempre perché il Foreign Office agisca a sua volta come moderatore a Parigi. Mi risulta che, subito dopo Nyon, l’Ammiragliato ha esplicato un’azione decisiva in questo senso. Il comunicato dell’altro giorno di secca smentita all’asserita aggressione di un sottomarino pirata, e naturalmente italiano, contro la nave «Basilisk» è stato diramato dall’Ammiragliato direttamente, previa autorizzazione del Primo Ministro, e contro la volontà del Foreign Office, il quale ha fatto di tutto per fermare questa comunicazione, definendola inutile e intempestiva, ma sulla quale l’Ammiragliato ha insistito per tagliar corto ad una seconda speculazione anti-italiana che già cominciava ad inscenarsi sul tipo di quella a seguito del preteso mancato siluramento del «Havoc».
Malgrado tutto ciò, un avvenimento qualsiasi potrebbe tuttavia precipitare la situazione. I margini sono andati restringendosi e le resistenze diminuendo: non vi sarebbe da stupirsi se uno stato di tensione effettivamente acuta provocasse una accensione automatica.
Verificandosi queste eventualità è mia convinzione che l’Inghilterra si batterebbe fino in fondo. L’Inghilterra è ancora ben lungi dall’essere preparata e armata quale essa si ripromette e come sarà, ma è certo che questi due anni di febbrile preparazione industriale, meccanica e anche morale, hanno dato agli Inglesi una confidenza e una fiducia in se stessi, confidenza e fiducia che essi certamente non avevano nell’agosto del 1935 quando all’apparire delle due Divisioni alla frontiera egiziana, l’Inghilterra, per la prima volta dopo Trafalgar, si è trovata improvvisamente nell’alternativa di scegliere tra il pericolo di una guerra mediterranea a cui non era preparata nelle armi e negli spiriti, e l’umiliazione, scegliendo alla fine quest’ultima. Non mancano tra gli stessi conservatori coloro i quali ritengono che bisogna profittare di questo momento in cui la Francia sembra voler prendere l’iniziativa di una politica di forza, in cui la Germania non è militarmente pronta e la solidarietà fra l’Italia e la Germania, a loro avviso, non ancora perfezionata, per risolvere l’«incubo mediterraneo». Costoro sono pochi e la loro voce priva, in questo momento, di autorità: ma ci sono.
Questi sono in sostanza gli elementi della situazione, che soltanto il Duce, nel Suo istinto divinatore, può pesare e valutare, alla luce di altri e certo piú importanti e decisivi elementi che Egli solo conosce.
Il fallimento del grottesco ultimatum franco-brittannico, fallimento determinato dalla nostra risposta di avantieri, ha rimesso di colpo nelle mani dell’Italia l’iniziativa dell’azione internazionale.
Le guerre piú dure a vincersi sono quelle che bisogna vincere giorno per giorno.
Rapporti di questo livello e di questo tono a palazzo Chigi non ne arrivavano piú ormai da tempo. Nonostante la cautela e le sviolinate ad hoc di Grandi a lui e al «duce», piú di un suo passo dovette probabilmente irritare Ciano. Il quadro e le previsioni prospettati non lasciavano però spazio per iniziative e furbizie che avrebbero potuto determinare quegli «avvenimenti» che Grandi aveva raccomandato di tenere sotto controllo al massimo. Anche a non voler dar credito a quanto Grandi scriveva circa la perdurante disponibilità di Chamberlain a una riconciliazione con l’Italia, rifiutate le conversazioni a tre, se si volevano prevenire nuove iniziative della Francia223 e non offrirle ulteriori argomenti per influire su Londra e, possibilmente, cercare di ridare speranza e credibilità a coloro che nel governo inglese e nel Partito conservatore erano meno favorevoli a drammatizzare la situazione e a mettere la politica britannica a rimorchio di quella francese, l’unica cosa da fare era prendere qualche iniziativa distensiva e non compiere nuovi passi falsi in Spagna.
Nella prima direzione – una volta «salvata la faccia» rifiutando di cedere alle minacce anglo-francesi – Mussolini era disposto a spingersi parecchio innanzi, purché potesse mascherare la sua ritirata e presentarla come una sua iniziativa costruttiva. Significativo è quanto si legge nel diario di Ciano sotto la data dell’11 ottobre224:
Il Duce, che segue [la situazione] molto da vicino con calma ed anche con formidabile decisione, mi ha chiamato stasera una seconda volta. Ha parlato di varie questioni. Pensa che un Comitato di 6 potenze (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo e Russia) potrebbe risolvere la questione dei volontari nonché quelle della belligeranza.
Per il momento Ciano non credette però di spingersi tanto innanzi. Incoraggiato probabilmente anche dal fatto che Chamberlain la sera dell’8 ottobre – quando si era ancora in attesa della risposta italiana alla nota anglo-francese del 2 – in occasione del congresso del suo partito non aveva nascosto la speranza che la risposta italiana fosse favorevole e potesse quindi costituire un progresso reale nel regolamento della questione spagnola e rendere cosí anche possibile l’inizio delle previste conversazioni anglo-italiane (che i francesi si erano adoperati in tutti i modi per far scomparire completamente dall’orizzonte politico), il 15 dette istruzioni a Grandi di assumere un atteggiamento distensivo in seno al Comitato per il non intervento225:
Bisogna concedere qualche cosa. Quindi segnare tre punti: pronti a discutere il piano di evacuazione volontari; chiedere alle parti in conflitto le loro intenzioni in merito e se queste sono positive allora fissare un piano di evacuazione; contemporaneamente aver il riconoscimento della belligeranza.
Forte di queste istruzioni, Grandi assunse immediatamente una posizione cosí duttile e conciliante da non risultare quasi in nulla differente da quella inglese, isolando cosí in seno al comitato londinese l’Urss, mettendo in difficoltà la Francia e, ciò che piú conta, ravvivando le speranze di Chamberlain nella possibilità di riprendere il discorso con Roma.
Assai piú tortuoso – al solito – fu invece il comportamento nella concreta situazione in Spagna. Nel pieno della crisi, Ciano era stato ben consapevole della necessità di non fare passi falsi. Anche a questo proposito il suo diario è eloquente. Sotto la data del 5 ottobre vi si legge226:
Lungo colloquio con Pariani sulla situazione in Spagna. Sarebbe d’avviso di mandare le truppe alpine in forza per sfondare su Valencia. Ma quali sarebbero le reazioni franco-britanniche? Conviene prendere iniziative che possono condurre a un conflitto? Io dico di no. In primo luogo perché la Germania non è pronta. Lo sarà tra tre anni. Poi perché noi scarseggiamo di materie prime e di munizioni. Infine perché un conflitto del genere ci attirerebbe l’odiosità generale. Però la situazione spagnola è grave e merita una soluzione rapida. Ne parlerò al Duce.
Mussolini, a sua volta, era incerto. Voleva «impressioni fresche», tant’è che per averle fu deciso l’invio di Anfuso in missione in Spagna. Passati alcuni giorni e visto che al rigetto della proposta di Parigi e di Londra non seguivano altri passi «minacciosi», al timore cominciò però a subentrare, al solito, un senso di maggior sicurezza e a riaffacciarsi la idea che, tutto sommato, si potesse anche osare e vincere. Ancora una volta il diario di Ciano è rivelatore. Già sotto la data del 14 ottobre vi si legge 227:
La nota è stata accettata nei suoi concetti fondamentali, da Londra e da Parigi. Ne sono sorpreso. Dopo le minacce degli ultimi giorni, questa ritirata franco-britannica induce a riflettere sul declino di questi due popoli. Verrà un momento, o forse è già venuto, in cui tutto potremo osare e giocare la partita suprema.
Sulle prime, comunque, ci si mosse con una certa cautela. Gli invii ai nazionalisti di aerei e di navi già stabiliti non furono cancellati, ma per il momento non ne avvennero altri, nonostante le sollecitazioni del comando del CTV e del generale Pariani. Quando però il 19 ottobre fu Franco a chiedere una divisione per liquidare definitivamente il fronte delle Asturie – pur avendone avuto Mussolini una impressione «penosa» – la divisione fu concessa 228, salvo non farla piú partire, appena, conquistata Gijon, il suo apporto non fu stimato piú necessario. Ormai anche Ciano cominciava a pensare alla Spagna come a «questa dannata guerra» 229; ma né lui né Mussolini erano capaci di venirne fuori. A fine anno, quando persino il comandante del CTV propose il ritiro delle fanterie, Ciano – invece di appoggiarlo – si fece prendere dal timore di perdere la faccia: «non possiamo arrischiare il prestigio dell’Italia su venti battaglioni di fanteria» e scaricò tutto il peso della decisione su Mussolini 230:
Domani andremo insieme dal Duce. Mi ascolterà e deciderà. Io mi domando però se con tutti gli sforzi fatti e i sacrifici sopportati conviene ritirarci proprio mentre, per il piccolo scacco di Teruel, l’astro di Franco non è cosí fulgido come due mesi orsono. Non assumeremmo la responsabilità di un insuccesso dei bianchi? Non diamo nuovo coraggio ai rossi e a chi li rifornisce e li spalleggia? Non diamo forse agli stessi spagnoli la possibilità di liberarsi troppo a buon mercato del debito di riconoscenza che hanno e devono avere per noi? A queste domande risponderà domani il Duce. Il problema merita la piú attenta riflessione. Ogni decisione presenta dati sfavorevoli. Quest’affare di Spagna è lungo e gravoso.
Contrario Ciano, anche Mussolini si pronunciò contro il ritiro delle fanterie: i «volontari» sarebbero rimasti in Spagna «sino a nuovo ordine». Poiché però la strategia di Franco, piú politica che militare, non corrispondeva affatto agli interessi italiani, minacciava di far durare la guerra ancora per mesi se non addirittura per anni e comportava da parte italiana investimenti ad infinitum in uomini e denaro, era necessario far finalmente capire a Franco che doveva cercare una soluzione militare decisiva e che, a questo scopo, bisognava istituire un comando unico spagnolo-italiano-tedesco. Il generale Berti fu all’uopo inviato da Franco con precise istruzioni, ancor prima di aver interpellato i tedeschi231. Ma pochi giorni dopo, appena la battaglia di Teruel sembrò sul punto di risolversi vittoriosamente, ricominciò la solita altalena degli entusiasmi e delle speranze232, sino a raggiungere il limite dell’incoscienza. Basti dire che, avendo l’aviazione legionaria preso a bombardare massicciamente Barcellona e altre località «rosse», Ciano arrivò al punto di chiedere al generale Valle di partecipare, lui il ministro degli Esteri, ad una delle future azioni...233. Salvo poi, sopravvenuta l’immancabile solita doccia fredda, tornare a crucciarsi e decidere un ennesimo passo su Franco – questa volta personale di Mussolini – minacciandolo di ritirare le truppe italiane se non si fosse deciso a preparare e condurre «sino in fondo» «una battaglia di masse che porti alla distruzione dell’apparato nemico»234.
Mussolini scrisse questa lettera il 2 febbraio 1938. Venti giorni dopo Franco non aveva ancora risposto. Il 23 febbraio il «duce» ne sollecitò telegraficamente la risposta e, via via sempre piú irritato, tre giorni dopo ordinò all’aviazione di stanza nelle Baleari di astenersi da ogni azione. Solo negli ultimissimi giorni di febbraio Franco si fece finalmente vivo. La sua lettera (formalmente datata... 16 febbraio), in teoria dava ragione a Mussolini («Non ho mai contato sul crollo spontaneo delle retrovie nemiche. Ho sempre progettato di provocarlo con una schiacciante vittoria e con l’annientamento dell’esercito nemico»), in pratica ribadiva la convinzione che fosse necessario agire con estrema prudenza. Quanto alle truppe italiane, non ne chiedeva esplicitamente la permanenza, ma poneva la questione in modo da chiudere praticamente la bocca al «duce»: «la loro permanenza in Spagna è considerata in tutto il mondo come un atto di solidarietà con la nostra nazione, mentre la loro assenza darebbe, sul piano internazionale, la sensazione di un abbandono»235. Proprio quello che Mussolini aveva sempre piú temuto e ancor piú temeva in quel momento, mentre l’orizzonte si stava facendo per lui sempre piú buio in Austria ed egli si trovava ormai nell’assoluta necessità di accordarsi con l’Inghilterra, ma – appunto per questo – non poteva ritirarsi ormai dalla Spagna per non esporsi all’accusa che questo fosse il prezzo che aveva dovuto pagare a Londra.
Dire che dall’ottobre ’37 i rapporti anglo-italiani non avevano registrato sostanziali progressi solo a causa della questione spagnola sarebbe eccessivo; difficile sarebbe però anche considerare la questione spagnola altrimenti che la causa principale delle difficoltà che avevano reso impossibile riallacciare il filo del discorso avviato a fine luglio e che la crisi dell’agosto-settembre aveva – almeno per quel che concerneva i propositi di Chamberlain e di Mussolini – interrotto ma non spezzato. A rendere difficile una détente avevano contribuito vari altri motivi politici e psicologici. Tra essi si deve annoverare la tendenza inglese ad agire quanto piú possibile in stretto accordo con la Francia, cosa che – essendo Parigi a quest’epoca sostanzialmente contraria ad un accordo anglo-italiano e tendendo, anzi, a premere su Londra perché assumesse verso l’Italia un atteggiamento intransigente che portasse avanti la linea dura inaugurata a Nyon – rendeva difficile, anche volendo, prendere effettive iniziative per riavviare concretamente il discorso con Roma, dato che questa, pur affermando di volere l’accordo con l’Inghilterra, sembrava però ferma nel rifiutare di associare in qualsiasi modo ad esso la Francia e non mostrava neppure la minima disponibilità a compiere qualche atto distensivo verso Parigi che facilitasse le cose agli inglesi236. D’altro canto Londra tendeva anche a privilegiare l’aspetto tedesco della politica dell’appeasement, con il risultato di offrire nuova esca (come in novembre, quando Halifax si era recato in visita a Berlino) ai sospetti e ai timori di Mussolini di vedere inglesi e tedeschi accordarsi tra loro sulla sua testa. Né bisogna sottovalutare l’influenza che su una parte degli uomini alla guida della politica estera britannica aveva la preoccupazione (ideologica, economica e politica, specie in relazione alla sempre piú difficile situazione in Estremo Oriente) di procedere d’accordo con gli Usa, i quali non vedevano affatto di buon occhio che l’Inghilterra cedesse sulla questione di principio del riconoscimento de jure dell’impero fascista per concludere un accordo che a Washington era considerato col piú profondo scetticismo e che appariva in contrasto con i propositi accarezzati tra la fine del 1937 e gli inizi del 1938 da Roosevelt di prendere una grande iniziativa volta, nelle sue intenzioni, a bloccare il progressivo deterioramento della situazione internazionale con una serie di accordi relativi alla riduzione degli armamenti, all’eguaglianza di accesso alle materie prime e alle leggi sulla condotta della guerra ovvero a smascherare e isolare moralmente e politicamente Germania, Italia e Giappone se queste l’avessero lasciata cadere o respinta237. Da parte italiana a rendere difficile una détente era stato invece soprattutto il sistematico ricorso all’«emolliente» delle minacce e delle pressioni indirette, da quelle ormai tradizionali messe in atto per creare difficoltà agli inglesi nel mondo arabo a quelle, per cosí dire, nuove, rese possibili dal precipitare della situazione in Estremo Oriente e dal conflitto cino-giapponese238. Particolare irritazione e preoccupazione avevano suscitato a Londra l’adesione italiana, il 6 novembre, al patto anti-Komintern239 e l’atteggiamento nettamente filo giapponese assunto dall’Italia alla Conferenza delle nove potenze convocata nello stesso periodo a Bruxelles per discutere il conflitto cino-giapponese e cercarne una soluzione. In una situazione di tensione e di crisi queste iniziative italiane non potevano certo favorire una détente. In un quadro diverso non sarebbero state però esse che, data la loro evidente strumentalità, avrebbero potuto impedirla. Persino W. Churchill era sicuro che Mussolini non desiderava essere trascinato in un conflitto con l’Inghilterra e tanto meno con l’Inghilterra e la Francia insieme e che la sua «diplomazia di potenza» tendeva solo a rafforzarsi al massimo nel Mediterraneo. Come egli scrisse sull’«Evening Standard» del 15 ottobre 1937, l’unico pericolo di guerra stava «nel fatto che egli possa ritenere che sotto una diretta minaccia di guerra il governo britannico possa retrocedere come ha fatto in occasione del conflitto etiopico». Da qui la necessità che Inghilterra e Francia operassero nel piú stretto accordo possibile e «non lascino il signor Mussolini in alcun dubbio circa l’atteggiamento che questi governi potrebbero essere in ultima analisi costretti ad assumere». Una posizione, come si vede, assai lucida e ferma, ma che – cosí come era formulata – non escludeva a priori la possibilità di un accordo con l’Italia. E, infatti, il vero nodo dei rapporti anglo-italiani era costituito dai limiti che l’Inghilterra era disposta a concedere alla «potenza» italiana nel Mediterraneo e dal grado di fiducia che, dopo le «delusioni» a getto continuo degli ultimi tre anni, le due parti erano reciprocamente capaci di raggiungere. Tutto il resto finiva per diventare secondario rispetto a questi due fatti, uno squisitamente politico, l’altro squisitamente psicologico, specie per quel che concerneva Mussolini e Ciano per i quali sia la politica sia la fiducia si caricavano molto piú che per i responsabili della politica britannica di motivazioni irrazionali e talvolta personalistiche, di pregiudizi e, quando le cose sembravano loro andar bene, persino di sogni farneticanti sul «declino» inglese e sulla «potenza» italiana che li inducevano per qualche tempo a pensare che, tutto sommato, l’accordo con l’Inghilterra non fosse poi veramente tanto necessario240, salvo, quando ai sogni si sostituivano gli incubi, farsi cogliere dalla sfiducia e dal timore e rifugiarsi in pericolose fughe in avanti verso la Germania che se, ancora, non incidevano veramente nella realtà della politica estera del regime, contribuivano però a deteriorare vieppiú il quadro internazionale e rafforzavano il partito filo-tedesco in Italia.
Stanti cosí le cose, il vero ostacolo sulla strada dell’accordo con l’Inghilterra era costituito dalla questione spagnola. Per quanto Chamberlain e tutto un importante settore del Partito conservatore fossero convinti della opportunità di accordarsi con l’Italia, la questione spagnola era infatti per essi il nodo di tutta l’operazione: il nodo morale, il nodo politico, il nodo della «fiducia» che andava sciolto per poter concludere l’accordo e farlo accettare al resto del partito, all’opinione pubblica in glese e alla Francia. E il piú convinto era Eden, che – da parte sua – considerava Mussolini un «gangster» col quale qualsiasi accordo sarebbe stato senza valore e che, se accettava l’idea di un possibile «accordo» con l’Italia, era per non lasciare nulla di intentato e perché non poteva non tener conto dei rapporti di forze esistenti nel governo e nel partito, ma era deciso a giungervi solo alle sue condizioni.
Alla vigilia della Conferenza di Nyon Eden aveva scritto a Churchill241:
Questo è il momento di ricondurre l’Italia al rispetto dei suoi doveri internazionali... Non sembra che la Germania sia pronta a entrare in un grande conflitto entro l’anno, e, se si spera di poter concludere futuri rapporti amichevoli con l’Italia, le cose dovrebbero venir condotte a termine ora. Il pericolo che ci minaccia è dovuto alla certezza di Mussolini di poter bluffare e far la voce grossa per vederci ritirare alla fine dopo qualche chiacchiera inutile».
Forte di questa convinzione, il ministro degli Esteri si era impegnato a fondo per la buona riuscita della conferenza e poi nel successivo passo anglo-francese del 2 ottobre. Dopo il rigetto italiano della proposta di avviare conversazioni a tre per la Spagna non aveva seguito i francesi nei loro propositi oltranzisti e, anzi, aveva svolto una notevole azione per moderarli; ciò non vuol però dire che avesse modificato minimamente la sua posizione di fondo. Lo dimostra il fatto che una delle prime cose che Chamberlain e Ball fecero sapere a Grandi quando si riavviarono i pourparlers tra loro fu di non servirsi nelle sue comunicazioni a proposito di essi con Roma dei soliti telegrammi cifrati (decifrabili dal Foreign Office) ma «soltanto di lettere o rapporti» inviati per corriere242. E infatti, anche se il premier e alcuni membri del governo erano desiderosi di riavviare il discorso con Roma e da parte italiana si erano fatti vari passi per riprendere il filo al punto in cui si era interrotto in agosto, per vari mesi i rapporti anglo-italiani non avevano registrato alcun progresso. Il 6 novembre, lo stesso giorno in cui Ciano sottoscriveva il patto anti-Komintern, un passo di Grandi presso il Foreign Office, prospettante l’opportunità di iniziare i «previsti» negoziati al fine di evitare che in caso contrario l’Italia potesse soggiacere alle pressioni tedesche, non aveva ottenuto da Eden che una risposta vaga e dilatoria. E un altro, poco meno di un mese dopo, aveva ottenuto una risposta ancor piú scoraggiante: perché l’Inghilterra potesse prendere in considerazione il riconoscimento dell’impero occorreva che prima l’Italia ritirasse i volon tari dalla Spagna, sgombrasse le Baleari, cessasse la propaganda verso gli arabi e moderasse i toni antibritannici della sua stampa243.
La risposta di Mussolini non si era fatta attendere. Una settimana dopo, la sera dell’11 dicembre 1937, dopo una riunione convocata ad hoc del Gran Consiglio, il «duce» dal balcone di palazzo Venezia aveva annunciato il ritiro dell’Italia dalla Società delle nazioni244.
Abbiamo voluto – aveva detto –, durante lunghi anni, offrire al mondo uno spettacolo di inaudita pazienza. Non avevamo dimenticato e non dimenticheremo l’obbrobrioso tentativo di strangolamento economico del popolo italiano perpetrato a Ginevra. Ma qualcuno pensava che ad un certo momento la Lega delle nazioni avrebbe compiuto un gesto di doverosa riparazione. Non lo ha fatto. Non lo ha voluto fare...
In queste condizioni non era piú oltre tollerabile la nostra presenza sulla porta di Ginevra. Feriva la nostra dottrina, il nostro stile, il nostro temperamento di soldati...
L’uscita dell’Italia dalla Società delle nazioni è un evento di grande portata storica, che ha attirato l’attenzione del mondo e le cui conseguenze non sono ancora del tutto prevedibili.
Non per questo noi abbandoniamo le nostre fondamentali direttive politiche, tese verso la collaborazione e la pace...
In Italia la decisione di Mussolini aveva colto i piú di sorpresa, ma non aveva neppure fatto troppo effetto. In un certo senso era stata accolta con sollievo. Nei giorni immediatamente precedenti la riunione del Gran Consiglio in vari ambienti era serpeggiato un senso di incertezza e di timore che aveva dato esca alle ipotesi piú disparate, tanto è vero che, dopo l’annuncio, vi era stato chi aveva sostenuto che Mussolini avrebbe voluto in realtà farne un altro, ma che alla fine aveva dovuto rinunciare ai suoi propositi ed era ripiegato su quello dell’abbandono di Ginevra245. A livello diplomatico la decisione di Mussolini aveva suscitato invece minore sorpresa. L’incaricato d’affari francese a Roma la aveva prevista appena saputo della convocazione del Gran Consiglio e ne aveva dato la spiegazione piú corretta: il «duce» aveva voluto rendere piú difficile un eventuale riavvicinamento anglo-tedesco (dopo l’uscita dell’Italia dalla Società delle nazioni un ritorno a Ginevra della Germania sarebbe stato impossibile, a meno che Berlino fosse disposta a dare un colpo «fatale» all’Asse) e aveva voluto anche «far intendere all’Inghilterra che è cattiva tattica cercare sistematicamente di guadagnar tempo e di cloroformizzare» i negoziati con Roma246. Lo stesso senso in cui dovette intenderlo Chamberlain, tanto piú che nelle settimane successive sia l’incaricato d’affari italiano a Londra Crolla, sia Ciano a Roma con l’ambasciatore britannico, sia personalmente Mussolini nel corso di un fortuito incontro, il 5 gennaio 1938, all’Opera con lo stesso Perth si erano mostrati attenti a sottolineare il desiderio italiano di superare gli ostacoli «psicologici» che dividevano i due paesi e di raggiungere un accordo «pieno e completo»247.
Per Chamberlain l’ora di riprendere il filo del discorso interrotto in agosto era ormai giunta. Molto piú cauto e sostanzialmente ostile era però sempre Eden. Ciò spiega, da un lato, il progressivo accentuarsi ai primi del gennaio ’38 delle divergenze tra il premier e il suo ministro degli Esteri248 e, da un altro lato, la sempre piú marcata tendenza del primo a cercare di sbloccare la situazione all’insaputa e alle spalle del secondo ricorrendo a mezzi e «canali» personali extra diplomatici. Uno di questi «canali», il meno importante e il piú difficile a tenere nascosto ad Eden e al Foreign Office, era stata la cognata dello stesso Chamberlain, lady Ivy. In viaggio di piacere in Italia, la vedova di Austen Chamberlain aveva avuto alcuni incontri con Ciano e con Mussolini ai quali aveva mostrato due lettere scrittele dal cognato nelle quali (soprattutto nella seconda che Ciano e Mussolini avevano visto il 1° febbraio) egli si diceva disposto a riconoscere formalmente l’impero e ad avviare a fine febbraio le conversazioni per l’accordo. Mussolini aveva «approvato e concordato», affermando di volere un accordo «completo, duraturo e tale da costituire la base di collaborazione per i due Imperi», e aveva praticamente dettato a lady Ivy la risposta per il cognato249. Il secondo e molto piú importante «canale» era stato quello londinese di A. Dingli che Grandi era riuscito a riattivare sin dall’ottobre con una operazione del tipo di quella da lui già messa in atto nel luglio e che sola spiega come un uomo cauto e responsabile come Chamberlain avesse potuto, in seguito ad essa, pensare di agire alle spalle di Eden e spingersi a scrivere certe cose alla cognata.
Dopo le drammatiche settimane dell’agosto e del settembre tutti gli sforzi di Grandi erano stati rivolti a ricucire la situazione e in particolare a convincere Chamberlain che Mussolini voleva sempre la riconci liazione e che «i disgraziati incidenti mediterranei dovevano considerarsi una circostanza al di fuori della sua volontà». Per ottenere questo risultato Grandi aveva pensato di inventare un nuovo messaggio del «duce» per il premier. Il punto era però come giungere sino a lui. Ecco come lo stesso Grandi in una sua pagina di diario dedicata alla ricostruzione delle vicende che portarono alla caduta di Eden ha narrato l’episodio250:
Restava il problema pressoché insolubile di mettermi in comunicazione con Chamberlain all’insaputa di Eden. Eden dopo l’esperienza della mia visita a Downing Street alla fine di luglio non intendeva che la cosa si ripetesse a nessun costo, né Chamberlain, indebolito, avrebbe mai osato di far trovare Eden davanti a una convensazione coll’Italia a Downing Street.
Chi mi ha aiutato è stato Poliakoff. Dissi a Poliakoff, cacciatore di notizie riservate e piccanti, che io avevo un messaggio per il Primo Ministro da parte del Duce e che non sapevo come consegnarglielo. Domandai a Poliakoff se egli non avesse potuto attraverso Lord Tyrrel, noto amico di Chamberlain, far sapere a Chamberlain che io ero in possesso di questo messaggio, ma che ero nell’impossibilità materiale di consegnarglielo. Poliakoff è corso da Tyrrel. Tyrrel è corso a Downing Street, e nella stessa giornata Poliakoff è ritornato all’Ambasciata per dirmi che alle 5 del pomeriggio Chamberlain mi avrebbe chiamato al telefono personalmente. Io quasi stentai a credere la cosa. Invece alle 5 precise Chamberlain personalmente domandava al telefono di parlarmi. Egli mi domandò se era effettivamente vero che io avessi un messaggio di Mussolini. Io gli risposi che era vero e gli lessi al telefono questo falso messaggio da me inventato, composto di tre punti.
Il primo che il Duce interpretava un recente discorso di Chamberlain nel senso che Chamberlain manteneva la confidenza personale di Mussolini.
Il secondo che le difficoltà nel Comitato di Non-Intervento derivavano dal contegno della Russia e della Francia e dagli attacchi della stampa brittannica, ma che ciò malgrado Mussolini era deciso a lavorare per l’adozione del Piano brittannico.
Il terzo che Mussolini manteneva la sua offerta per un completo accordo fuori e dentro al Comitato con l’Inghilterra.
Chamberlain, sempre al telefono, mi espresse la sua piú viva soddisfazione e mi incaricò di richiamare [sic] il messaggio di Mussolini dettandomi egli stesso le parole che io ho mandato a Roma senza dire naturalmente che esse erano la risposta a un messaggio del Duce che mai mi era arrivato. Ma in questo modo io ho potuto determinare in Chamberlain uno stato d’animo favorevole verso il Duce e nel Duce uno stato d’animo favorevole verso Chamberlain; riprendere cosí insomma la posizione da me determinata alla fine di luglio mediante lo scambio di lettere Chamberlain-Mussolini...
Dopo questo cosidetto scambio di messaggi sono cominciati i miei contatti con il fiduciario di Chamberlain, Sir Joseph Ball. È dopo questo falso scambio di messaggi che Chamberlain ha autorizzato il suo uomo di fiducia a mettersi in diretto contatto con me al di sopra della persona di Eden. È cosí cominciato quel lavoro fra me e Ball che ha contribuito notevolmente a determinare la situazione della caduta di Eden e a mantenere fra me e Chamberlain un contatto discreto ed efficace per regolare, ciascuno nel modo migliore, la nostra reciproca azione; l’azione di Chamberlain nei confronti di Eden, la mia azione nei confronti del Duce e di Ciano. Io ero sicuro di Chamberlain, Chamberlain era sicuro di me...
Eden ha fatto di tutto nel Comitato di Non-Intervento durante i mesi di ottobre e novembre per compromettere definitivamente qualsiasi possibilità di intesa italo-brittannica. Io ho continuato a dare a Chamberlain l’impressione della nostra attività conciliante, senza mai informare Roma di nulla perché ero certo che Roma non avrebbe potuto rendersi conto della necessità di questo lavoro diplomatico ed avrebbe certamente congelato e impedito a me di lavorare. Non esiste quasi nessun dispaccio di informazioni a Roma del mio lavoro con Ball. Se l’avessi fatto ero certo che mi avrebbero fermato. Ho preferito prendere tutto sulle mie spalle, il rischio e la responsabilità. Ne valeva effettivamente la pena, come i fatti hanno poi in seguito dimostrato.
Io ho continuato per tre mesi a dare a Chamberlain l’impressione che bisognava assolutamente che egli agisse coraggiosamente, altrimenti l’Italia sarebbe stata perduta per sempre per l’Inghilterra. Ho illustrato a Chamberlain giorno per giorno i sentimenti del Popolo italiano, il quale considerava ormai come ineluttabile un conflitto con l’Inghilterra. Mi sono servito di tutto per rappresentare a Chamberlain questa situazione giorno per giorno, nello stesso tempo ho esagerato con Chamberlain le tendenze conciliative di Mussolini. Queste tendenze conciliative non sono di fatto mai esistite, ma tutte le volte che mi sono recato al Comitato di Non-Intervento ho fabbricato a uso e consumo di Chamberlain delle pretese istruzioni di Roma per un’attitudine conciliativa. Per la verità le istruzioni di Roma erano rade e inesistenti. Non vi è che un telegramma il quale mi dice di esacerbare la polemica contro la Francia e contro l’Inghilterra. Ossia esattamente il contrario di quello che in verità io ho fatto e soprattutto ho fatto intendere a Chamberlain. D’altra parte Chamberlain mi ha pressoché ogni giorno comunicato le istruzioni che egli dava a Eden e che Eden non ha mai da parte sua seguito, il che rendeva a me possibile di valutare la preconcetta ostilità di Eden contro l’Italia e nello stesso tempo informare Chamberlain del modo come il suo Ministro degli Esteri disobbediva alle sue istruzioni e direttive.
Ridata cosí fiducia a Chamberlain, il 10 gennaio ’38 – dopo cioè i primi incontri romani di lady Ivy con Ciano – l’ambasciata italiana a Londra era stata informata che il premier era ormai disposto ad avviare al piú presto e in assenza di Eden i negoziati con Grandi. Questi era in quel momento a Roma. Tornato subito a Londra, non aveva però dato seguito al messaggio251, rendendosi bene conto delle difficoltà e dei rischi di un’operazione del genere con un Eden ostile che avrebbe potuto provocare una crisi del governo, un Ciano che ne sarebbe stato praticamente scavalcato anche lui e un Mussolini che voleva l’accordo, ma che non si era veramente convinto che per concluderlo occorreva essere disposto a risolvere il nodo spagnolo e che non poteva essere esposto al rischio di un fallimento, dato che – a parte ogni altra considerazione – esso avrebbe avuto come conseguenza il definitivo rapido scivolamento dell’Italia nelle braccia di Hitler. Da qui, probabilmente, era nata la seconda lettera di Chamberlain alla cognata, quella che Mussolini aveva visto il 1° febbraio. Tra intermediari vari, impazienze, necessità di prender tempo, inganni, equivoci e machiavellismi, è difficile dire per quanto tempo la vicenda sarebbe potuta andare ancora avanti e tanto meno come si sarebbe potuta concludere se ad imprimerle una svolta non fosse sopravvenuta improvvisamente – lo si è detto – la concreta minaccia di un prossimo precipitare della situazione austriaca.
Il 4 febbraio in Germania aveva avuto luogo tutta una serie di mutamenti nelle piú alte cariche militari e politiche (tra cui la nomina di von Ribbentrop a ministro degli Esteri in sostituzione di von Neurath) che poteva avere solo una interpretazione: Hitler aveva voluto rendere i vertici del Reich piú omogenei e adeguati ai suoi programmi politici, eliminando da essi gli elementi meno sicuri o che, comunque, avevano sino allora portato nella politica tedesca ipotesi strategiche o metodi che non collimavano del tutto con i suoi. Tra questi mutamenti era anche il richiamo da Vienna di von Papen. Il 12 febbraio Hitler convocava a Berchtesgaden il cancelliere Schuschnigg, che quattro giorni dopo era costretto a rimaneggiare il suo governo e a includervi, in qualità di ministro dell’Interno, il capo dei nazisti austriaci Seyss-Inquart. Il 5 febbraio una nota dell’«Informazione diplomatica» aveva espresso il plauso del governo di Roma per le decisioni «particolarmente felici e adeguate alle necessità del momento» del Führer e Mussolini aveva telegrafato a Hitler la propria soddisfazione per la sua assunzione del comando effettivo di tutte le forze armate del Reich252. Ai facili entusiasmi253 erano però seguite tosto le maggiori preoccupazioni: già il 13 febbraio Ciano annotava nel suo diario: «l’Anschluss è inevitabile. Bisogna solo, per quanto possibile, ritardarlo»254. Mussolini, che l’11 si era detto favorevole ad una nazificazione dell’Austria («Ciò che non è integrale, non è sicuro: la Romania insegna»)255, in pochi giorni aveva dovuto cambiare idea. Sotto la data del 18 febbraio si legge nel diario di Ciano256:
Il Duce stamani era piuttosto irritato con la Germania per il modo con cui la questione con l’Austria è stata condotta. Intanto i tedeschi avrebbero dovuto avvertirci: invece nemmeno una parola. Poi, se invece di fermarsi sulle posizioni raggiunte, pensassero di arrivare al vero e proprio Anschluss, si determinerebbero delle condizioni generali del tutto diverse da quelle in cui l’Asse fu costituito e che richiederebbero un riesame della situazione.
Sino allora Ciano aveva parlato di «regolamento totalitario» delle relazioni italo-inglesi, e aveva sollecitato l’avvio dei negoziati previsti a fine luglio, ma in definitiva non si era impegnato a fondo per essi, né aveva fatto veramente qualche cosa per impedire ad Eden di bloccarli. Riprendendo un’efficace espressione dell’incaricato d’affari francese a Roma257, si potrebbe dire che dopo la grande paura di Nyon Mussolini era stato spinto ad accreditare l’immagine di una Italia fascista ancor piú vicina alla Germania nazista da una sorta di spite-party tipico della sua psicologia. Ciano, probabilmente, all’Asse ci aveva creduto e, nonostante tutto, continuava a crederci anche di piú e, tutto sommato, doveva aver considerato sino allora l’Inghilterra meno pericolosa e politicamente determinante di quanto la considerasse Mussolini. Ora però, messo di fronte alla minaccia dell’Anschluss in tempi brevi, il suo atteggiamento mutò completamente e il 16 si precipitò a scrivere a Grandi una lettera che, sotto un tono apparentemente pacato, era tutto un grido d’allarme e una invocazione di stringere con l’Inghilterra258:
Caro Dino,
Dal mio telegramma del 15 avrai rilevato ancora una volta qual è qui lo stato d’animo e le conseguenti intenzioni circa l’intesa con Londra. Non avrei nulla da aggiungere se nel frattempo non si fosse verificato il fatto nuovo che, se non modifica la situazione nel fondo, determina pur sempre l’utilità di un aggiornamento di tattica. Il fatto nuovo è il Convegno di Berchtesgaden, con quanto ne è risultato. La nazificazione dell’Austria può ormai considerarsi, se non completa, certamente molto avanzata. Ciò era previsto. Cosí come adesso è facile prevedere che nuovi sbalzi in avanti dell’offensiva nazista si verificheranno ancora. Quando? Questa è la domanda, cui la risposta appare difficile. Ed è proprio in relazione a questa incertezza che deve venir esaminata la situazione delle trattative italo-britanniche. Per usare una formula del Duce, come sempre efficacissima, oggi ci troviamo nell’intervallo tra il quarto e il quinto atto della vicenda austriaca. Quando il quinto atto comincerà? Non è possibile prevederlo. Ma non è affatto da escludere che i tempi si accelerino.
Questo intervallo, e solo questo intervallo, può essere utilizzato per le trattative tra noi e Londra. Oggi, eventuali concessioni o transazioni rientrano nel normale giuoco del dare e dell’avere della diplomazia e, se si comincia a trattare, nessuno potrà in alcun modo parlare di pressioni alla porta o di acqua alla gola. Ma domani, qualora l’Anschluss fosse un fatto compiuto, qualora la grande Germania dovesse ormai gravitare sulle nostre frontiere con la mole crescente dei suoi settanta milioni di uomini, allora per noi diverrebbe sempre piú difficile concludere o soltanto parlare con gli inglesi perché non si potrebbe evitare all’interpretazione mondiale di scorgere nella nostra politica di avvicinamento con Londra un’andata a Canossa sotto la pressione tedesca. Perciò sembra venuto il momento in cui bisogna dare un colpo di acceleratore alla conclusione di quei pourparlers che sinora si sono rivelati statici e quindi inutili. Chiarisco subito un punto: non è che il Duce sia oggi piú ansioso di ieri di stringer la mano agli inglesi. Come ieri è desideroso di un’intesa, se questa è possibile: come ieri è pronto ad affrontare qualsiasi prova, anche la piú dura, se ciò appare necessario. La conclusione dei pourparlers può quindi essere positiva o negativa. Non spetta solo a noi di assumerci una tale responsabilità: gli inglesi dovranno averne la congrua parte. Ma bisogna che una conclusione ci sia, e ci sia rapidamente. Perché se nuovi ritardi dovessero ancora venire causati dal bizantinismo dei pregiudizi e delle pregiudiziali, se nel frattempo la marcia nazista in Austria dovesse compiere il progresso definitivo e metterci davanti al fatto compiuto, allora non esisterebbe piú l’alternativa e noi dovremmo indirizzare definitivamente la nostra politica in un senso di netta, aperta, immutabile ostilità contro le Potenze Occidentali.
Tanto ti comunico per tua norma di condotta. Sono certo che troverai il modo di far capire agli inglesi quando e come ti parrà piú utile ed indicato, che se vogliamo compiere uno sforzo per cercare di condurre in porto la pericolante navicella delle nostre relazioni, bisogna deciderci a farlo presto, poiché il tempo stringe e non tutte le carte del giuoco possono rimanere sempre e soltanto nelle mani nostre e in quelle loro.
La lettera, il cui arrivo gli era stato preannunciato da Roma, fu nelle mani di Grandi alle nove della mattina di venerdí 18 febbraio. Il diario di Grandi ci ha conservato le reazioni da essa suscitate259:
Ahimè, ahimè, che tristezza nel leggere quello che Ciano mi scrive.
È la lettera di gente che ha proprio perduto la testa. È la confessione del fallimento della politica dell’Asse Roma-Berlino, e una specie di SOS a Londra.
Ahimè. Il mio destino è quasi sempre quello di pensare il rovescio di quello che a Roma pensano. Adesso che le cose vanno male per l’Asse, ecco che Roma si dichiara pronta a venire a qualsiasi accordo con Londra. Guai se io seguissi questa tattica. Bisogna dare agl’Inglesi, oggi piú che mai, la sensazione netta e precisa che, oggi piú che mai, noi siamo fedeli all’Asse, e non, dico non, abbiamo nessuna fretta di concludere.
Guai se Eden conoscesse il contenuto di questa lettera che è, dal punto di vista inglese, la giustificazione piena della politica di Eden, il quale sostiene che il tempo lavora a vantaggio dell’Inghilterra contro l’Italia, e che l’Italia dovrà ad un certo momento venire a patti con Londra in condizioni assai piú svantaggiose di oggi. L’Italia, sostiene [sic] Eden e Churchill, i quali non vogliono fare l’accordo adesso con noi, ad un certo momento dovrà scegliere la sudditanza piena con Berlino o la sudditanza piena con Londra.
Quello è quanto dice anche Ciano, nella sua lettera. A Roma sono quindi disposti a tradire Berlino per Londra.
Adesso. No. Non è questa la linea. Bisogna adesso prendere dall’Asse Roma-Berlino tutti i vantaggi dopoché abbiamo già incassato con la caduta dell’Austria tutti gli svantaggi.
Ad ogni modo, io continuerò questi giorni a fare come Nelson – non vedere il segnale. E vado avanti.
Se andrà bene, Viva l’Italia. Dirò, come sempre, che è stato in seguito alle loro istruzioni.
Se va male, il rischio è tutto mio.
Cosí, credo, si deve servire Mussolini e l’Italia.
Contrariamente a quanto pensava, Grandi non ebbe però bisogno di giocare a rimpiattino con gli inglesi. Gli avvenimenti austriaci avevano infatti avuto anche su Chamberlain un effetto decisivo e l’avevano indotto a bruciare gli indugi e, se necessario, anche a mettersi apertamente contro Eden. Questi nei giorni immediatamente precedenti aveva cercato a piú riprese di incontrare Grandi. L’ambasciatore italiano aveva però lasciato cadere tutte le richieste, volendo assolutamente evitare un incontro che o non avrebbe portato a nulla o avrebbe peggiorato la situazione. E lo aveva fatto sapere tramite il «canale segreto» a Chamberlain. Il 17 a un terzo invito di Eden era seguita, via Ball, la notizia che all’incontro, proprio la mattina del 18, sarebbe intervenuto anche Chamberlain260. Da qui l’accettazione da parte di Grandi. L’incontro si svolse in due fasi, una nella tarda mattinata, e un’altra nel pomeriggio e fu decisivo.
Grandi – che riferí il giorno dopo a Ciano sull’incontro con un rapporto di ben cinquanta pagine261 – visse un’esperienza del tutto sui generis. Di fronte a lui non erano i due massimi responsabili della politica estera britannica, ma due uomini, ormai esacerbati da una serie di sempre piú radicate diversità di opinioni, che perseguivano ipotesi politiche diverse e le volevano far trionfare definitivamente. Non a caso, nelle ultime pagine del suo rapporto, Grandi avrebbe scritto:
È certamente questa discussione di ieri una delle piú paradossali e straordinarie alle quali mi sia mai occorso di prendere parte.
Chamberlain e Eden non erano un Primo Ministro e un Ministro degli Esteri che discutevano con un Ambasciatore di un Paese straniero una delicata situazione di carattere internazionale. Erano, e si rivelavano di fronte a me, al di fuori e al di sopra di ogni convenzione protocollare, due nemici di fronte l’uno all’altro e come due galli, in una vera e propria attitudine di combattimento. Le domande e i quesiti postimi man mano da Chamberlain, erano tutti – nessuno escluso – intenzionalmente a me posti allo scopo di avere determinate risposte, che valessero a smentire e a smantellare le posizioni dialettiche e polemiche sulle quali evidentemente Eden aveva in precedenza costruito o tentato di giustificare, contro lo stesso Chamberlain e davanti ai suoi colleghi di Gabinetto, la sua miserabile politica anti-italiana e anti-fascista.
Eden, da parte sua, non ha mostrato alcun ritegno a scoprirsi in pieno davanti a me, quale egli è sempre stato, e quale io ho sempre descritto che egli è, un nemico irriducibile del Fascismo e dell’Italia.
Alla fine di questi colloqui di tre ore i due uomini che io avevo di fronte mi hanno dato l’impressione, non cancellabile, che, al di là delle parole, delle argomentazioni, delle polemiche e delle stesse questioni discusse, essi stavano giocando, o almeno si preparavano a giocare, il gioco grosso del loro destino futuro nel Governo e nel Partito conservatore, e si precostituivano le armi polemiche per la riunione del Gabinetto che ha luogo in questo momento, mentre scrivo il presente rapporto, riunione che potrebbe essere fra di loro una battaglia definitiva e risolutiva.
Poiché il rapporto di Grandi a Ciano è ampiamente noto, non entreremo nei particolari dell’incontro. Ai fini del nostro discorso, ciò che importa è il fatto che praticamente Chamberlain – ormai deciso ad imboccare la strada dell’accordo con Roma – pose due sole questioni pregiudiziali. Volle sapere se era vero che l’Italia avesse «dato il suo preventivo assenso all’intervento tedesco e nazista nella politica interna austriaca ed al conseguente progressivo assorbimento dell’Austria, in cambio di determinati e specifici impegni da parte tedesca di secondare determinati disegni dell’Italia nel Mediterraneo e in Europa». E – per quanto concerneva la Spagna – se l’Italia era disposta a dichiararsi in sede di Comitato per il non-intervento d’accordo con la formula britannica propostale262 da Plymouth e da Eden una decina di giorni prima per risolvere i problemi della belligeranza e del ritiro dei volontari. Chiariti questi due punti, tutte le altre questioni erano risolvibili, a cominciare da quella del riconoscimento dell’impero, e i negoziati potevano essere avviati al piú presto, a Roma, dove gli italiani volevano si svolgessero. Alla prima questione Grandi poté rispondere con facilità: era falso che tra Roma e Berlino esistesse un accordo segreto per l’Anschluss. Molto piú difficile gli fu rispondere alla seconda. Anche se nella sua ultima lettera Ciano non aveva fatto parola della Spagna, egli sapeva bene che a Roma, – passata ormai la paura di un conflitto – non ci si sarebbe mai decisi, e certo non in quel momento e in quelle circostanze, a ritirarsi dalla Spagna prima della vittoria di Franco. Si limitò perciò a dire che non conosceva cosa Mussolini e Ciano pensavano della proposta e che pertanto non poteva prendere alcun impegno definitivo. Poi – insistendo il premier nel chiedere una risposta positiva entro il lunedí successivo, «prima di dare egli stesso una risposta di accettazione definitiva di questo progetto d’accordo» dopo averlo sottoposto all’approvazione del gabinetto – si era, ad ogni buon conto (e cioè, come avrebbe scritto a Ciano, «allo scopo di far “pesare” un’eventuale accettazione da parte italiana della proposta» inglese), dilungato in una critica «personale» della proposta in questione.
A parte questa questione in sospeso, alla fine della seconda fase dell’incontro l’avvio dei negoziati era, in linea di principio, varato. Per renderlo effettivo non mancava che l’approvazione da parte del gabinetto inglese. In questa sede, il giorno dopo, lo scontro tra Chamberlain e Eden (già esploso nella pausa tra le due fasi dell’incontro con Grandi263) fu durissimo. Eden disse esplicitamente che se la proposta fosse stata approvata si sarebbe dimesso. Vana essendo risultata una proposta di compromesso avanzata da Halifax, la riunione fu aggiornata all’indomani pomeriggio264. Nella serata Chamberlain fece sapere a Grandi che per «vincere la battaglia di domani» aveva bisogno dell’accettazione italiana della proposta Plymouth-Eden per le questioni della belligeranza e dei volontari. Nel pomeriggio Grandi aveva parlato per telefono con Ciano. Questi gli aveva detto dapprima che «forse» si sarebbe potuta accettarla. Poi, alle insistenze di Grandi per essere autorizzato ad accettarla formalmente, gli aveva detto di attendere sino a lunedí. Era, aveva addotto come giustificazione, solo a Roma. Il «duce» non c’era: «bisogna attendere». E gli aveva suggerito di valersi intanto della «“buona impressione” avuta da Roma»...265. Attenersi ad una simile linea di condotta avrebbe voluto dire quasi certamente far naufragare tutto, l’accordo e il governo Chamberlain, con in piú la prospettiva che a questo ne succedesse un altro piú o meno sulle posizioni di Eden. Prendere una decisione non era facile, ma il giorno dopo Grandi finí per prenderla. Ecco come il suo diario ci ha conservato la cronaca di quel giorno e della notte successiva, nonché le considerazioni, politiche e personali (tutt’altro che irrilevanti per capire i rapporti tra Ciano e Grandi e le personalità dei due) che essa via via gli suggerí266:
Siamo giunti ad una fase effettivamente drammatica della situazione.
Dicano e pensino a Roma quello che vogliono. Alle 14 mando Fracassi da Ball per comunicargli, con preghiera di subito comunicarlo a Chamberlain, che ho avuto istruzioni da Roma che l’Italia accetta la formula proposta da Chamberlain venerdí. Non è vero che ho ricevuto queste istruzioni, ma lo faccio ugualmente.
Bisogna farlo. D’altra parte il rischio è piccolo. Ma bisogna marciare subito. Eden ha di nuovo minacciato le sue dimissioni. Siamo al punto culminante. Stasera, o va, o spacca.
Alle ore 18 comunico a Ciano che ho accettato la formula, e che ciò ha effettivamente giovato enormemente a Chamberlain nella riunione di Gabinetto.
Chamberlain mi manda a ringraziare per la tempestiva comunicazione.
Londra vive delle ore elettriche.
Alle ore 20 le dimissioni di Eden sono annunciate ufficialmente.
Alalà – Viva l’Italia!
Lo comunico a Ciano che è a pranzo a casa della Principessa Colonna.
Notte indimenticabile. All’Ambasciata siamo tutti come matti di gioia.
Il piú aspro nemico dell’Italia se ne è dunque andato, se ne è andato.
Da oggi si inizia effettivamente un nuovo capitolo nella storia dei rapporti italo-brittannici.
Eden darà domani la grande battaglia ai Comuni.
Churchill cerca di sobillare i conservatori.
I laburisti agitano la piazza.
Non è ancora detta l’ultima parola.
Domani Chamberlain avrà una giornata durissima. Bisogna aiutarlo fino in fondo.
Vi è chi dice che avremo domani sera un Governo di sinistra presieduto da Eden.
Può darsi. Ma non lo credo.
Chamberlain è tosto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oggi è la rivalsa. Chi mai potrà togliermi la gioia di queste giornate fantastiche. Lo so che dovrò pagarle. A Roma a quest’ora si sta facendo di tutto per diminuire il mio successo, la parte che io ho avuto in questa battaglia.
Forse che ho dimenticato i mesi amari dopo la fine vittoriosa delle sanzioni?
Forse che ho dimenticato le settimane amare dopo la conclusione del gentlemen’s agreement?
No. Roma mi farà pagare amaramente anche questo. Ne sono certo. Cosí ha fatto sempre.
Telefono a Roma ogni ora.
Avanti ieri – vedi lettera Ciano – dopo il colpo nazista in Austria a Roma avevano perduto la testa.
Ieri sera non credevano che fosse vero quello che stava accadendo.
Oggi che abbiamo vinto, a Roma tutto sembra la cosa piú naturale del mondo. Ciano mi telefona oggi con una voce cosí diversa.
Giovedí e venerdí per 3 volte consecutive, per telefono, mi ha detto che io devo agire, agire, agire perché se non riusciamo adesso siamo perduti. La sua voce era ansiosa, inquieta. Era di un uomo che diceva chiaramente: siamo nelle tue mani.
Oggi, che siamo riusciti, che c’è la vittoria, la sua voce è quella di un uomo che mi vuol far capire che è lui che ha fatto tutto.
Ha avuto perfino il coraggio di dirmi che egli sapeva tutto da Lady Chamberlain, una povera buona sciocca donna che è a Roma.
Andrà a finire che chi ha fatto tutto in questi giorni è Ciano e Lady Chamberlain, da Roma e nei salotti di Roma.
Ciano ha avuto perfino il cattivo gusto di dirmelo già, a chiare parole, per telefono. Egli desidera che io telefoni, non che scriva. I miei rapporti o telegrammi questi giorni non sono graditi. Non desiderano avere dei documenti che possano «impicciarli» a scrivere la storia a modo loro.
È sin troppo chiaro.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il 21, a cose fatte, Ciano, per telefono, avrebbe detto a Grandi «Come e perché questa formula? La discuteremo poi»267. In realtà le fonti inglesi lasciano capire che se Chamberlain ebbe la meglio su Eden tanto che questi si dimise dal governo (a sostituirlo fu chiamato Halifax) e i Comuni approvarono la politica del premier ciò dipese in larga misura proprio dalla tempestiva «accettazione» italiana della proposta inglese per la Spagna. Ugualmente, il successivo svolgimento dei negoziati e soprattutto le vicende ancora successive – tra la firma degli «accordi di Pasqua» e la loro entrata in vigore – dei rapporti italo-inglesi mostrano chiaramente come fu proprio l’equivoco atteggiamento di Roma a proposito della questione spagnola a rendere difficili tali rapporti e a togliere praticamente ogni effettivo valore al tanto sospirato accordo generale.
Le vicende dei negoziati romani sono note268. Risolta la crisi, Chamberlain li avviò subito. L’8 marzo l’ambasciatore inglese a Roma Perth e Ciano avevano il primo dei quindici colloqui attraverso i quali si sarebbe concretizzato l’accordo. Tra il primo e il secondo colloquio si verificò, l’11 marzo, l’Anschluss, che però non ebbe alcuna ripercussione negativa sui negoziati, sebbene – come vedremo nel prossimo capitolo – Mussolini non reagisse menomamente ad esso e lasciasse cadere un passo francese per una «consultazione» tripartita nello spirito di Stresa269. L’intenzione britannica di giungere rapidamente ad una conclusione positiva dei negoziati fu subito evidente. La questione pregiudiziale per gli italiani, quella del riconoscimento de iure dell’impero, fu subito impostata da Londra a Ginevra per rendere possibile il riconoscimento stesso allorquando la Società delle nazioni – su proposta inglese – avesse risolto favorevolmente il problema del riconoscimento della sovranità italiana sull’Etiopia. Sulle questioni «minori» o l’accordo fu raggiunto facilmente o fu trovata l’opportuna formula diplomatica per risolverle nel modo meno insoddisfacente possibile, affidandone la concreta soluzione agli effetti generali che l’accordo avrebbe avuto e alla buona volontà delle parti di renderlo realmente operante. Detto questo, va anche detto che, per quel che riguarda l’Italia, ha ragione il Pastorelli quando afferma che l’accordo fu «largamente soddisfacente nel settore Africa – Mar Rosso – Arabia» e che, anche se non furono raggiunti tutti gli obiettivi vagheggiati, «i compromessi, accettati soprattutto per l’urgenza con cui si [svolse] l’ultima fase del negoziato, [furono] comunque ispirati al principio della posizione paritaria dei due contraenti»270. Piú volte gli inglesi – un po’ per rassicurare Parigi, dove l’apertura dei negoziati aveva prodotto in genere allarmi e preoccupazioni a non dire, e un po’ per l’oggettiva importanza che la cosa avrebbe avuto – cercarono di coinvolgere in qualche modo la Francia nei negoziati, ma sempre senza esito, arroccandosi gli italiani, dietro la duplice risposta di non gradire accordi plurilaterali e di essere disposti a studiare successivamente la possibilità di un accordo bilaterale con la Francia. Di fronte a questo fermo atteggiamento Londra finí per rinunciare ai suoi tentativi. Nessun ostacolo trovò invece la richiesta inglese che fossero diminuite le forze italiane in Libia: il 27 marzo Ciano informava Perth che esse sarebbero state ridotte all’incirca della metà, con immediato inizio dei ritiri con un ritmo settimanale di mille uomini. Ugualmente Roma procedette subito a moderare alquanto i toni e i contenuti della propaganda di Radio Bari.
L’unico vero nodo dei negoziati fu costituito dal ritiro dei «volontari» dalla Spagna. Chamberlain si rendeva bene conto delle difficoltà che la soluzione di questa questione creava all’Italia e realisticamente non considerava «una conditio sine qua non ad un accordo che l’Italia dovesse ritirarsi dalla Spagna prescindendo da ciò che potessero fare altri paesi»271, ma non poteva neppure accettare a questo proposito gli anguilleggiamenti di Ciano, dato che non trovare una soluzione alla questione voleva dire rendere difficile sia l’approvazione degli accordi in sede parlamentare sia la posizione dell’Inghilterra in sede di Società delle nazioni, con le ripercussioni, oltretutto, che ciò avrebbe avuto sulla questione del riconoscimento dell’impero. Alla fine il problema fu risolto con uno scambio di note accluse al testo dell’accordo. Con la prima l’Italia dava la sua «piena adesione» alla formula inglese per l’evacuazione proporzionata dei volontari stranieri e si impegnava «a dare pratica e reale esecuzione a tale evacuazione nel momento e alle condizioni che saranno determinate dal Comitato di non intervento sulla base della formula suddetta» e, comunque, a ritirare immediatamente i suoi volontari dal territorio spagnolo «al momento in cui avrà termine la guerra civile». Con la stessa nota l’Italia ribadiva altresí di non avere «alcuna mira territoriale o politica», di non cercare «alcuna posizione economica privilegiata nella Spagna metropolitana, nelle Isole Baleari, in alcuno dei possedimenti spagnoli d’oltremare o nella zona spagnola del Marocco» e di non avere «alcuna intenzione di mantenere qualsiasi forza armata in alcuno dei suddetti territori». Con la seconda l’Inghilterra si diceva soddisfatta della nota italiana, affermava di giudicare «una sistemazione della questione spagnola come un prerequisito per l’entrata in vigore dell’Accordo» e informava a sua volta l’Italia che il governo britannico «essendo desideroso che vengano rimossi quegli ostacoli che al presente possono essere mantenuti per impedire la libertà degli Stati membri relativamente al riconoscimento della sovranità italiana sull’Etiopia, intende[va] intraprendere dei passi alla prossima riunione del Consiglio della Società delle nazioni, con il proposito di chiarire la situazione degli Stati membri a questo riguardo». La soluzione cosí escogitata serví a risolvere, collegandole, le due questioni pregiudiziali che stavano a cuore a Roma e a Londra e permise di concludere positivamente i negoziati e di giungere, il 16 aprile 1938 a palazzo Chigi, alla firma dei relativi protocolli e dei loro numerosi allegati272. La sua conseguenza fu però che l’entrata in vigore dell’accordo sarebbe avvenuta solo quando i due governi l’avessero decisa congiuntamente e cioè quando le due pregiudiziali fossero state soddisfatte.
Con una buona dose della sua solita esagerazione e leggerezza, il 14 aprile Ciano annotò273:
Il Duce era contento. Con oggi si chiude veramente l’impresa etiopica e si chiude con un accordo imperiale, dovuto soprattutto all’intransigenza d’acciaio di un uomo, che ha creduto e voluto, solo, contro tutto il mondo, e spesso contro molti dei suoi.
In realtà gli «accordi di Pasqua», se recarono alcuni vantaggi contingenti alla politica fascista e trovarono un largo e sintomatico favore nell’opinione pubblica italiana (come notò Perth, illustrando a Londra la cerimonia della firma e l’atteggiamento della gente radunatasi per l’occasione sotto palazzo Chigi, «dall’aspetto generale della folla e dall’assenza di camicie nere... questa manifestazione era completamente spontanea, un raro avvenimento negli annali dell’Italia fascista»274), sarebbero risultati sui tempi lunghi sostanzialmente sterili275, nonostante avessero in potenza, come aveva sperato Grandi276, tutti gli elementi per dare inizio ad un nuovo capitolo della storia dei rapporti italo-britannici. Nel prossimo capitolo vedremo le ragioni per cui rimasero sterili. Ad una è però opportuno far qui riferimento. Firmati a metà aprile del ’38, gli «accordi di Pasqua» entrarono in vigore il 16 novembre, sette mesi dopo. Un intervallo di tempo troppo lungo perché, in una situazione internazionale tanto drammatica e in movimento, il loro valore non si fosse nel frattempo assai logorato, tanto che la loro entrata in vigore passò quasi inosservata e avvenne, come vedremo, piú sull’onda della nuova situazione determinata dagli accordi di Monaco che per la loro intrinseca forza. Eppure in quei sette mesi tanto Roma quanto Londra ne avevano desiderato l’entrata in vigore e l’avevano anche chiesta. Da parte italiana si era cominciato a far pressioni in questo senso sin dai primi di giugno non appena la Società delle nazioni ebbe risolto favorevolmente all’Italia il problema della sovranità sull’Etiopia e il riconoscimento de iure dell’impero era diventato pertanto possibile per l’Inghilterra277. A rendere la cosa impossibile era stata, al solito, la questione spagnola, l’incapacità di Mussolini e di Ciano a tirarsi fuori dalle sabbie mobili spagnole persino quando ormai la vittoria di Franco era scontata. I resoconti dei colloqui che Ciano ebbe a questo proposito con l’ambasciatore Perth278 sono estremamente indicativi; ancora di piú lo è però quello di un altro colloquio che, sullo stesso problema, l’incaricato d’affari italiano a Londra, Crolla, ebbe il 3 agosto con Chamberlain279. Da esso risulta infatti in modo inoppugnabile che il premier inglese era cosí comprensivo e disposto a venire incontro alle esigenze italiane da arrivare a dire di essere pronto ad accontentarsi di «un fatto qualunque», di «un ragionevole pretesto» per dichiarare che la Spagna aveva cessato di costituire un pericolo per la pace dell’Europa e far entrare quindi in vigore gli «accordi di Pasqua». «Vi dirò per esempio – disse a Crolla – che io sarei anche disposto a considerare sufficiente un ritiro parziale o “sostanziale” di volontari». E, su richiesta dell’incaricato d’affari italiano, precisò: «intendo un ritiro “sostanziale”, e cioè non totale, anche senza necessità di armistizio».
Insomma, neppure quando venne loro offerto tutto l’aiuto possibile per farlo, Mussolini e Ciano seppero trovare il coraggio morale – ché a questo punto solo di questo si trattava, dato che sulla vittoria di Franco non vi erano ormai piú dubbi – per tirarsi fuori dalle sabbie mobili spagnole. Nonostante la gravità della situazione internazionale, dopo questo discorso di Chamberlain a Crolla, a Roma occorsero ancora due mesi per «trattare» con Franco il ritiro (con inizio dal 16 ottobre) di un primo «sostanziale» contingente di «volontari».
Assai spesso gli storici, trattando dell’intervento fascista in Spagna, ne hanno messo in rilievo il costo in uomini – 3819 morti (di cui 2042 appartenenti all’esercito, alla marina e all’aeronautica e 1777 appartenenti alla Milizia) e tra 11 e 12 000 feriti280 –, in materiali (759 aerei, 1801 cannoni, 1426 mortai, 3436 mitragliatrici, 157 carri veloci, 6791 veicoli a motore, ecc.) e in denaro (complessivamente circa otto miliardi e mezzo281). Talvolta la loro attenzione si è soffermata anche sull’influenza assai forte che esso ebbe sul mutamento di atteggiamento rispetto al fascismo di vasti settori dell’opinione pubblica francese, inglese e americana che sino allora l’avevano giudicato «una soluzione accettabile dei problemi italiani» e che, in seguito ad esso, cominciarono a guardarlo sempre piú come un pericolo per la pace e la democrazia e ad identificarlo tout-court col nazismo, da cui sino allora lo avevano distinto. Molto meno spesso – a causa soprattutto della distorsione ottica dovuta al condizionamento degli ultimi approdi della politica fascista che ha indotto i piú a considerare tale politica già a quest’epoca definita nel senso di una netta scelta di campo a fianco della Germania – ci si è soffermati invece a valutare l’importanza che l’intervento italiano e, ancor piú, il sempre maggiore impegno in esso di Ciano e dello stesso Mussolini (anche se le due posizioni non sono per noi, come si è visto, assimilabili) ebbero nel togliere alla politica fascista buona parte di quella agilità e spregiudicatezza di movimenti e autonomia che pure essa in teoria voleva avere e nel dare allo stesso intervento in Spagna un significato diverso da quello che, per Mussolini, esso aveva inizialmente avuto. Eppure, storicamente, questo è stato per Mussolini e per il fascismo il significato piú importante, la conseguenza piú pesante di tutta la vicenda spagnola. Anche se ricercato affannosamente quando fu evidente che Hitler aveva ormai deciso l’Anschluss sui tempi brevi e che non era possibile fermarlo, l’accordo generale con l’Inghilterra, concretatosi negli «accordi di Pasqua», era stato concepito in questa logica di agilità e di spregiudicatezza di movimenti e di autonomia (che, a sua volta, non era altro che la riedizione-continuazione di quella del «peso determinante»). Con la sua incapacità di tirarsi fuori, persino alla penultima ora, dalle sabbie mobili spagnole per non dare l’impressione di venir meno alla parola data pur di compiacere l’Inghilterra e, dunque, di avere bisogno o addirittura paura di essa, in sostanza fu proprio lo stesso Mussolini a mettere in crisi la propria politica o, almeno, a tarparle notevolmente le ali, quando il «peso determinante» dell’Italia era ancora una realtà (o, se si vuole, un’apparenza, ma in situazioni del genere l’apparenza è quasi sempre piú importante della realtà) e Mussolini era – qualsiasi cosa se ne dica col senno del poi – troppo utile agli occhi di tanta parte delle classi politiche occidentali per far loro considerare impossibile accordarsi con lui. Il fatto che il «duce» non si rendesse conto di ciò o, peggio, non fosse in grado di affrontare il rischio di un momentaneo scacco di prestigio e delle inevitabili conseguenti polemiche va visto e spiegato – come qualsiasi realtà storica – tenendo presente una molteplicità di fattori. Di essi abbiamo detto in questo e nel precedente capitolo. Ciò non toglie che il fatto in qualche misura vada visto anche sotto il profilo del realismo politico di Mussolini e che, sotto tale profilo particolare, si debba concludere che anche il realismo politico mussoliniano cominciava, a contatto del mito, a mostrare défaillances e limiti che non possono essere sottovalutati se si vuol veramente capire la figura e la politica di Mussolini in questo periodo e la loro incidenza sulla realtà del regime.
Note
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Mussolini, XXVII, p. 242. ↩
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Mussolini il duce, I, p. 697. ↩
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Anche senza voler assolutamente attribuire a N. Bombacci il «merito» di avere suggerito a Mussolini la politica autarchica, ma solo a dimostrazione di come certe soluzioni politico-economiche si facessero da qualche tempo strada e, in particolare, a «sinistra», è da segnalare una lettera che il 6 luglio 1934 l’ex deputato comunista, già dalla fine dell’anno prima ormai allineato su posizioni di netto fiancheggiamento («voi siete l’interprete felice e fedele di un ordine nuovo politico ed economico che nasce e si sviluppa col decadere del capitalismo e con la morte della socialdemocrazia... Sento che nella Corporazione, sotto la vostra guida, sotto la guida dello Stato fascista totalitario, è soltanto possibile trovare, in questa fase storica, quell’armonia necessaria al progresso civile e al benessere della società», aveva scritto a Mussolini il 17 novembre 1933), aveva indirizzato al «duce», che, lettala, aveva annotato in margine: «presentarmi un piano dettagliato». In essa Bombacci aveva proposto la costituzione di un Centro «che sappia capire e farsi ascoltare dagli Enti e dalle persone interessate» e che dovesse «prima studiare, poi segnalare e soprattutto persuadere, importatori, commercianti e industriali a trovare, senza chiasso pubblicitario, la via migliore per sostituire, quando sia possibile, il prodotto estero con quello nazionale, accontentando il consumatore e facendo l’interesse dell’economia nazionale». E, se necessario, dovesse far capire agli operatori economici «che lo Stato fascista, corporativo quando non concorra la collaborazione effettiva delle categorie interessate, dovrà ricorrere a mezzi autoritari per regolare il commercio estero in rapporto a tutta la vita economica nazionale» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], H/R, fasc. «Nicola Bombacci»). ↩
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F. D’Amoja, La politica estera dell’Impero. Storia della politica estera fascista dalla conquista dell’Etiopia all’Anschluss, Padova 1967, p. 40. ↩
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Un ruolo non trascurabile ebbero in questo senso durante tutto il periodo che stiamo considerando i contatti presi fuori dei canali diplomatici ufficiali, in particolare tramite i corrispondenti dell’Agenzia Stefani e i numerosi rappresentanti e inviati dei Caur. Specie nella penisola balcanica, ma anche nei paesi baltici, si venne cosí a stabilire con la seconda metà degli anni trenta una sempre piú intensa «diplomazia parallela» che non di rado godeva di una larga autonomia rispetto a quella ufficiale (che talvolta era addirittura tenuta quasi all’oscuro di molte sue iniziative) e agiva con larga disponibilità di mezzi economici che le permettevano di finanziare gruppi politici ritenuti a torto o a ragione filo fascisti o comunque filo italiani, giornali e singoli uomini politici. Su questa «diplomazia parallela» manca a tutt’oggi qualsiasi studio specifico. Gli unici accenni un po’ consistenti ad essa si possono trovare, per l’Europa orientale e i CAUR in particolare, in J. W. Borejsza, Il fascismo e l’Europa Orientale. Dalla propaganda all’aggressione, Bari 1981.
Iniziata da Mussolini in Germania negli anni venti, la pratica della «diplomazia parallela» si era via via estesa sempre di piú. Grandi prima e Suvich poi erano però riusciti in gran parte a neutralizzarla. Nelle sue memorie Suvich ricorda gli sforzi da lui messi in atto presso Mussolini. Parlando dei suoi quotidiani rapporti con lui a palazzo Venezia ha scritto: «La cartella degli Esteri [di Mussolini] conteneva di solito qualche rapporto di osservatori volontari, o magari incaricati da lui – questo non mi constava – e qualche ritaglio di giornale italiano e straniero che pensava potesse avere interesse. “Io faccio il segretario dei miei Sottosegretari” mi ha detto un giorno, ed era un po’ vero. Questi rapporti che riceveva direttamente erano un guaio. Si trattava in genere di gente poco preparata che andava all’estero già predisposta a trovare che quanto facevano i nostri rappresentanti diplomatico-consolari era sbagliato, che tutti erano snob, che non avevano la sensibilità degli interessi nazionali e che passavano le giornate a correr dietro alle donne o a giocare a golf o a bridge. Naturalmente arrivati sul posto trovavano che le cose stavano cosí, come pensavano loro, e quindi il “rapporto al Duce”.
«Mussolini – pure osservante delle gerarchie – per una sua congenita, non dimenticata inclinazione all’eterodossia, dava corda a questi informatori irregolari, ne leggeva i rapporti e poi me li passava corredati da sottolineature e punteggiature in rosso e bleu. “Vede Suvich che l’ambasciatore fa...?” “Ma no, Presidente, il signor tale dice che l’ambasciatore fa... e probabilmente ha torto. Mi lasci appurare la cosa”.
«Era veramente una fatica di Sisifo scalzare alcuni suoi preconcetti, perché poi ritornava da capo. Ma infine il rapporto andava a finire nel sepolcro dell’archivio e non se ne parlava piú».
Nella seconda metà degli anni trenta essa finí per contagiare anche le istituzioni piú caute e tradizionaliste, suscitando confusione e perplessità persino in alcuni di coloro ai quali si rivolgeva, preoccupando vari governi e procurando alla diplomazia ufficiale piú difficoltà che concreti vantaggi. Assai significativo (anche sotto altri aspetti) è quanto scrisse il 28 settembre 1937 D. Grandi nella sua qualità di ambasciatore a Londra, all’addetto navale presso la sua stessa ambasciata: «Il R. Ministero della Marina, Ufficio Informazioni – Maristat, colla leggerezza ed incompetenza propria di certi uffici militari i quali vogliono fare della politica estera invece di badare alle loro navi, cannoni, siluri e a quelli degli altri, ha organizzato recentemente un servizio di informazioni e di contatti politici tra suoi e pretesi fiduciari del Governo Britannico. Da accertamenti da me personalmente eseguiti ho potuto constatare che le persone incaricate di tale servizio altro non sono se non dei millantatori screditati, ignoranti dell’ambiente politico britannico. Ad ogni buon fine, avendo identificato tali fiduciari del R. Ministero della Marina, Reparto Informazioni Maristat, ho dato ordine alla squadra del Fascio di Combattimento di Londra di dar loro una vigorosa bastonatura, onde abbiano la possibilità di riferire qualche cosa di piú preciso e di piú concreto circa i risultati della loro missione a Londra.
«Questi fiduciari, allo scopo di accreditare la loro missione politica, si sono naturalmente presentati negli ambienti della Camera dei Comuni e dell’Ammiragliato, come fiduciari del R. Ministero della Marina, dando cosí l’impressione che, mentre il Duce e il Ministro degli Esteri parlano duramente al Governo Britannico nelle trattative diplomatiche, la R. Marina, sottomano, si mostrerebbe ansiosa, per proprio conto, di stabilire contatti sul terreno politico e sollecitare un’intesa politica che non può mancare naturalmente di essere interpretata negli ambienti britannici come il frutto di una soverchia preoccupazione della Marina Italiana di allontanare l’ipotesi di un conflitto con la Marina Britannica. È superfluo che io mi dilunghi per fare constatare alla S. V. gli effetti deleteri di tutto ciò per il nostro prestigio e soprattutto per il prestigio della nostra eroica Marina...» (ACS, Min. Aeronautica, Gabinetto, 1937, b. 38, fasc. 9-1-7; nonché Archivio D. Grandi, b. 47, fasc. 112, ove è anche un’altra lettera in pari data di Grandi a Ciano sull’episodio con maggiori particolari e apprezzamenti negativi sui contatti cercati dalla Marina in Inghilterra). ↩
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Ai primi del ’37 Mussolini inviò in Africa il sottosegretario all’Agricoltura e foreste G. Tassinari per un primo esame delle possibilità di sfruttamento economico e di colonizzazione dell’Impero. Tassinari compí un lungo giro in Somalia, Eritrea, nel Tigré, nella zona di Gondar, nello Scioa e nell’Harar giungendo alla «meditata convinzione» – come telegrafò a Mussolini alla vigilia del suo rientro in Italia, il 25 febbraio – che l’Impero offriva «grandi possibilità... per raggiungere indipendenza economica Madre Patria» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1934-1936], b. 1066, fasc. 17/7, n. 6643/6.2).
Alla valorizzazione dell’Etiopia si mostrarono interessati (grazie anche all’intensa attività svolta in questo senso da Suvich a Washington) nel 1936-37 gli americani, che inviarono in Italia a studiare il problema l’ex sottosegretario di Stato Phillips. Il deteriorarsi della situazione internazionale portò però ad una interruzione dei contatti. Decisivo fu il peso del progressivo avvicinamento dell’Italia al Giappone. Come Suvich riferiva a Roma il 3 dicembre 1937, tale avvicinamento aveva suscitato negli Usa una ostilità verso l’Italia (accusata «di aver aggravato la situazione rompendo la solidarietà tra le potenze firmatarie del Trattato dei Nove») seconda solo a quella verso il Giappone. A ciò si era poi aggiunto il riconoscimento italiano del Manciukuò. Riferendo di un suo colloquio con Sumner Welles, Suvich scriveva a questo proposito: «Mentre fino ad ora la contesa con l’Italia era limitata piú che altro al campo ideologico, ora, dopo il nostro schieramento a favore del Giappone, si considera [l’Italia] passata definitivamente nel campo degli interessi politici contrari a quelli americani». In questa situazione, come riferiva Suvich in un altro rapporto del 14 gennaio 1938, «anche gli americani amichevolmente disposti verso l’Italia (e ce ne sono moltissimi) che ci avevano fiancheggiato nella questione etiopica e nella questione spagnola, non approvano il nostro avvicinamento al Giappone nell’attuale momento e quindi non sono disposti a levare la voce in nostro favore di fronte alla marea incalzante delle ostilità» (Asae, Stati Uniti, b. 34 [1937] e b. 46 [1938]). ↩
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Il primo accenno alla sua intenzione di creare un’«armata nera» Mussolini lo fece l’8 maggio ’36 (parlando di un milione di uomini), cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 382. ↩
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Cfr. a questo proposito G. Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-37, in «Italia contemporanea», marzo 1975, pp. 3 sgg., basato essenzialmente sulle carte dell’archivio di Graziani e dal quale abbiamo tratto le citazioni. ↩
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Per la scelta del duca d’Aosta cfr. quanto Mussolini scrisse il 10 novembre 1937 a Graziani per comunicargli la fine del suo viceregno. Mussolini, XLII, p. 197. Gli argomenti addotti corrispondevano bene alla psicologia e al modus operandi del «duce» e al suo crescente timore per possibili «speculazioni» antitaliane e antifasciste. Secondo il già ricordato rapporto dell’incaricato d’affari francese Blondel (DDF, s. II, VII, pp. 864 sg.) la scelta del duca d’Aosta sarebbe invece stata, almeno in parte, dettata dalla volontà di privilegiare il ramo cadetto dei Savoia, di sentimenti fascisti, e sarebbe dunque rientrata nel quadro dei contrasti tra Mussolini e il sovrano. ↩
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Sulle operazioni di «grande polizia» durante il viceregno del duca d’Aosta cfr. U. Cavallero, Gli avvenimenti militari dell’Impero. Dal 12 gennaio 1938-XVI al 14 aprile 1939-XVII, 6 voll., Addis Abeba 1940.
Per un quadro d’insieme sull’organizzazione dell’Impero cfr. A. Sbacchi, Il colonialismo italiano in Etiopia 1936-1940, Milano 1980. ↩
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Mussolini il duce, I, p. 732 e, piú in genere, pp. 729 sgg. ↩
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J. Petersen, Hitler e Mussolini. La difficilé alleanza, Bari 1975, p. 412. ↩
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Mussolini il duce, I, pp. 732 sgg. ↩
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F. Suvich, Memorie. Anche successivamente e in circostanze ben diverse Mussolini negò che la politica di Suvich non fosse stata la sua. Ecco come, sempre nelle sue memorie, Suvich ha narrato l’episodio avvenuto nel 1942: «Mussolini usava ricevere a periodi fissi i Segretari federali di gruppi di Province contermini che riferivano per iscritto sulla situazione.
«Una volta ricevendo i segretari delle province giuliane e dalmate (Trieste, Fiume, Gorizia, Istria, Zara) il segretario di Trieste, che era un povero diavolo, che agiva soltanto per suggerimento della centrale del partito, parlando dei deputati triestini è uscito con questa bella sparata (riporto a memoria secondo quanto mi è stato riferito da Ciano che otteneva sempre copia dei verbali di queste riunioni).
«Riferendosi dunque ai deputati triestini il Federale in parola ha detto: E in quanto all’onorevole Suvich di famiglia slava, che è noto a Trieste per essere il protettore degli Ebrei, degli Austriaci e degli antifascisti e che ha fatto la politica antinazista in contrasto con le direttive del regime... A questo punto Mussolini lo ha interrotto dicendo: vi inibisco di continuare; Suvich appartiene a una famiglia patriottica italiana... e se ha fatto quella politica, lo ha fatto perché quella era la mia politica».
Cfr. anche Rapporto al Duce, a cura di G. B. Guerri, Milano 1978, p. 290. ↩
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Mussolini il duce, I, pp. 736 sgg. e 748 sgg. ↩
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L. Frassati, Il destino passa per Varsavia cit., p. 29. ↩
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Le Informazioni Cremonesi, alle date del 12 e 16 ottobre ’36, provano che le notizie della destituzione di Grandi da Londra, della sua nomina a governatore del Dodecaneso e della revoca dei due provvedimenti trapelarono negli ambienti politici romani suscitando non poca meraviglia.
D. Grandi ci ha cosí ricostruito l’episodio: «... In data 18 giugno 1936... Eden in un dibattito alla Camera dei Comuni comunicava che il gabinetto inglese aveva deciso di raccomandare alla Società delle Nazioni l’abrogazione delle sanzioni contro l’Italia... Nel mattino seguente il "Daily Express" pubblicava una mia fotografia colle seguenti parole "The winner". Si tratta di una espressione .usata in Inghilterra per identificare il cavallo vincitore di una corsa. Il corrispondente dell’Agenzia Stefani da Londra, nel trasmettere a Roma la notizia, tradusse la parola "The winner", per ignoranza o per malizia, "Il vittorioso". Mussolini andò su tutte le furie e ordinò immediatamente a Ciano di sostituirmi come Ambasciatore a Londra. Ciano mi telegrafò di recarmi subito a Roma e, non senza un palese imbarazzo, mi comunicò la decisione del Duce offrendomi l’ufficio di Ambasciatore a Buenos Aires ovvero quello di Governatore di Rodi e delle isole italiane dell’Egeo. Mi sentivo amareggiato e stanco. Dopo i quattro anni logoranti di Londra, l’isola di Rodi mi appariva come un posto tranquillo. Il Governo di Rodi era considerato come un incarico modesto, presso ché ignorato da Palazzo Chigi. Fare l’ambasciatore di Mussolini in una grande capitale europea era compito difficile. Col giovane Ciano Ministro degli Esteri le difficoltà sarebbero state maggiori. Senza esitazione e con visibile sorpresa di Ciano accettai Rodi. Il mio successore a Londra sarebbe stato l’ambasciatore Guariglia. Rimase stabilito che dopo un mese di riposo a Ischia avrei fatto ritorno a Londra per chiedere al Governo e a Sua Maestà britannica il gradimento per Guariglia. Era intanto scoppiata la guerra civile in Ispagna e a metà settembre fui invitato da Ciano ad anticipare il mio ritorno a Londra per sollecitare le pratiche di gradimento del mio successore. La notizia del mio richiamo era già trapelata e la stampa britannica non aveva mancato di esprimere il sincero rammarico per la mia prossima partenza da Londra. Era nelle buone usanze che un ambasciatore al termine della sua missione facesse una visita di congedo ai suoi colleghi. Senonché i tempi stringevano ed io pensai di profittare della prima riunione del "Comitato per il non intervento in Spagna" per salutare i miei colleghi. La conferenza, cui partecipavano i rappresentanti di 27 stati, convocata dal governo britannico e presieduta da Eden, Ministro degli Esteri, ebbe luogo al Foreign Office, nella grande sala chiamata "Locarno Room". Avevo già dato le consegne dell’Ambasciata al Consigliere Guido Crolla, il quale sedeva al lungo tavolo della Conferenza. Proprio nel momento in cui entravo si era alzato a parlare l’Incaricato d’affari della Russia Sovietica di nome Cahgan, il quale con parole aspre, offensive e violente, prese ad attaccare l’Italia invitando la Conferenza a condannare il nostro paese per l’azione svolta in soccorso dei nazionalisti spagnoli. Non esitai un attimo a pregare il Consigliere Crolla di cedermi il suo posto e domandai immediatamente la parola. Parlai per circa un’ora, improvvisando in inglese e replicando al rappresentante comunista con parole non meno aspre e non meno dure di quelle che egli aveva usato nei confronti del mio Paese e del mio Governo. Fu quella, credo, la prima volta, dopo il Congresso di Vienna, che attorno a un tavolo di conferenze internazionali veniva usato da diplomatici accreditati un linguaggio cosí scoperto e cosí aspro. Nel giorno stesso i giornali di Londra davano un ampio resoconto dei discorsi, non mancando di sottolineare il tono drammatico con cui si era svolta la Conferenza. Altrettanto fecero i giornali italiani nella edizione della sera. Mussolini mi chiamò da Roma personalmente al telefono e mi domandò se avevo già presentato la domanda di gradimento per l’Ambasciatore Guariglia. Risposi che non l’avevo ancora potuto fare, essendo stato impedito il giorno precedente nella Conferenza al Foreign Office, ma che l’avrei fatto il giorno stesso. Replicò Mussolini: "Non lo fare piú. Tu rimani ambasciatore a Londra"». ↩
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Su Ciano e la Germania cfr. anche M. Michaelis, Il Conte Galeazzo Ciano di Cortellazzo quale antesignano dell’asse Roma-Berlino, in «Nuova rivista storica», gennaio-giugno 1977, pp. 116 sgg. ↩
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D. Grandi, Diario, agosto 1932, in Archivio D. Grandi, b. 25, fasc. 90, sott. 40. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 748 sgg. ↩
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Ha scritto a questo proposito D. Grandi rievocando i sette anni passati come ambasciatore a Londra: «Sapevo, per esperienza, come limitata, per non dire nulla, era l’influenza che le nostre missioni diplomatiche esercitavano sulle decisioni che Mussolini prendeva a Roma. Egli non amava consultare alcuno, e meno ancora i diplomatici, che disprezzava e di cui diffidava. Egli considerava i diplomatici semplicemente come un male inevitabile, come personaggi fatalmente “corrotti” dall’ambiente politico del paese straniero in cui risiedevano; “indigenizzati” cosí egli li chiamava. Sospettoso di tutto e di tutti, egli era portato a scartare aprioristicamente i loro giudizi e le loro informazioni. Egli era felice ogni qualvolta poteva provare una valutazione errata da essi fatta a dimostrare che egli aveva adottato una linea d’azione opposta a quella da essi indicata. Dare un consiglio a Mussolini significava correre il rischio che egli facesse l’opposto. Ciò succedeva quasi sempre, e ciò creava nel capo missione diplomatico all’estero, ansioso di servire il proprio Paese, di raggiungere un determinato fine nell’interesse del proprio paese, dei continui, e spesso irresolubili, casi di coscienza. L’ambasciatore quando indirizzava un dispaccio a Mussolini aveva sempre un doppio quesito da risolvere, quello dell’informazione in se stessa e quello, ben piú delicato e difficile, del modo con cui questa informazione era data, allo scopo di suscitare in lui quella “reazione” che verosimilmente potesse indurlo a seguire una determinata linea di condotta. Tra l’avviso di un ambasciatore e quello di un informatore anonimo, egli non esitava, nove volte su dieci, a fidarsi di quest’ultimo. Le capitali straniere pullulavano di questa gente avida, mediocre, irresponsabile, degli informatori “fiduciari”, inviati da Mussolini. Costoro corrispondevano con lui personalmente attraverso canali diretti e sconosciuti. Il loro potere era straordinario e pericoloso. Anziché cooperare colle missioni diplomatiche, la loro attività principale si riduceva ad un’azione di controllo costante dell’opera di quelle e soprattutto della loro “fedeltà”, determinando uno stato perenne di turbamento tutt’altro che ingiustificato. Scoprire l’informatore e possibilmente intendersi con lui, onde evitare che facesse del male, era una delle maggiori preoccupazioni del capo missione. Mussolini non divideva i funzionari in capaci ed incapaci, bensí in fedeli e infedeli» (D. Grandi, Memorie). Questo atteggiamento di Mussolini non era nuovo. Già nel gennaio 1932, parlando con G. Giuriati, aveva fatto uno sfogo contro la diplomazia: «Adesso è un momento di attesa, ma si cammina verso la guerra. Ho bisogno di cambiare tutta la diplomazia, quella che c’è è inferiore al suo compito e forse peggio... Nessuno o quasi dei nostri ambasciatori è a posto. Anche nei gradini minori gravi deficienze... Ho bisogno di rappresentanti che rappresentino non un’Italia qualunque, ma l’Italia fascista». In Archivio G. Giuriati, appunti del colloquio con Mussolini dell’11 gennaio ’32. ↩
-
Cfr. L’Europa verso la catastrofe 184 colloqui... verbalizzati da Galeazzo Ciano, Verona 1948, pp. 20 sgg.; nonché F. D’Amoja, La politica estera dell’Impero cit., pp. 53 sgg. ↩
-
La riconferma del seggio all’Etiopia (voluta soprattutto da un gruppo di paesi minori) suscitò a Roma la piú viva irritazione, tanto piú che durante una sua visita nella capitale italiana il segretario generale della Società delle nazioni Avenol aveva lasciato sperare in una ben diversa soluzione della questione. Conseguenza di essa fu certamente la decisione di richiedere che il nuovo ambasciatore francese, il successore di De Chambrun, presentasse le credenziali al «Re d’Italia e Imperatore
d’Etiopia» e cioè che la Francia procedesse al riconoscimento de iure dell’Impero. E a De Chambrun Ciano, al ritorno dal suo viaggio in Germania, fece capire che se – contrariamente ai sani propositi «di ridare vita nuova all’amicizia franco-italiana» – si era indotto a farlo era stato proprio in seguito all’inatteso voto ginevrino. Cfr. DDF, s. II, III, pp. 625 sg. ↩
-
Cfr. L’œuvre de Léon Blum, I, Paris 1964, pp. 357 sgg. ↩
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Il 10 ottobre, parlando col giornalista francese Pierre Dupuy, Mussolini si dichiarò disposto a concludere un accordo mediterraneo, ma disse che la sua intenzione era di arrivare ad una parità di forze in tale mare con l’Inghilterra. Cfr. DDF, s. II, III, p. 500. ↩
-
Sulla posizione francese rispetto al progettato patto mediterraneo cfr. DDF, s. II, II, pp. 706 sgg. e III, pp. 218 sg., 399 sg., 403 sg., 469 sgg., 789 sg. ↩
-
La critica piú a fondo e piú convincente degli errori della politica anglo-francese verso Mussolini è stata svolta da L. Noël, Les illusions de Stresa. L’Italie abandonnée à Hitler, Paris 1975, passim e spec. pp. 99 sgg. ↩
-
Cfr. a questo proposito R. Quartararo, La crisi mediterranea del 1935-36, in «Storia contemporanea», dicembre 1975, pp. 801 sgg. ↩
-
A. Eden, Memorie, I: Di fronte ai dittatori (1931-1938), Milano 1962, p. 532. ↩
-
Il 6 novembre 1936 Grandi scriveva a questo proposito a Ciano: «... se l’Italia e la Germania mostreranno all’Inghilterra sempre piú di costituire un blocco compatto, senza incrinature, senza angoli morti, senza tentazioni di sfruttare a proprio vantaggio le difficoltà dell’altro, decisi a seguire una direttrice comune e presentare un fronte comune alle altre Potenze, la politica britannica sarà costretta a venire a patti con Roma e Berlino contemporaneamente, accettando cioè quelle condizioni che Roma e Berlino d’accordo detteranno a Londra per garantire e mantenere in Europa e nel mondo quella pace che sola permette all’Impero britannico di mantenersi faticosamente unito ed in vita» (Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 92, sott. 2, ins. 2). ↩
-
Ibid. Il passo è tra quelli che Grandi citerà il 18 novembre nella sua relazione in Gran Consiglio per ricostruire la sua azione in sede di Comitato per il non-intervento in Spagna. ↩
-
Un’altra lunga lettera di Grandi a Ciano, del 15 dicembre 1936 (ibid.), prospetta indirettamente l’ipotesi che nella seconda metà del ’36 la questione dei rapporti con l’Italia si ricollegasse in qualche misura per il governo conservatore inglese a quella della permanenza sul trono di Edoardo VIII (con cui Grandi aveva ottimi rapporti personali). Baldwin e il gabinetto secondo Grandi erano stati contro il sovrano e avevano manovrato per costringerlo ad abdicare essenzialmente per difendere «la politica dell’attuale Partito Conservatore che Re Edoardo aveva dichiarato e mostrava di voler direttamente sfidare e attaccare». «Re Edoardo, come Principe di Galles prima e dopo come Re, era diventato effettivamente la bandiera e la speranza a cui guardavano fiduciosi non soltanto le grandi masse brittanniche ma anche tutti coloro in Inghilterra, i quali sono convinti che per salvare o almeno trattenere l’Impero nella sua curva di decadenza storica occorrerà staccarsi definitivamente dalla ormai impotente e corrosa tradizione democratica e andare coraggiosamente incontro anche in Inghilterra alla Rivoluzione del Secolo XX. Re Edoardo era considerato a ragione per i principi che egli apertamente professava, a torto per le deficienze di carattere che egli non aveva ancora rivelato, come l’uomo di questa grande, futura e possibile rivoluzione... Negli ultimi mesi soprattutto le due parole “King-Dictator” sono state pronunziate con una frequenza che non poteva non preoccupare vivamente il Partito Conservatore. Quest’ultimo, il quale ha in Baldwin il suo esponente tipico e il suo capo riconosciuto, aspettava al varco il Re, deciso a giocare grosso per sbarazzarsi di questo incomodo Monarca la cui popolarità incontestabile presso le grandi masse brittanniche rendeva problematica o pericolosa la vita futura del conservatorismo democratico e liberale». ↩
-
Cfr. DDF, s. II, III, pp. 74 sgg. (rapporto di Charles-Roux che riferisce l’analoga convinzione di Pio XI, che però cambiò idea dopo la prima visita di Ciano in Germania), 164 sgg., 603 sgg., 631 sgg. e spec. 634 sg., 658 sg. Secondo l’ambasciatore De Chambrun (ibid., pp. 576 sg.) il vero obiettivo di Mussolini era quello di un direttorio delle grandi potenze «responsabili» sulla linea del patto a quattro. ↩
-
PRO, F. O., 371 20411/R 5652/226/22. ↩
-
DDF, s. II, III, p. 615. ↩
-
Ibid., p. 471. ↩
-
Cfr., per questa avance, ibid., pp. 347, 363 sg. e soprattutto 629 sgg. ↩
-
Il 5 settembre Mussolini aveva scritto all’ambasciatore a Londra la seguente lettera: «Caro Grandi, Le ultime estive manifestazioni della politica inglese hanno tutte avuto, volontariamente o no, carattere anti-italiano.
- a) viaggio del Re in Adriatico e nel Mediterraneo Orientale, senza toccare alcun porto italiano, pur utilizzando quello di Brindisi per la posta reale. La stampa di Belgrado e di Ankara ha valutato il viaggio come una manifestazione di anti-italianità.
- b) visita del Re ad Ataturk.
- c) viaggio di Samuel Hoare nel Mediterraneo e a Malta.
- d) soppressione della lingua italiana a Malta, con un tratto di penna.
- e) fallimento delle trattative commerciali, a causa delle pretese esorbitanti della Gran Bretagna.
- f) accordi con l’Egitto, in funzione prevalentemente anti-italiana.
- g) notizie circa la creazione di una base navale inglese in Adriatico.
«Tutto ciò non sorprende, ma ci impone una linea di condotta analoga a cominciare dalle riunioni del cosiddetto, “Comitato di controllo” per la non “ingerenza in Spagna”, nel quale Comitato – se si farà – non bisognerà fare la minima concessione alle vedute della Gran Bretagna e della Francia» (Archivio D. Grandi, b. 42, fasc. 103, sottof. 2). ↩
-
La visita fu presentata dalla stampa italiana con il massimo rilievo, come a dimostrare che non si trattava di una iniziativa diplomatica piú o meno di routine, e dando al tempo stesso alla figura di Ciano uno spazio che non mancò di colpire gli osservatori piú attenti delle cose del regime: come se si volesse accreditarlo agli occhi di tutti come il «delfino». Tipico è quanto già il 20 ottobre l’ambasciatore De Chambrun scrisse a Parigi: «La dittatura personale inaugurata dal signor Mussolini nel 1922 non aveva mai tollerato sino ad oggi che alcun uomo potesse grandeggiare ed emergere al punto da emergere dalla massa dei luogotenenti designati a servire il “Capo”. I due esempi piú clamorosi a questo riguardo sono stati quelli del signor Grandi e del maresciallo Balbo, usciti pure l’uno e l’altro dai ranghi dei fedeli della prima ora, ma i successi stessi dei quali ne hanno determinato assai presto l’allontanamento... Questo “livellamento”, attuato nei confronti di personalità che,
come Grandi e Balbo, acquistavano troppo rilievo in Italia come all’estero, ha funzionato con lo stesso rigore nel campo della stretta politica interna, dove ecatombi successive di segretari del partito fascista, di segretari federali come di ministri, sottosegretari di Stato e di podestà hanno periodicamente dimostrato che era privilegio di uno solo di durare e di grandeggiare nell’esercizio del potere. Una tale volontà si è d’altronde cementata in maniera significativa con l’adozione delle disposizioni impartite nel 1932 e a termini delle quali solo il Re e il signor Mussolini hanno diritto alle acclamazioni.
«Ora, sembra sempre piú evidente che un’eccezione a questa regola sia stata stabilita a favore del conte Ciano... L’impressione nettissima è che se questo entusiasmo [per Ciano] andava al coraggioso aviatore della guerra d’Etiopia, esso andava anche e soprattutto verso l’erede possibile della dittatura. La pubblicità che è stata data a queste manifestazioni tanto attraverso la stampa quanto attraverso il cinematografo testimonia in ogni caso che questi segni di popolarità sono considerati come appartenenti al patrimonio di famiglia e non dànno ombra in alto loco. E bisogna pertanto interpretarli, perché io non credo che, malgrado tutto, la persona del conte Ciano abbia ancora acquistato il favore popolare a tal punto, non altrimenti che come una sorta di riflesso familiare» (DDF, s. II, III, pp. 547 sg.). ↩
-
Per la preparazione del viaggio e i resoconti dei colloqui di Ciano con Neurath e Hitler cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 74 sgg. ↩
-
Mussolini, XXVIII, pp. 67 sgg. ↩
-
Ibid., pp. 77 sg. ↩
-
A. Eden, Memorie cit., I, pp. 540 sg. ↩
-
Cfr. per le trattative Asae, Carte Lancellotti, 148: «Gentlemen’s agreement»; nonché A. Eden, Memorie cit., I, pp. 529 sgg. e in particolare, pp. 541 sgg., ma soprattutto P. Brundu Olla, L’equilibrio difficile. Gran Bretagna, Italia e Francia nel Mediterraneo (1930-1937), Milano 1980, pp. 99 sgg. ↩
-
Nonostante Roma tenesse informata Berlino della trattativa, è assai sintomatico che i tedeschi, almeno in un primo tempo, nutrirono preoccupazioni circa la vera portata del gentlemen’s
agreement, al punto che Ribbentrop cercò di sondare a questo proposito persino Grandi. Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 2, D. Grandi a G. Ciano, Londra 23 novembre 1936. ↩
-
DDF, s. II, III, p. 167. ↩
-
Bari 1977. L’edizione italiana è piú ricca e completa di quella americana, apparsa nel 1975, e deve essere sempre preferita a questa. ↩
-
Ibid., p. 75. ↩
-
Ibid., pp. 366 sg. ↩
-
Mussolini il duce, I, pp. 129 sgg. ↩
-
D. Grandi, Diario, in Archivio D. Grandi, b. 22, fasc. 90, sott. 33. ↩
-
Per i rapporti con J. A. Primo De Rivera cfr. J. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 43 e 49 sgg.; nonché B. Nellessen, La rivoluzione proibita. Ascesa e tramonto della Falange, Roma 1965, p. 84.
De Rivera fu ricevuto a Roma da Mussolini il 19 ottobre 1933; per alcune sue considerazioni sull’incontro cfr. J. A. Primo De Rivera, Obras completas, Madrid 1949, pp. 317 sg. I primi aiuti economici a De Rivera furono dati dal ministero della Stampa e propaganda nel gennaio 1935. Col dicembre di quell’anno furono però dimezzati (da 50 mila lire mensili a 25 mila) e non piú riscossi. ↩
-
Per questi contatti cfr. J. F. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 38 sg., 44 sgg.; R. Guariglia, Primi passi in diplomazia e rapporti dall’ambasciata di Madrid 1932-1934, a cura di R. Moscati, Napoli 1972, pp. 374 sgg.; M. Mazzetti, I contatti del governo italiano con i cospiratori militari spagnoli prima del luglio 1936, in «Storia contemporanea», novembre-dicembre 1979, pp. 1181 sgg. ↩
-
J. F. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 46 sg. ↩
-
Cfr. M. Mazzetti, I contatti del governo italiano con i cospiratori ecc. cit., p. 1186. ↩
-
M. Gabrielli, Una guerra civile per la civiltà, Roma 1966, pp. 9 sgg.
Nulla conferma alcune notizie pervenute dopo l’inizio dell’insurrezione al Foreign Office da Praga circa presunti contatti e addirittura accordi tra i militari spagnoli e l’Italia già prima della insurrezione. Per tali notizie cfr. R. Quartararo, Politica fascista nelle Baleari (1936-1939), Roma 1977, p. 24. ↩
-
Cfr. M. Mazzetti, I contatti del governo italiano con i cospiratori ecc. cit., p. 1187. ↩
-
Cfr. L. Bolín, España. Los años vitales, Madrid 1967, pp. 169 sgg. e in particolare pp. 176 sgg. ↩
-
Il passo citato è alle cc. 6 e 7 di una lunghissima «recensione privata» scritta dal gen. E. Faldella (e conservata nel suo archivio privato) al libro di J. L. Alcofar Nassaes, C.T.V. Los legionarios italianos en la Guerra Civil Española 1936-1939, Barcelona 1972. Nella sua «recensione» Faldella corregge alcuni errori del libro e lo discute, integrandolo con una ricca messe di notizie e di documenti. ↩
-
Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 68 sgg. e le fonti indicate ibid., a p. 78. ↩
-
R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 63 sg. ↩
-
Cfr. a questo proposito P. Renouvin, La politique extérieure du premier ministère Léon Blum, in E. Bonnefous, Histoire politique de la Troisième République, VI, Paris 1965, pp. 394 sgg.; nonché J. Moch, Rencontres avec... Léon Blum, Paris 1970, pp. 190 sgg.; e, piú in genere, J. Salas Larrazábal, Intervención extranjera en la guerra de España, Madrid 1974, capp. I e II. ↩
-
Significativo è a questo proposito quanto scritto dall’ex ambasciatore repubblicano a Parigi L. Araquistain, Las grandes potencias y la guerra de España (1936-1939), in «Cuadernos», marzo-aprile 1957, p. 69. Per lui la decisione di Mussolini sarebbe stata determinata non da affinità ideologiche con i ribelli, ma da «una ragione di politica mediterranea». ↩
-
J. F. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 70 sg. ↩
-
A tutto il 28 agosto l’Italia inviò ai ribelli 12 aerei da bombardamento e 27 da caccia, 5 carri armati veloci, 12 cannoni antiaerei e 40 mitragliatrici. Alla stessa data i tedeschi avevano inviato 26 aerei da bombardamento e 15 da caccia, 20 cannoni antiaerei, 50 mitragliatrici e 8000 fucili. ↩
-
Cfr. DDF, s. II, III, pp. 130 sgg., da cui risulta che i francesi pensavano anche a un probabile colpo di mano tedesco sulle Canarie. ↩
-
Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti alla guerra di Spagna cit., pp. 124 sgg. ↩
-
Cfr. i resoconti dei suoi colloqui, tra il 3 e il 17 agosto, con l’ambasciatore francese in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 50 sgg. In essi è evidente la suggestione degli «appunti per una risposta orale alla proposta francese di “non” intervento nella guerra civile spagnola» redatti da Mussolini per Ciano il 4 o il 5 agosto:
- « 1) L’Italia aderisce in principio alla tesi del non-intervento nella guerra civile che tormenta la Spagna.
- 2) L’Italia domanda se la solidarietà morale con una delle parti in conflitto – solidarietà che è espressa e si esprime attraverso manifestazioni pubbliche, campagna di stampa, sottoscrizioni di denaro, arruolamenti di volontari etc. non costituisca già una clamorosa e pericolosa forma d’intervento.
- 3) L’Italia desidera sapere se l’impegno del non intervento avrà carattere universale aut meno, se impegnerà soltanto i governi o anche i privati.
- 4) L’Italia desidera conoscere se il governo proponente ha in vista anche modalità di controllo, circa l’osservanza aut meno dell’impegno di non intervento».
-
Dgfp, s. D, III, pp. 38 sgg. ↩
-
Cfr. DDF, s. II, pp. 265 sg. nonché pp. 233 sg. e 259 sg. ↩
-
Cfr. M. Michaelis, La prima missione del Principe d’Assia presso Mussolini (agosto 1936), in «Nuova Rivista Storica», 1971, pp. 367 sgg. ↩
-
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 463/R, «Spagna», sott. 6; nonché la documentazione in Archivio E. Faldella. ↩
-
D. Grandi, Memorie. ↩
-
Sull’intervento tedesco in Spagna cfr. M. Merkes, Die deutsche Politik im spanischen Bürgerkrieg 1936-1939, Bonn 1969; Der Spanische Bürgerkrieg in der internationalen Politik (1936-1939), a cura di W. Schieder e C. Dipper, München 1976; A. Vinas, La Alemania nazi y el 18 de julio, Madrid 1977; L. Papeleux, L’amiral Canaris entre Franco et Hitler, Tournai 1977. ↩
-
Secondo l’ambasciatore De Chambrun (che diceva di aver avuto la notizia da «una personalità importante dell’entourage immediato di Mussolini»), persino sulla decisione di mandare i primi aiuti agli insorti spagnoli avrebbero influito le pressioni dei tedeschi che avrebbero fatto a questo scopo leva sul «presunto aiuto da noi dato al governo di Madrid» e sul «pericolo comunista». Cfr. DDF, s. II, III, p. 197. ↩
-
DGFP, s. D, III, pp. 170 sgg. ↩
-
R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 64 sg. ↩
-
Rievocando questo lavorio, D. Grandi nelle sue Memorie ha scritto: «Fu altresí fatto leva sulle difficoltà economiche dell’Italia, uscita vittoriosa ma finanziariamente esausta. Il piú grande sbocco per i prodotti agricoli dell’Italia era sempre stata la Germania. Gli interessi degli agricoltori italiani vennero utilizzati come strumento dell’intesa italo-tedesca. Commissioni di tecnici, di politici cominciarono scambi di visite fra Roma e Berlino. Gli uomini vicini a Mussolini vennero fatti segno ad una campagna di accaparramento persistente, con tutti i mezzi. Le donne non furono trascurate. Mentre si inviavano a Roma stuoli di belle tedesche a “lavorare” tra uomini del fascismo e del Partito, Edda Ciano, la figlia del Duce, era invitata ed accolta a Berlino come una regina, e non si mancò di mettere in rilievo l’accoglienza fatta dai tedeschi confrontandola con quella fredda e compassata che gli inglesi le avevano riservato negli anni precedenti a Londra. Questa donna tornò dalla Germania inebriata e divenne una delle piú attive propagandiste dell’alleanza italo-tedesca. Ciano, suo marito, fu, e non mancò di mostrarlo, geloso della posizione politica che la moglie si era acquistata agli occhi dei tedeschi. Tutto fu fatto per dimostrare la pretesa identità fra fascismo e nazismo. I tedeschi dichiaravano a gran voce di imitare il fascismo, e quest’ultimo senza accorgersene copiava i metodi, l’organizzazione tedesca. Gli uomini che mostravano riluttanza ad aderire a quest’ordine d’idee furono indicati e denunciati come pericolosi, infedeli, corrotti dalla perfida propaganda anglo-sassone. Bisognava toglierli di mezzo, sbarazzarsi di loro».
Per il viaggio di E. Ciano in Germania e il suo iniziale filotedeschismo cfr. La mia testimonianza cit., pp. 122 sgg. ↩
-
Cfr. C. Rosselli, Oggi in Spagna domani in Italia, Torino 1967, pp. 17 sgg. ↩
-
Sul volontariato italiano nelle file repubblicane A. Garosci, La vita di Carlo Rosselli, Roma-Firenze-Milano 1945; R. Pacciardi, Il battaglione Garibaldi, Roma 1945; L. Longo, Le Brigate internazionali in Spagna, Roma 1956. ↩
-
Sull’intervento sovietico in Spagna cfr. D. T. Cattel, La diplomazia sovietica e la guerra di Spagna, Milano 1963; Id., I comunisti e la guerra civile spagnola, Milano 1962; Der Spanische Bürgerkrieg cit., pp. 225 sgg. ↩
-
Per le reazioni suscitate dallo scoppio della guerra civile spagnola nei vari ambienti sociali e in particolare in quelli operai e popolari in genere e tra l’antifascismo «dormiente» e per l’attenzione con cui esse furono seguite dalle forze di polizia si vedano, oltre al già piú volte citato saggio di A. Aquarone, La guerra di Spagna e l’opinione pubblica italiana cit., pp. 27 sgg., i documenti prefettizi e dell’OVRA (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1920-1945], 1936, b. 22) riprodotti in Appendice, documento 7. ↩
-
In Archivio E. Faldella. ↩
-
Asae, Ufficio Spagna, b. 10, rapporto n. 502 al SIM, datato Salamanca, 16-17 novembre 1936-xv, f. 18. ↩
-
F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, pp. 243 e 132. ↩
-
R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., p. 65. ↩
-
A. Aquarone, La guerra di Spagna ecc. cit., p. 4. ↩
-
Cfr. R. Moro, Afascismo e antifascismo ecc. cit., p. 767. ↩
-
E. Rosa, L’«Internazionale» della barbarie nella sua lotta contro la civiltà, in «Civiltà cattolica», 19 settembre 1936, pp. 141 sgg. ↩
-
e. r., Vita Ecclesiae, in «Studium», ottobre 1936, p. 588. ↩
-
Cfr. A. Aquarone, La guerra di Spagna ecc. cit., pp. 13 sgg. ↩
-
G. Bottai, Sul piano imperiale, in «Critica fascista», 1° settembre 1936, pp. 321 sgg. ↩
-
A. Aquarone, La guerra di Spagna ecc. cit., p. 24. ↩
-
Sulla missione Farinacci si dispone di notizie scarse ed imprecise. R. Cantalupo (Fu la Spagna cit., pp. 146 sgg.) ne ha scritto abbastanza ampiamente, ma la sua narrazione dà l’impressione di essere viziata da un’ostilità pregiudiziale (e reciproca in verità) verso Farinacci. Gli unici elementi un po’ precisi sono desumibili dalle lettere inviate da Farinacci a Mussolini dalla Spagna e subito dopo il suo ritorno in Italia. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), 242/R, fasc. «R. Farinacci», sott. 39. È molto probabile che la missione dovette nascere (o almeno avere via libera) dopo la lettura da parte di Mussolini di un «appunto» per Ciano, datato 18 novembre 1936 e redatto da un funzionario di palazzo Chigi (F. Anfuso?) che si era recato in precedenza in Spagna. Nella prima parte di tale appunto (che è conservato in ACS, *Segreteria particolare
del Duce, fasc. «Gran Consiglio», sott. 14 [1936], ins. C) si legge questa analisi della situazione politica interna nazionalista che potrebbe bene aver servito di base alla missione di Farinacci:
«Generale Franco.
È difficile poter giudicare Franco come Capo di un movimento nazionale a carattere popolare, come il rappresentante, cioè, di una forza che conquista lo Stato per virtú del suo impeto rivoluzionario. Franco soltanto adesso comincia a rendersi conto che è il Capo di un vasto movimento sociale e che la Spagna si aspetta da lui una rinnovazione. Finora è stato un Generale, legato perciò ad un gruppo di Generali e come tale obbligato per entrare in contatto con la Nazione ad uscire dai legami puramente militari. Essendo il piú giovane, il piú intelligente ed il piú solido dei Generali che si sono rivoltati contro i marxisti, egli si è, istintivamente, orientato verso una educazione politica che somiglia al Fascismo. Dico somiglia perché la “Falange” alla quale Franco non lesina le sue simpatie è un vastissimo partito che è stato troppo presto provato dal fuoco per aver tempo di adattarsi un programma. Franco è una cera malleabile. È il solo dei Generali spagnoli al quale si possa francamente dire che ignora qualcosa. Agli altri è meglio non dirlo. Se si vuole che la Spagna moderna non si irrigidisca, dopo questo sforzo cruentissimo, in una forma di Stato feudale e clericaleggiante che finirebbe per aggiungere altro sangue al molto già versato, bisognerà opportunamente catechizzare il Generalissimo e indurlo a curare e a temprare la “Falange”. Franco è, perciò, il solo Fascista della Spagna. Il nazismo non ha presa su di lui perché Franco è galiziano, razionale, ama rendersi conto, vuol vedere. Un certo gruppo della “Falange” conta di sbarrargli la strada mettendo fra lui ed il popolo spagnolo il giovane De Rivera, se sarà possibile ottenerne la liberazione. Mettere cioè il “politico” al posto del militare. Il maggiore ostacolo all’interno per Franco è però costituito dai
Requetés
«I requetés sono gli aderenti al partito legittimista spagnolo, il cui Capo è morto recentemente a Vienna. Inquadrati in maniera organica, abbastanza numerosi, hanno dato buona prova al fuoco. Raccolgono tutti i relitti della Spagna classica, nobile, feudale. Mancando adesso di Capo finirebbero per accomodarsi con la branca dei Borboni che ha regnato per ultima. La loro attiva partecipazione alla lotta anti-marxista, la circostanza che alcuni dei Generali piú in vista (Mola, Orgaz) sono Requetés, può creare gravi imbarazzi a Franco quando vorrà organizzare lo Stato. Franco ne diffida, ma la Falange è ancora troppo inorganica per attirare i Requetés che sono fieri delle loro formazioni militari. Si aggiunga che la “Falange” è quella che ha maggiormente “limpiado” ripulito cioè, le città occupate fucilando il fucilabile. Un conflitto sarà inevitabile tra Falange e Requetés se Franco non esprime una dottrina sociale capace di assimilare questo mondo turbolento che ha radici in quanto c’è di piú intimamente spagnolo». ↩
-
R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 146 sgg., sostiene che la notizia era vera e che Farinacci agiva d’accordo con Mussolini. La sua versione è confermata da M. G. Venero, Falange en la guerra de España: La Unificación y Hedilla, Bordeaux 1967, p. 312 che riferisce una dichiarazione di Hedilla di molti anni dopo ma che probabilmente dipende da quanto scritto da Cantalupo. Il generale Faldella, nella sua già ricordata «recensione privata» al libro di J. L. Alcofar Nassaes, le nega qualsiasi fondamento. ↩
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G. Ciano, Diario cit., pp. 28 sg.; nonché il giudizio a p. 29: «Questa impresa di Spagna trova la costante opposizione della Marina, che fa resistenza passiva. L’Aereonautica benissimo. L’Esercito con regolarità. La Milizia con slancio». ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 89 e 95. ↩
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È da notare che quando Hitler disse di essere disposto ad inviare anche «reparti di truppa», Ciano gli disse che «al momento della lotta per le Baleari noi avevamo già preparato due battaglioni di Camicie Nere». Il che dimostra la «solerzia» della Milizia. Cfr. ibid., p. 95. ↩
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J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 146. ↩
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Per il suo testo cfr. ibid., pp. 391 sg., nonché L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 120 sg. ↩
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M. Toscano, L’Asse Roma-Berlino – Il Patto AntiComintern – La guerra civile in Spagna – L’Anschluss – Monaco, in AA.VV., La politica estera italiana dal 1914 al 1943, Torino 1963, p. 207. ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 149 sg. Ai volontari gli spagnoli offrivano 3 mila lire d’ingaggio e 40 lire al giorno. Per gli ingaggi pagati dai repubblicani cfr. DDF, s. II, III, pp. 806 sg. ↩
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In Archivio E. Faldella. ↩
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Il 2 dicembre ’36 il colonnello E. Marras aveva informato il SIM che solo Göring era favorevole ad un «intervento larvato italo-tedesco su piú vasta scala, dal quale con ottimismo rispondente suo temperamento entusiastico si ripromette pronti successi». I capi militari e lo stesso Hitler erano invece molto piú cauti e non volevano correre rischi di complicazioni. «Hitler – scriveva sempre Marras – ritiene che anziché proseguire con Russia gara invio rinforzi in Spagna estendendo campo operazioni et aumentando perdite, converrebbe ostacolare movimenti russi alle origini, ad esempio, mediante azione diplomatica tendente vietare passaggio Mediterraneo navi sovietiche con armi e munizioni. Egli pensa che tale azione da svolgere in sede da studiare (Comitato non intervento, governo inglese?) dovrebbe essere svolta dall’Italia appoggiandosi suoi riconosciuti interessi mediterranei, mentre intervento Germania in questo senso rinforzerebbe prevenzioni che si hanno in questo momento circa realtà intenzioni pacifiche tedesche». Il 18 dicembre M. Magistrati informava a sua volta Ciano che l’atteggiamento tedesco relativamente ad una intensificazione dell’azione comune italo-tedesca in Spagna non appariva «perfettamente netto e definitivo» e che Berlino dava l’impressione di essere restio ad impegnarsi di piú se non si fosse trovato il modo di dare al suo intervento «una qualche veste di legalità, in una forma piú precisa e internazionalmente giuridica che non quella costituita dalla formula della “lotta contro il bolscevismo”». Quattro giorni dopo l’addetto navale a Berlino riferiva a sua volta di essere dovuto intervenire direttamente su Canaris per ottenere il rispetto degli impegni presi a Roma il 6 dicembre in materia persino di invii di aerei. Tutti tre i documenti sono conservati in Archivio E. Faldella. ↩
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Col mese di dicembre i tedeschi ridussero anche gli invii di armi e di materiali. Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 153 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 154 sgg. ↩
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In Archivio E. Faldella. Cfr. anche R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., p. 108, e quanto lo stesso Cantalupo raccontò il 6 marzo 1943 a G. Bottai, Diario, f. 1447, che conferma Faldella e prova come Franco continuò a crucciarsi per la cosa. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 42, fasc. 103, sott. 2. ↩
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Cfr. G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., p. 231. ↩
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A questo scopo l’ambasciata italiana a Londra si era subito mobilitata per consigliare e aiutare gli emissari inviati da Franco nella capitale inglese (tra cui il duca d’Alba) per lavorarsi gli ambienti conservatori e creare una corrente di simpatia e di appoggio ai nazionalisti. Cfr. in Archivio L. Vitetti, Vitetti a Ciano, 25 agosto 1936. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 43, fasc. 106. ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 185 sgg.; nonché D. Grandi, La guerra di Spagna nel Comitato di Londra (luglio 1936 – aprile 1939), I, Milano 1943, pp. 130 sgg. ↩
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È probabile che a far superare a Mussolini le ultime incertezze contribuissero l’insistenza e la sicurezza con le quali molti politici, giornalisti e militari sostenevano che un modesto intervento italiano sarebbe stato risolutivo. Valga per tutti quanto ai primi di novembre Luigi Barzini scriveva da Salamanca all’amministratore de «Il popolo d’Italia», Barella, in una lettera che Mussolini lesse il 15 dicembre ’36: «Pensare che una divisione, o due, di un esercito come il nostro, entrerebbero come lame nel burro, per tutto, e in un paio di mesi finirebbero la loro passeggiata con un repulisti generale fino alla costa» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], 241/R, fasc. «Barzini Luigi», sott. 2). ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 161. ↩
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In Archivio E. Faldella; nonché J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 160 sgg.
Le decisioni del «riassunto» vanno integrate con le deliberazioni operative prese il giorno dopo in una riunione tenuta a palazzo Chigi da Ciano con i sottosegretari dei tre dicasteri militari, Pariani, Cavagnari e Valle, il Capo di Stato maggiore della MVSN, Russo, l’ammiraglio Biancher, Pietromarchi, capo dell’Ufficio Spagna, e F. Anfuso. In tale riunione fu deciso un programma minimo di intervento, da attuarsi entro il 31 gennaio (11 000 Camicie nere con rifornimenti per due mesi e 30 aerei), e un programma massimo, da attuarsi – se le circostanze internazionali lo avessero reso possibile – entro il 10 febbraio (altri 11 000 uomini circa e, eventualmente, altri 12 aerei d’assalto). Assai importanti e significativi sono i propositi politici e militari di palazzo Chigi. Eccoli:
« 1) L’ambiente internazionale – sotto la spinta inglese – tende, alacremente, a porre fine alla lotta in Spagna.
Per conto nostro questa si deve concludere col trionfo dei nazionali.
2) Delle misure che potrebbero essere adottate, internazionalmente, per tentare la pacificazione, il blocco è quella che si presenta come praticamente attuabile.
Da parte nostra, quindi, dobbiamo avere sul suolo spagnolo uomini, armi e materiali in misura sufficiente, prima che venga applicato il blocco. Non solo, ma occorre che sia evitato qualsiasi sperpero data la difficoltà che si incontrerebbe per rifornire uomini, armi e munizioni.
3) Lo sperpero si evita con la buona azione di comando ed è su questo che occorre anzitutto, insistere perché vi sia uno Stato Maggiore che funzioni per impostare i piani, predisporre i mezzi e coordinare l’azione sino al raggiungimento dello scopo.
Soprattutto deve costantemente essere tenuto presente che il maggior dispendio e il minor utile sono sempre dati dall’impiego dei mezzi a spizzico, per operazioni di dettaglio, mentre la maggiore economia è data dal concentramento dei mezzi per battere il nemico violentemente ed a fondo, insistendo sino ad ottenerne l’annientamento.
Ogni sosta è ripresa di fiato, prolungamento di lotta.
4) Il contingente italiano deve essere impiegato riunito, per operazioni a massa.
È quindi necessario che esso sia affidato al comando di un nostro generale che dovrà avere ampia libertà di azione per poter operare, come meglio crederà, al raggiungimento degli scopi che gli verranno fissati dal comando delle forze spagnole (generale Franco).
Opporsi a qualsiasi tendenza di impiego delle forze diluendole su ampie fronti.
5) Il contingente italiano dovrà essere impiegato su direttrici decisive.
Evidentemente queste non possono che essere determinate sul posto, in base alla situazione. Dalla visione che qui si ha di questa, direttrici di una certa importanza, appaiono:
a) Teruel-Valencia, scopo: separare la Catalogna dal resto della Spagna e puntare – poi – in quella direzione che la situazione indicherà come piú opportuna sfruttando il successo per la decisione della lotta.
L’azione da Teruel-Valencia dovrebbe essere preceduta da un’azione di bombardamento (con navi ed aerei provenienti dal mare) su Valencia, che faccia temere uno sbarco. Ciò allo scopo di attirare in quella zona forze e mezzi dell’avversario.
Sempre nell’intendimento di facilitare lo sviluppo di tali operazioni, si dovrebbe anche attuare – all’inizio dell’azione – un improvviso e violento mitragliamento e bombardamento, con aerei, su Cuenca ove sembra che siano concentrati mezzi motorizzati dei rossi, in grado di manovrare sia in direzione di Teruel che di Madrid.
b) Siguenza-Guadalajara, per cadere a tergo di Madrid e procedere al suo accerchiamento, qualora ne valesse ancora la pena.
c) Malaga.
L’azione su Malaga ha, oltre che un’influenza morale, lo scopo locale – di valore logistico – di fornirci una base piú vicina. Questo scopo perderebbe, naturalmente, ogni importanza qualora venisse attuato il blocco. L’azione potrebbe però avere ugualmente buon effetto qualora non ci si limitasse all’occupazione della città ma si sfruttasse il successo agendo verso est il piú profondamente possibile che situazione e mezzi consentiranno.
«Evidentemente delle tre azioni, la prima riveste carattere realmente decisivo ma appunto per questo andrebbe opportunamente inquadrata in una complessa azione delle forze spagnole che fissasse il nemico in ogni settore. Sarebbe cosí consentito, colla massa lanciata su tale direttrice, di sfruttare in pieno il successo procedendo, il piú rapidamente possibile, su Valencia.
«Qualora tale azione sia condivisa dal comando spagnolo occorrerebbe calcolare i tempi per la preparazione e precisare l’inizio dell’operazione, per gli eventuali concorsi dal mare e dall’aria». Anche questi due documenti sono conservati in Archivio E. Faldella. ↩
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J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 163 sgg. ↩
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In Consiglio dei ministri, il 10 aprile, Mussolini indicò succintamente cosí le cause della sconfitta: «La partecipazione delle nostre divisioni alla battaglia sul fronte di Madrid – riassunse Bottai nel suo Diario, ff. 526 sgg. – sembrerebbe essersi avverata contro il suo parere. “Una massima da tener presente: non abbandonare mai il settore, su cui s’è già conseguito il successo”. Allude alla vittoria di Malaga. “La mia formula: ‘corsa al mare’ andava mantenuta fino in fondo. Da Malaga su Almeria; e, poi, su Cartagena, Alicante, restringendo, via via, il fronte marittimo del nemico. Restringendo, quindi, le sue basi di rifornimento dal mare”. Parla dell’aviazione. Altra massima: “Vince su terra chi è in grado di far massa nel cielo”. La battaglia di Guadalajara: “Il soldato è stato eroico. Una legione di Camicie Nere è andata al fuoco con la fanfara in testa. Errori di comando: uomini portati al fuoco dopo trenta chilometri di marcia, senza riposo – indumenti da clima meridionale, con temperatura sotto zero – gli autocarri portati sulle prime linee – l’aviazione non era in grado di volare per le forti nevicate. Ma, soprattutto, deficienze dei subalterni; eroici, forse, ma senza mestiere. È il punto debole della nostra organizzazione militare”... Mussolini accenna poi alla difficoltà della “guerra di dottrine”. “Non v’è l’elemento immediato della difesa del territorio, del suolo, della patria, della casa, della famiglia. Non è facile formare una coscienza militare in guerra di dottrine”. Il da farsi ora. “Ò mandato il generale Bastico. Il migliore, che avessimo sotto mano. Consegna: la rivincita, a qualunque costo”. Ripercussioni in Italia: “A un certo punto ò detto a Starace: ‘Vediamo, se il vino dello squadrismo, che teniamo in serbo da tanto, è ancora buono. Stappatene qualche bottiglia. Il vino è ancora ottimo. S’è fracassata qualche testa, parecchie radio. Tutto è in ordine’ ”». ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 201 sg. e spec. 228 sgg. ↩
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Cfr. R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 207 sg. ↩
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L’affermazione è citata dal gen. E. Faldella nella sua già ricordata «recensione privata» al libro di J. L. Alcofar Nassaes sul CTV; nonché, piú ampiamente, ciò che Franco disse a R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 230 sgg., alla vigilia del suo rientro in Italia. ↩
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C. Segré, L’Italia in Libia cit., pp. 122 sg. ↩
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Qualche giorno prima della partenza di Mussolini per la Libia, il 9 marzo, l’agenzia Press Tribune di Chicago diramava da Londra una nota che riassumeva bene questi timori: «Gli inglesi sono adirati del viaggio di Mussolini in Libia ove assisterà alle manovre navali intese a sperimentare le possibilità della flotta Italiana nel bloccare il Mediterraneo da Gibilterra a Suez.
«Secondo il punto di vista britannico, queste manovre navali accoppiate all’invio dei cosidetti “volontari” italiani alla Spagna ed al recente ordine che proibisce agli areoplani stranieri di volare sopra Pantelleria (isola che viene pesantemente fortificata dagl’Italiani) hanno mutato in lettera morta il famoso “Gentlemen’s Agreement” Mediterraneo del quale è stato tanto altamente parlato.
«D’altra parte secondo il punto di vista Italiano l’accordo mediterraneo è già lettera morta a causa del colossale riarmo britannico.
«Gli elementi militaristi di Londra aggiungono ora altre visibili cause per la partecipazione inglese in una futura guerra generale Europea.
«La causa numero uno sarebbe data dalla ripetizione degli eventi del 1914, ossia da un attacco improvocato contro Belgio o Francia da parte della Germania.
«La causa numero due è data da una eventuale aggressione germanica nell’Europa Sud-orientale.
«Ed infine la causa numero tre è fornita da qualche tentativo di Mussolini di chiudere il Mediterraneo, perché egli ha detto che è in grado di farlo.
«La Gran Bretagna allunga il collo verso l’Egitto, Palestina e verso il Canale di Suez, perché l’Inghilterra è disturbata – nello stesso modo che lo è la Francia – a causa della nuova strada libica che parte dalla Tunisia e finisce in Egitto.
«Da lungo tempo si nutre qui il sospetto che Mussolini non abbia in Ispagna interessi particolari, sia commerciali che politici, e che quindi le grandi forze là inviate abbiano mire strategiche, ossia la mira che queste forze – in qualche eventuale circostanza – possano dar man forte al tentativo Italiano di tenere i nemici dell’Italia lontani dal Mediterraneo.
«Infine i britanni temono che l’Italia si dia ad incoraggiare i moti fra gli arabi della Palestina, ossia all’altra estremità del Mediterraneo, al che si deve aggiungere l’esperimento imminente per sbarrare questo mare nel punto in cui è appena di 100 miglia di larghezza, dalla costa Africana all’Europa.
«In mare aperto gli inglesi non considerano l’areoplano come una minaccia per la Marina da Guerra, ma in un braccio di mare abbastanza stretto il pericolo dell’aviazione è reale; e nel Mediterraneo vi sono piú di un punto adatti all’attacco aereo e sottomarino contro ogni genere di nave, sia mercantili che da guerra.
«Per tutte queste ragioni si ha la convinzione che Mussolini sia ben deciso a mettere a prova le condizioni per le quali l’Italia possa eventualmente riuscire a controllare tutto il Mediterraneo.
«Sussiste il dubbio sulla futura politica dei Paesi di Dittatura, Italia e Germania; dubbi che le divergenze fra di loro non siano state rimosse neppure dai recenti avvenimenti. Però gli osservatori militari non credono che l’Italia sia disposta da sola a sfidare l’Inghilterra tentando la chiusura del Mediterraneo. Ma se la Germania – come sospettato in alcuni Circoli Diplomatici – ha dei disegni verso l’Europa Sud-orientale, è possibile che l’Italia sia in grado di farsi prestare un buon servigio dalla Germania, consistente nel guardarle i fianchi sul mare: cosí l’Italia potrebbe annunciare la chiusura del Mediterraneo. Sono appunto queste possibilità che avrebbero indotto l’Inghilterra ad imbarcarsi in un sí colossale programma di riarmo: e molti profeti asseriscono ora che gl’inglesi vogliono essere abbastanza forti per tenere a bada i tedeschi, per poter cosí schiacciare Mussolini che non riuscirono a far cadere nel 1935». ↩
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Mussolini, XXVIII, p. 145. ↩
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Ibid., pp. 147 sgg. ↩
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Per le conseguenze per la popolazione indigena della nuova politica fascista di colonizzazione della Libia cfr. C. G. Segré, L’Italia in Libia cit., pp. 168 sgg. Nel quadro di questa nuova politica il 30 novembre 1938 il Gran Consiglio, su proposta di Balbo, decise che le quattro provincie libiche entrassero a far parte integrante del territorio del Regno, estese ai cittadini italiani libici di esse l’ordinamento sindacale-corporativo e stabilí l’istituzione di una cittadinanza speciale per i nativi musulmani che, oltre ad avere compiuto i diciotto anni e a non aver riportato condanne comportanti pene restrittive della libertà personale e a farne richiesta, sapessero leggere e scrivere l’italiano o avessero conseguito benemerenze militari o civili al servizio dell’Italia o avessero fatto parte per almeno un anno della Gioventú araba del Littorio. Cfr. «Foglio d’ordini», 1º dicembre 1938, nonché il r. d. l. 9 gennaio 1939, n. 70 che attuò la deliberazione. Nonostante questi provvedimenti gli italiani mantennero in Libia una posizione nettamente dominante rispetto alla popolazione indigena, anche a quella godente della nuova cittadinanza. Cfr. C. G. Segré, L’Italia in Libia cit., pp. 124 sgg. ↩
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Mussolini, XXVIII, pp. 146 sg. ↩
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Su questo aspetto della politica fascista manca qualsiasi studio d’insieme. Per alcuni cenni ad essa negli anni precedenti cfr. Mussolini il duce, I, pp. 653 sgg. Per l’attività di Radio Bari cfr. V. Vacca, Ar-Rādyō. Le Radio arabe d’Europa e d’Oriente e le loro pubblicazioni, in «Oriente moderno», settembre 1940, pp. 444 sgg.; D. J. Grange, Structure et tecnique d’une propagande: Les émissions arabe de Radio Bari, in «Relations internationales», 1974, n. 2, pp. 165 sgg.; Id., La propagande arabe de Radio Bari (1937-1939), ivi, 1976, n. 5, pp. 65 sgg.; C. A. Macdonald, Radio Bari: Italian Wireless Propaganda in the Middle East and british counter measures 1934-38, in «Middle Easter Studies», maggio 1977, pp. 195 sgg. Sulla prima fase dell’azione italiana in Egitto cfr. M. Tedeschini Lalli, La propaganda araba del fascismo e l’Egitto, in «Storia contemporanea», dicembre 1976, pp. 717 sgg. Per quella dello Yemen cfr., infine, R. Quartararo, L’Italia e lo Yemen. Uno studio sulla politica di espansione italiana nel Mar Rosso (1923-1937), ivi, ottobre 1979, pp. 811 sgg. ↩
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Testimonianze eloquenti di queste frustrazioni si possono trovare sia nella stampa del tempo (cfr. per esempio, quanto scriveva G. Ward Price nel «Daily Mail» del 28 maggio 1936) sia nella successiva memorialistica anche autorevole (cfr., per esempio, D. Kelly, The Ruling Few, London 1952, pp. 170 sgg.). ↩
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Le fonti archivistiche inglesi, diplomatiche e militari, offrono una documentazione vastissima che prova senza ombra di dubbio l’assoluta sopravvalutazione britannica dell’azione italiana in Egitto e nel Medio Oriente, la vastità dei timori e le incredibili deduzioni da essi provocate. ↩
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Sino alla guerra d’Etiopia l’atteggiamento politico italiano verso i paesi e gli avvenimenti dell’Estremo Oriente era stato improntato in senso sostanzialmente «coloniale», di tutela e di sviluppo cioè degli interessi economici italiani nella regione e soprattutto in Cina. Da qui una politica sostanzialmente «filocinese». I primi sintomi di mutamento si ebbero nel ’35-36, un po’ in conseguenza della disponibilità giapponese a fornire all’Italia carbone e benzina, un po’ per le simpatie dimostrate da alcuni ambienti militari giapponesi (specialmente della Marina), interessati ad un indebolimento della potenza inglese e a un suo maggior impegno mediterraneo, per la causa italiana (cfr. ACS, Min. Marina, Gabinetto [1934-50], b. 175), un po’, infine, in conseguenza del cominciare a prendere piede a palazzo Chigi della convinzione (espressa per la prima volta da Grandi nel gennaio 1936 in riferimento all’andamento della Conferenza navale di Londra) che all’Italia potesse giovare politicamente e militarmente che l’Inghilterra si trovasse impegnata in Estremo Oriente. Da qui il progressivo affermarsi (anche se non senza resistenze, specie da parte di alcuni ambienti economici che avevano il loro portavoce politico in A. De Stefani) di un atteggiamento non piú di tipo «coloniale» ma finalizzato politicamente e quindi un progressivo passaggio della politica filocinese sino allora attuata a quella filogiapponese. Dopo la firma tra Germania e Giappone del patto anti-Komintern (25 novembre 1936) questo nuovo atteggiamento si trasformò nella ricerca di un accordo
dello stesso tipo tra Italia e Giappone. Agli inizi del ’37 alcuni giornali giapponesi cominciarono a loro volta a parlare di intenzioni di Tokio di allargare il patto anti-Komintern ad altri paesi tra cui l’Italia. Cfr. M. R. Godley, Fascismo e nazionalismo cinese: 1931-1938. Note preliminari allo studio dei rapporti italo-cinesi durante il periodo fascista, in «Storia contemporanea», dicembre 1973, pp. 739 sgg.; G. Borsa, Tentativi di penetrazione dell’Italia fascista in Cina: 1932-1937, in «Il Politico», settembre 1979, pp. 381 sgg.; V. Ferretti, La politica estera italiana e il Giappone imperiale (gennaio 1934 – giugno 1937), in «Storia contemporanea», ottobre 1979, pp. 873 sgg.; Id., La politica estera giapponese e i rapporti con l’Italia e la Germania (1936-1939), ivi, dicembre 1976, pp. 783 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 356 sgg. ↩
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Su questo complesso di problemi mancano soddisfacenti studi d’insieme. Utili elementi si possono desumere da P. Pedace, La questione adriatica nella stampa e pubblicistica fra le due guerre, Roma s. d. [ma 1977]; M. Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e resistenza nel Friuli-Venezia Giulia, Milano 1964; E. Apih, Italia fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-1943), Bari 1966; L. Čermeli, Sloveni e croati in Italia tra le due guerre, Trieste 1974. ↩
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Cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928), Bari 1969, passim; P. Pastorelli, Italia e Albania. Origini diplomatiche del Trattato di Tirana del 22 novembre 1927, Firenze 1967; M. Poulain, L’Albanie dans la politique des puissances 1921-1926, in «Revue d’histoire moderne et contemporaine», ottobre-dicembre 1978, pp. 530 sgg.; F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles. Studio sulla diplomazia italiana ed europea (1931-1933), Milano 1967, passim e spec. pp. 159 sgg.; M. Ormos, À propos de la sécurité est-européenne dans les années 1930, in «Acta Historica. Academiae Hungaricae», 1970, nn. 3-4, pp. 307 sgg. ↩
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Anche sui rapporti tra il fascismo e il separatismo croato mancano studi d’insieme veramente approfonditi. Sul movimento ustaša il miglior lavoro è B. Krizman, Ante Pavelic’ i Ustaše, Zagreb 1978. Oltre ad esso cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 168 sgg.; F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 146 sgg.; utili notizie in T. Sala, Basi italiane del separatismo croato (1929-1941), in L’imperialismo italiano e la Jugoslavia. Atti del convegno italo-jugoslavo. Ancona 14-16 ottobre 1977, Urbino 1981, pp. 283 sgg.
Pur offrendo un panorama ricco e documentato dei rapporti tra fascismo e separatismo croato questi studi hanno il limite di focalizzare la loro attenzione solo sugli ustaša. In realtà dopo la morte di Radić anche il Partito dei contadini croati ebbe contatti, insieme agli ustaša, con Roma. In particolare il 13-14 ottobre 1929 A. Pavelić e A. Kossutić (segretario di tale partito) ebbero due lunghi incontri con R. Forges Davanzati (che teneva i contatti con i croati, come V. Gayda li teneva con i macedoni), che ne fece a Grandi una dettagliata relazione, che fu portata a conoscenza sia del ministro della Guerra, gen. Gazzera, sia del ministro della Real Casa, Mattioli Pasqualini. Cfr. D. Grandi, Diario, alla data del 18 ottobre 1929, ove sono allegati vari documenti relativi all’incontro. In Archivio D. Grandi, b. 13, fasc. 90, sott. 8. ↩
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Parlando della politica fascista nei confronti degli ustaša F. Suvich cosí si esprime nelle sue Memorie: «Ma perché, se Mussolini non voleva usare gli Ustascia a scopi operativi o aggressivi si teneva in casa e favoriva questi elementi compromettenti (che egli stesso aveva definito “inutili e pericolosi”)? La ragione per me è chiara ed è certamente quella autentica: Mussolini, come piú volte accennato, era terribilmente geloso della preponderanza che i tedeschi, soprattutto per i rapporti fra Re Alessandro e Goering, prendevano in Yugoslavia. Gli Ustascia non solo davano fastidio, ma preoccupavano la Yugoslavia, soprattutto perché il movimento aveva preso consistenza su basi internazionali, mentre i capi risiedevano in Italia. Erano gli Ustascia quello che oggi si direbbe un “deterrent”, per influire sulla Yugoslavia per indurla ad appoggiarsi sull’Italia, anziché sulla Germania; il giorno in cui fosse avvenuto questo avvicinamento all’Italia, Mussolini avrebbe gettato a mare – come del resto è avvenuto dopo l’eccidio di Marsiglia – gli Ustascia, senza pensarci un momento. Questa funzione di “deterrent” spiega anche perché queste attività Ustascia, invece di essere tenute segrete e riservate, sono state quasi sbandierate». ↩
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Cfr. D. Grandi, Diario cit., alla data del 18 ottobre 1929. ↩
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F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., p. 152. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 177. ↩
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Cfr. ibid., pp. 208 e 214. ↩
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Mussolini il duce, I, pp. 509 sgg. ↩
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Mussolini, XXVI, pp. 357 sg.; nonché P. Aloisi, Journal cit., p. 225. ↩
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M. Stojadinović, Jugoslavia fra le due guerre, Bologna 1970, p. 101. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., p. 160. ↩
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Mussolini, XXVIII, p. 69. ↩
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M. Stojadinović, Jugoslavia fra le due guerre cit., pp. 167 sg. ↩
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Per la posizione inglese cfr. O. Carmi, La Grande-Bretagne et la Petite Entente, Genève 1972, pp. 319 sgg.; nonché piú in genere N. Iordache, La Petite Entente et l’Europe, Genève 1977, pp. 289 sgg. ↩
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Tre allegati segreti al trattato si riferivano direttamente o indirettamente alla questione degli ustaša. Il piú importante stabiliva che A. Pavelić e gli altri capi ustaša sarebbero stati internati e sarebbe stata loro interdetta qualsiasi attività politica. Per la bassa forza fu previsto che una parte di essa potesse essere avviata, come lavoratori, nelle colonie. Entro tre mesi, le autorità italiane avrebbero fatto conoscere a quelle iugoslave i nominativi e i luoghi di internamento, di confino o di residenza. In seguito a questo accordo, agli iugoslavi fu fornito un elenco di 508 nominativi, parte dei quali di internati nelle isole Lipari o inviati in Libia e in Somalia. 202 ustaša, contattati da un delegato iugoslavo e che non avevano preso parte ad azioni terroristiche accettarono di rientrare in patria. Cfr. M. Stojadinović, Jugoslavia fra le due guerre cit., pp. 173 sgg.
Carattere segreto – non volendo l’Italia sconfessare pubblicamente la politica sin lí seguita e creare pericolosi precedenti invocabili dai tedeschi dell’Alto Adige – ebbero pure gli accordi in favore della minoranza slava, alla quale furono riconosciuti in via amministrativa vari diritti. Cfr. ibid., pp. 175 sg. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3.
Scriveva tra l’altro Grandi: «Mi risulta che alla riunione del Consiglio dei ministri [inglese] del 24 marzo l’Accordo italo-jugoslavo è stato oggetto di discussione e di esame, e che, dopo aver riconosciuto che l’avvenimento non si poteva considerare in senso favorevole agli evidenti interessi della Gran Bretagna nel Mediterraneo, è stato tuttavia deciso di fare ad esso, non foss’altro in apparenza, buona e favorevole accoglienza, e ciò per i seguenti motivi:
- 1) Per mascherare di fronte all’opinione pubblica britannica l’insuccesso dell’azione diplomatica inglese.
- 2) Per dare al Duce la prova delle effettive intenzioni da parte del Governo Britannico di “smobilitare” e rimettere le relazioni italo-britanniche nel piano di una possibile normalità.
- 3) Per il dubbio che, pur dovendosi presentemente considerare l’Accordo Italo-Jugoslavo come un indebolimento delle posizioni inglesi nel Mediterraneo, tale Accordo possa nel futuro divenire una linea di resistenza contro la pressione tedesca in direzione dello stesso Mediterraneo, e quindi “giocare” alla lunga indirettamente a favore degli stessi interessi britannici».
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Mussolini, XLII, pp. 181 sg. Colli era il nome di copertura del generale Roatta. ↩
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Mussolini, XXVIII, pp. 152 sg. ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 255 e R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 210 e 213. ↩
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Mussolini, XLII, pp. 185 sg. ↩
-
Ibid., pp. 184 sg., nonché Archivio D. Grandi, b. 70, fasc. 159, sott. 16. ↩
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DGFP, s. D, III, pp. 258 sgg. ↩
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R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., p. 246. ↩
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DDF, s. II, V, pp. 502 sgg. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., p. 175. ↩
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È per altro significativo che ancora il 7 luglio Ciano sentisse il bisogno di smentire a von Hassel che Mussolini avesse cambiato idea sul ritiro dei volontari. Cfr. Dgfp, s. D, III, pp. 403 sg. ↩
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Mussolini, XXVIII, pp. 198 sgg. ↩
-
Ancora per il febbraio 1938 cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 313 sgg. ↩
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Le memorie di D. Grandi sono a questo proposito una fonte preziosa, anche se troppo portata ad attribuire un ruolo decisivo alla psicologia mussoliniana e all’azione esercitata su di essa dai tedeschi per convincere il «duce» della malafede della politica francese e soprattutto-inglese verso l’Italia.
Si veda in Appendice, documento 8 (riprodotto dai DDF, s. II, VIII, pp. 99 sgg.) un tipico esempio della importanza che alla personalità psicologica e culturale di Mussolini veniva attribuita anche all’estero per cercare di prevederne la politica: si tratta infatti di uno studio ad hoc elaborato all’inizio del 1938 da uno dei piú preparati diplomatici francesi a Roma, Jean-Paul Garnier. ↩
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Nelle sue memorie D. Grandi ha scritto: «Se io dovessi rispondere al seguente quesito: Quale è stato l’anno piú delicato nei rapporti italo-brittannici prima del 1940? Non esiterei a rispondere: l’anno 1937. Esso fu altresí il periodo piú difficile e piú arduo per la mia opera di ambasciatore a Londra». ↩
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Anche per Ciano l’«amicizia» con l’Inghilterra doveva essere un cardine della politica estera italiana. «Finché starò io a questo posto, saremo amici degli inglesi», disse ai primi di aprile a R. Cantalupo (Fu la Spagna cit., p. 261). Questa sua consapevolezza era resa però concretamente inoperante dal suo desiderio di vincere la sua guerra in Spagna e dalla convinzione da esso ingenerata di poter procrastinare l’accordo con Londra sino a quando non avesse conseguito la vittoria in Spagna e lo potesse negoziare lui, in modo da non doverne spartire il merito con nessuno. ↩
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Per un quadro complessivo cfr. K. Middlemas, The diplomacy of illusion. The british gov- ernment and Germany, London 1972; nonché D. C. Watt, Historiography of Appeasement, in Crisis and controversy. Essays in honour of A. J. Taylor, New York 1976, pp. 110 sgg. ↩
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Dgfp, s. D, III, pp. 327 sgg.
Una prova evidente della paura che Mussolini e Ciano avevano di un accordo anglo-tedesco concluso sopra la testa dell’Italia e anche solo che gli anglo-francesi potessero pensare ad un indebolimento dell’Asse è costituita dal disappunto suscitato a Roma, pochi giorni dopo, dalla notizia che von Neurath si accingeva a compiere una visita a Londra e dalle contromanovre subito messe in atto per bloccare l’iniziativa tedesca. Cfr. ibid., pp. 339 sg., nonché L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 186 sgg. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 165 sgg.; K. Schuschnigg, Un requiem in rosso-bianco-rosso, Milano 1947, pp. 279 sgg.; DDF, s. II, V, pp. 563 sgg.; «Il giornale d’Italia», 23 aprile 1937; nonché, piú in generale, J. Gehl, Austria, Germany and the Anschluss 1931-1938, London 1963, pp. 133 sgg. ↩
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Cfr. L. Mondini, Il riarmo dello Stato federale austriaco, in «Storia e politica», gennaio-giugno 1974, pp. 106 sgg.; L. Jedlicka, Austria e Italia dal 1922 al 1938, ivi, p. 102. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 139 e 224. ↩
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Cfr. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga, Roma 1951, pp. 322 sg. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 223 sg. ↩
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Cfr. L. Jedlicka, Austria e Italia dal 1922 al 1938 cit., p. 104. ↩
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Cfr. DGFP, s. D, I, p. 36. ↩
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Cfr. ibid., pp. 36 sg. Dal «memorandum Hossbach» risulta chiaramente che nella sperata eventualità di un conflitto anglo-franco-italiano Hitler si sarebbe mantenuto neutrale, limitandosi a rifornire l’Italia di materie prime. Il che spiega perché alla fine del 1937 egli non puntasse affatto ad un’alleanza militare con l’Italia, che sarebbe diventata per lui importante solo dopo gli «accordi di Pasqua», quando l’eventualità di un conflitto nel Mediterraneo non fu attuale e prese invece consistenza quella di una maggiore pendolarità della politica italiana o addirittura di un ulteriore avvicinamento italo-britannico. ↩
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Per le prese di posizione pubbliche del «duce» in Germania cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 245 sgg. ↩
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Ibid., XLII, pp. 194 sg., il corsivo è nostro. ↩
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L’Europa verso la catastrofe cit., p. 138. ↩
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Cfr. M. Magistrati, L’Italia a Berlino (1937-1939), Verona 1956, pp. 54 sg. ↩
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L’articolo di Farinacci fu sconfessato da Ciano sia con l’ambasciatore inglese che con quello tedesco. Il mese dopo Farinacci fece un’altra violenta sortita giornalistica (Principî ideali o sterline?, in «Il regime fascista», 8 luglio 1937) attribuendo «la decapitazione del movimento falangista» messa in atto da Franco e le voci di una possibile restaurazione monarchica alle mene dell’Inghilterra per stabilire un proprio «protettorato» sulla Spagna. ↩
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Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, seduta del 13 maggio 1937, pp. 3716 sgg. ↩
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Mussolini, XXVIII, pp. 241 sg. ↩
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Contemporaneamente furono date precise istruzioni per evitare che reparti italiani si trovassero a diretto contatto con reparti delle Brigate internazionali in cui vi fossero italiani. ↩
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In questo quadro Roatta fu sostituito col gen. Bastico, poi sostituito a sua volta col gen. Berti. ↩
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Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 258 sgg. ↩
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Cfr. in particolare le due lunghissime lettere di Grandi a Ciano il 2 e il 7 aprile, in Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 47, fasc. 112, in data 20 giugno 1937. Per il resoconto del colloquio Ciano-Drummond del giorno prima cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 190 sgg.
Al passo di Drummond a Roma seguiva alcuni giorni dopo a Parigi un passo di lord Lloyd su Cerruti, di cui l’8 luglio Ciano informò Grandi (ibid.). ↩
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In realtà già nel marzo 1938 le autorità francesi si convinsero che l’Italia era implicata nel delitto. Ne è prova il fatto che il capo di gabinetto del ministro degli Interni del secondo governo Blum ne informò segretamente il 26 dello stesso mese Manlio Morgagni, che si trovava a Parigi e che ne riferí subito a Roma in questi termini: «Durante la notte del 25, il signor D. mi chiamò al telefono avvertendomi che aveva una comunicazione urgentissima da farmi e che sarebbe venuto la mattina a trovarmi in albergo.
«Difatti alle 9 era da me.
«Premise che il suo era un passo puramente personale. Avendo saputo cose che potevano pregiudicare ogni buona volontà reciproca, si affrettava a comunicarmele perché, a mia volta, le trasmettessi a chi meglio credevo.
«Le autorità francesi erano venute a conoscere i nomi di coloro che avevano ucciso i fratelli Rosselli, e degli autori di altri clamorosi delitti politici.
«L’Italia vi appariva implicata seriamente.
«Dettomi questo mi aggiunse che tutto ciò poteva essere causa di un grave scandalo che, scoppiando, avrebbe certo reso meno possibile un successivo tentativo di riavvicinamento.
«Mi informò, inoltre, che durante la notte aveva saputo che i prevenuti erano in Italia e cioè:
«Filhol e Doulet a Sanremo, e Corn a Milano.
«Mi prospettava quindi questo dilemma: o respingere i nominati alla frontiera, o custodirli, o farli fuggire. Avrebbe desiderato apprendere che costoro fossero in Svizzera, in Spagna o altrove. Essendo essi in Italia riteneva la cosa assai grave e ragione, quindi, di scandalo e con questo suo passo riteneva di tentare di evitarlo.
«Mi ha espresso il desiderio che questo atto di amicizia venga apprezzato al suo giusto valore e se di ciò mi ha informato con tanta sollecitudine, è perché ritiene che qualsiasi possa essere la decisione in Italia, occorre agire subito.
«Al termine di ogni suo dire io gli ho espresso la mia meraviglia per essersi rivolto a me per cosa di simile natura, ma che, ad ogni modo, mi sarei interessato presso il rappresentante del mio Paese a Parigi.
«E cosí ho fatto recandomi dal nostro Incaricato d’affari all’Ambasciata di Parigi e limitando la mia informazione a quanto avevo appreso» (ACS, Agenzia Stefani, b. 1, n. 68).
Un simile atteggiamento è facilmente comprensibile se si pensa che si era a pochi giorni dall’Anschluss, che in Francia molti speravano che l’occupazione dell’Austria da parte di Hitler potesse indurre Mussolini a riavvicinarsi alla Francia. Lo stesso interlocutore di Morgagni era stato, in un colloquio del giorno prima (ibid., n. 76), esplicito: «Se l’Italia si avvicina alla Francia, la Germania non potrà piú fare la guerra. Ma se questo avvicinamento fosse inattuabile che farà l’Italia con una Germania che non si preoccupa di nulla ed una Francia ostile?
«La risposta non è difficile.
«L’Italia dovrà accordarsi con l’Inghilterra; non ne può fare a meno. Di conseguenza si ritirerà
dalla Spagna anche perché, come hanno dichiarato a noi gli stessi spagnoli, «se non ve ne andrete spontaneamente penseranno essi a scacciarvene».
«Ma per noi francesi la gravità minacciosa del problema non è questa. Fino a che voi italiani state a Malaga, a Saragozza, noi francesi staremo fermi. Ma quando voi continuaste ad avanzare e giungeste sulle nostre frontiere dei Pirenei, allora l’aspetto delle cose è radicalmente cambiato. Allora voi avreste contro tutta la Francia. Non quella del Fronte popolare, ma la Francia con tutto il suo popolo e con una sola volontà. La Francia si ritroverebbe e si alzerebbe compatta in piedi. Noi non vogliamo una terza frontiera da difendere, questo è positivo.
«Se voi vi avvicinaste ai Pirenei, e se questo conducesse alla guerra, noi la faremmo, appunto perché vogliamo toglierci l’incubo della terza frontiera.
«La guerra, io penso, è lontana, ma è sicura e inevitabile in questo preciso caso. Noi non potremmo starcene quieti ad osservare, assenti, come se tutto ciò non ci riguardasse.
«Quindi, ecco quello che è un desiderio o una speranza diffusa nell’attuale delicata contingenza:
«L’Italia in Spagna non ha nulla da guadagnare. Se l’Italia facesse il gesto di non volersi avvicinare alle nostre frontiere in Catalogna, sarebbe tale atto che le procurerebbe la riconoscenza della Francia, non solo, ma del mondo. Sarebbe un gesto di alto significato pacificatore, e l’Italia avrebbe tutto da guadagnare a compierlo...
«Contrariamente a ciò che voi credete, nessun governo francese non sarà mai piú disposto a fare la pace con l’Italia che il Governo di Fronte popolare.
«Perché se fra qualche tempo si avrà un Governo di Unione nazionale, questo sarà molto piú esigente nelle sue pretese. E si capisce il perché.
«Chamberlain vuol fare la pace con voi perché ne ha assoluto bisogno per la sua politica di governo e per gli interessi del suo paese. Chi piú di ogni altro ne guadagna siamo noi francesi.
«L’Inghilterra, accordandosi con voi, mette noi in una posizione di sicura tranquillità. Sappiamo press’a poco quali sono le basi dell’Accordo. L’Inghilterra non vorrà mai permettere una situazione che possa eventualmente danneggiarci. Ci preserva da ogni vostro colpo di testa. Voi, qualora ne abbiate la voglia, non potete piú far nulla contro di noi.
«Un governo francese di unione nazionale si varrà di questa situazione di fatto e se ne varrà in un eventuale negoziato discutendo le vostre proposte, maggiormente vagliando le proprie.
«Il Governo di Fronte popolare le accetterebbe subito, non appena presentate».
In questa situazione, nulla di piú logico che i francesi si guardassero bene dal rendere noto quanto avevano appurato sulle dirette responsabilità italiane nell’uccisione dei fratelli Rosselli. ↩
-
G. Salvemini, L’assassinio dei Rosselli, in No al fascismo, a cura di E. Rossi, Torino 1957, p. 255. Ulteriori elementi, successivamente emersi, in C. Bernadac, «Dagore». Les carnets secrets de la Cagoule, Paris 1977, pp. 39 sgg., 68 sgg., 76 sgg. e 82 sgg. ↩
-
G. Salvemini, L’assassinio dei Rosselli cit., p. 304. ↩
-
Ibid. ↩
-
Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 80, fasc. 161, sott. 4, l’ambasciata di Londra al ministero degli Esteri, tel. in data 9 ottobre 1935. ↩
-
Cfr. G. Salvemini, L’assassinio dei Rosselli cit., pp. 268 sgg. ↩
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Y. De Begnac, Palazzo Venezia cit., p. 613.
Su questa linea, una indiretta conferma che Mussolini non fosse al corrente di «iniziative» del genere si può, forse, trovare in un’annotazione del Diario di G. Ciano (p. 37) sotto la data del 16 settembre 1937 (quando Mussolini doveva essere ormai sul chi vive) e che si riferisce agli attentati dinamitardi di cinque giorni prima dei cagoulards contro due sedi di organizzazioni industriali francesi: «Il Duce è preoccupato che la polizia francese sia sulle tracce degli autori degli attentati a Parigi. Em[anuele] mi dice che è impossibile. Comunque noi non c’entriamo. Sono francesi al servizio di Met[enier?]» ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 256. Ciano per parte sua aveva già impartito disposizioni in questo senso sin dal febbraio 1937: «Resta inteso che mentre i prigionieri spagnoli dovranno venire rispettati, bisogna passare subito per le armi i mercenari internazionali. Naturalmente, per primi, i rinnegati italiani». Cfr. G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., p. 247. ↩
-
D. Grandi, Frammenti di diario, 26 aprile 1938, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 2, ins. 3. ↩
-
Si veda in Appendice, documento 9, la lettera del 12 luglio 1937 (Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3). Sempre nell’Archivio D. Grandi (b. 66, fasc. 158, sott. 1 e 2) sono conservati un ricco carteggio (29 giugno 1937 – 13 giugno 1940) relativo all’attività del Dingli e il Diario (1° luglio 1937 – 10 maggio 1940) dello stesso Dingli relativo alla sua azione di intermediario segreto
tra Chamberlain-Ball Grandi e Roma. Su tale azione cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia. Dal Patto di Pasqua a Monaco (con un’appendice sul «canale segreto» italo-inglese), in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1976, pp. 648 sgg. ↩
-
Se ne veda il testo in R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 655 sgg. ↩
-
Cfr. A. Eden, Memorie cit., I, pp. 564 sgg. ↩
-
Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3, D. Grandi a G. Ciano, 28 luglio 1937, il resoconto ufficiale che dell’incontro Grandi fece a Roma. ↩
-
D. Grandi, Frammenti di diario cit., 26 aprile 1938. ↩
-
Cfr. ibid., 26 aprile e 3 giugno 1938. ↩
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La notizia che Chamberlain aveva scritto a Mussolini aveva suscitato in Italia una impressione enorme. Un appunto per il «duce» di Starace datato 31 luglio riferiva: «La notizia della lettera personale autografa, indirizzata al Duce da Chamberlain, ha prodotto una profonda impressione, naturalmente favorevole.
«Ricorrono frasi di questo genere: Il Duce ha vinto ancora una volta; il Duce ha nuovamente piegato l’Inghilterra; il Duce conduce l’Inghilterra per la capezza.
«Anche la notizia della lettera autografa indirizzata al Duce dal Re del Belgio, che accompagna il progetto di Van Zeland, ha suscitato commenti favorevoli.
«È convincimento generale che la leva di comando, per quanto riguarda l’Europa, è effettivamente nelle mani del Duce» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], 242/R, fasc. «Starace A.», sott. 1). ↩
-
Nello stesso giorno in cui Mussolini scrisse a Chamberlain, Ciano ricevette l’ambasciatore giapponese Hotta che gli trasmise l’offerta di «una intesa a carattere anti-comunista, del tipo di quella a suo tempo raggiunta fra Tokio e Berlino» e di un accordo segreto «di collaborazione tecnica nel eampo militare». Il 2 agosto Ciano informò tutto compiaciuto Grandi, chiedendo la sua opinione sulla incidenza che la cosa avrebbe potuto avere sui negoziati italo-inglesi, ma non nascondendogli il suo personale punto di vista: «L’accordo col Giappone aumenta a dismisura la nostra forza e secondo quanto tu hai sempre affermato, e i fatti confermato, niente come la forza rende malleabili
i tuoi padroni di casa» (Archivio D. Grandi, b. 47, fasc. 114, G. Ciano a D. Grandi, 2 agosto 1937). Appena ricevuta la lettera, Grandi (che era sí sostenitore anche lui della maniera forte, ma che si rendeva conto che in quel momento un accordo col Giappone non avrebbe facilitato i negoziati con Londra) gli rispose con una lettera molto diplomatica ma ferma, sconsigliando nettamente di negoziare e concludere in quel momento l’accordo. Tre mesi prima, «in piena campagna di stampa anti-italiana», «avrebbe prodotto indubbiamente un effetto positivo», ora, a ridosso dei negoziati con Londra, «non potrebbe che avere un’influenza negativa» (Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3, D. Grandi a G. Ciano, 5 agosto 1937). ↩
-
Archivio D. Grandi, b. 47, fasc. 12, G. Ciano a D. Grandi, 31 luglio 1937. ↩
-
J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 281. ↩
-
DGFP, s. D, III, p. 432. ↩
-
Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 283 sg. Ciano si era dichiarato favorevole all’impiego di sommergibili fuori dei limiti delle acque territoriali francesi sin dal 20 marzo. Cfr. ACS, Min. Marina, Gabinetto (1934-50), b. 164. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 33; J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 288. ↩
-
Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 47, fasc. 112, G. Crolla al ministro degli Esteri, 25 agosto 1937. ↩
-
Cfr. DDF, s. II, VI, pp. 624 sg., 648 sg. e 657 sg. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 651 sg. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 752 sgg. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 37 sgg. ↩
-
Per l’atteggiamento tedesco in tutta la vicenda, cosí come almeno appariva all’esterno, cfr. il lungo rapporto da Berlino dell’ambasciatore François-Poncet del 16 settembre 1937, in DDF, s. II, VI, pp. 797 sgg., nonché il tel. dello stesso del 22 settembre, ibid., pp. 829 sg. ↩
-
Su tutte queste vicende dal 12 al 21 settembre cfr. ibid., pp. 763 sg., 766 sg., 774, 775, 777, 787 sg., 789, 790 sg., 810 sg., 819 sg., 820 sg., 823, 828 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 39. ↩
-
Ibid., p. 38 (i corsivi sono nostri). ↩
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In Archivio D. Grandi, b. 48, fasc. 121. La lettera è datata 18 settembre, nel diario Ciano vi accenna sotto la data del 17. ↩
-
«Caro Grandi, al punto in cui sono le cose, si tratta di sapere se la G[ran] B[retagna] è disposta a farci la guerra per evitare che noi la facciamo all’Etiopia. È necessario, quindi, che io abbia le tue impressioni sulla questione». Lo si veda in Mussolini, XLII, p. 114. ↩
-
Cfr. comunque in G. Ciano, Diario cit., p. 42 la seguente annotazione in data 4 ottobre: «Ricevuto stamani il Duca d’Aosta, che mi ha fatto un rapporto sul suo viaggio in Inghilterra. A suo dire l’accordo dovrebbe essere possibile. Ma, tirata per i capelli, l’Inghilterra può anche fare la guerra e farla bene. Ripeteva frasi di Grandi». ↩
-
Archivio D. Grandi, b. 70, fasc. 159, sott. 18, G. Ciano a D. Grandi, 10 ottobre 1937, tel. in arrivo n. 507. ↩
-
Cfr. DDF, s. II, VI, pp. 814 sgg., 838 sgg., 802, 880 sg.; VII, pp. 4 sgg., 7 sg., 18 sg., 51 sg., 52, 58, sg., 62 sg., 78 sg., 90 sg. ↩
-
Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3. ↩
-
Cfr. a questo proposito DDF, s. II, VII, pp. 102 sg., 103 sgg., 116 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 44. ↩
-
Ibid., p. 46. ↩
-
Ibid., p. 43. Nello stesso senso cfr. anche l’annotazione del 12 ottobre: «Ho visto Russo, in relazione ai nuovi contingenti di CC.NN. per la Spagna. Per ora, io sono contrario all’invio. Troppo pericoloso» (p. 45). ↩
-
Ibid., p. 45. ↩
-
Ibid., p. 47; nonché Dgfp, s. D, III, pp. 356 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 48. ↩
-
Ibid., p. 74, nonché pp. 74-75. ↩
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DGFP, s. D, III, pp. 543 sg. e anche 547 sg.; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 75. ↩
-
Cfr. ibid., p. 81. ↩
-
Ibid. ↩
-
Cfr. J. F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 311 sgg. ↩
-
Ibid., pp. 315 sg. ↩
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L’unico e, allo stato delle nostre conoscenze, inspiegabile accenno all’opportunità di una collaborazione italo-francese per difendere la latinità apparve su «La tribuna» del 19 novembre 1937 (in concomitanza cioè della visita di Halifax in Germania) per la penna di F. Scardaoni, La stampa e l’Europa. Il piú grave errore politico del nostro tempo. Dal Diario cit. di G. Ciano, p. 59 risulta che l’articolo non era stato ispirato dall’alto e che Mussolini ne fu molto irritato. ↩
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Cfr. soprattutto A. Eden, Memorie cit., I, pp. 685 sgg. L’ostilità americana al riconoscimento dell’Impero (dimostrata anche dalle difficoltà che nel ’37 incontrarono i negoziati per il rinnovo del trattato di commercio e di navigazione tra i due paesi, dato che l’Italia voleva che nel preambolo del nuovo trattato ci si riferisse al re anche come Imperatore d’Etiopia) oltre che da una questione di principio dipendeva in buona parte dall’ostilità suscitata negli Usa dall’avvicinamento dell’Italia alla Germania e, successivamente, dalla politica filo giapponese di Roma. Per quel che riguarda la Germania Suvich in un rapporto del 4 febbraio ’37 era stato assai chiaro: «È vero che l’Italia fascista ha avuto fino a 4 anni fa un ambiente relativamente favorevole in una parte della popolazione, ma la situazione è oggi fondamentalmente mutata. Quello che ha messo l’opinione pubblica americana contro l’Italia fascista è stato il sorgere del nazional-socialismo con le sue manifestazioni in America e la guerra etiopica.
«La crisi etiopica è superata e l’opera di civiltà e di pace che l’Italia sta svolgendo in Africa, se opportunamente valorizzata qui, non potrà che incontrare le simpatie del pubblico americano. La questione del Nazismo rientra nelle linee generali della nostra politica estera. Il nazismo ci ha danneggiato soprattutto per il fatto che i due movimenti, nell’opinione pubblica americana, sono stati fino ad un certo punto identificati e che si sono attribuiti al Fascismo determinate manifestazioni caratteristiche naziste che qui incontrano la generale disapprovazione... Come si presenta oggi la situazione sulla base di una divisione fra potenze fasciste e potenze democratiche, non c’è nessun dubbio che le simpatie dell’America sono per il secondo gruppo anche se di questo dovesse far parte la Russia e soprattutto se al gruppo delle potenze fasciste partecipasse il Giappone. Questa simpatia di oggi potrebbe tradursi in un aiuto di domani in caso di conflitto ad onta di tutte le leggi sulla neutralità che il Congresso potrà votare. Anche prima dell’intervento nella guerra mondiale, l’America aveva un atteggiamento di neutralità che si è modificato poi radicalmente in pochi mesi.
«Un altro punto che si può fissare è quello che l’America tenderà sempre a correre in aiuto dell’Inghilterra quando questa sia in pericolo e ciò per due ordini di motivi. Da un lato c’è la comunità di sangue e la tradizione che unisce le due nazioni, dall’altro la convinzione di questo paese che l’Inghilterra è un elemento indispensabile dell’equilibrio mondiale e quella su cui si può piú contare per mantenere la pace» (Asaf, USA, b. 32 [1936-37]).
Oltre a ciò, va per altro detto che mentre i principali collaboratori di Roosevelt, C. Hull e S. Welles, erano nettamente ostili al riconoscimento dell’Impero, altri esponenti politici statunitensi, tra cui l’ambasciatore a Roma W. Phillips, lo ritenevano opportuno per «reagire» al «processo di irrigidimento» della politica italiana e per sbloccare le relazioni italo-britanniche. Cfr. W. Phillips a C. Hull, 20 dicembre 1937, in Carte Roosevelt, Psf, Italy: State Department (1937).
Nello stesso rapporto l’ambasciatore si soffermava sulla situazione interna italiana scrivendo: «L’atmosfera qui a Roma è molto ansiosa. L’intellighenzia non è favorevole a questi stretti legami con la Germania ed il Giappone, ma si esprime, se pure lo fa, in mormorii. Il duce ha ipnotizzato completamente le masse che sono pronte a seguirlo dovunque voglia condurle. In quanto al Duce non vede nessun diplomatico tranne l’Ambasciatore tedesco, ed ha chiaramente dimostrato che non vuole vedere americani, per quanto importanti essi siano. Io non ho perciò opportunità di parlargli e il mio unico contatto con lui è quindi attraverso Ciano. Ciò non è soddisfacente perché uno non sa mai precisamente che cosa Ciano tralasci. Sempre piú Mussolini si sta isolando e il naturale risultato può ben essere un irrigidirsi del suo atteggiamento verso i suoi critici e un sentimento di soddisfazione nel preoccuparli con una piú stretta associazione con i suoi amici tedeschi e giapponesi».
Piú complessa era la posizione di Roosevelt. Il presidente (su cui dovevano influire a quest’epoca anche varie considerazioni contingenti determinate dalla scadenza elettorale del ’38) era indubbiamente ostile al fascismo, ma non tanto da considerare l’Italia già irrimediabilmente legata alla Germania e non doveva pertanto escludere la possibilità di agire positivamente su di essa facendo leva, per un verso, sulla personalità di Mussolini e, per un altro verso, sulle difficoltà economiche dell’Ita-
lia. A questo scopo sin dalla fine del ’36 Roosevelt si era detto con Suvich disposto ad incontrarsi «in una crociera verso acque europee» con Mussolini per parlare con lui della situazione mondiale (Asae, USA, b. 32 [1936-37], rapporto di Suvich in data 18 dicembre 1936) e la stessa proposta fece nell’ottobre ’37 a Vittorio Mussolini, da lui ricevuto in forma strettamente privata in occasione di un suo viaggio negli Stati Uniti per motivi cinematografici (cfr. V. Mussolini, Vita con mio padre, Verona 1957, pp. 79 sgg.). Il momento di maggior «apertura» verso l’Italia di Roosevelt dovette probabilmente essere nel luglio 1937, prima della crisi mediterranea, quando si rivolse per iscritto personalmente a Mussolini e ribadí con Suvich il suo desiderio di incontrarsi col «duce». Si veda a questo proposito in Appendice, documento 10 il rapporto inviato a Roma da Suvich il 30 luglio. Anche dopo la crisi mediterranea e l’allineamento italiano sulle posizioni del Giappone in occasione della Conferenza delle Nove Potenze (che aveva dato un colpo gravissimo alle simpatie residue per l’Italia negli Usa) da parte americana ci si sforzò però di non perdere i collegamenti con l’Italia e, almeno a parole, di solleticare a questo fine l’amor proprio di Mussolini. Come Suvich riferiva in un suo rapporto del 17 febbraio ’38 C. Hull ancora a quest’epoca teneva a fargli sapere che nonostante tutto «Roosevelt pensa sempre al Duce come all’uomo politico che potrebbe aiutarlo piú degli altri domani in un tentativo del genere» (assicurare la stabilità economica come premessa della pace politica). ↩
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Nel 1937 cominciarono tra l’altro i rapporti tra il regime e il leader nazionalista indiano Chandra Bose che, nel corso dell’anno, ebbe vari incontri con Mussolini e con Ciano. Cfr. Acs, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., categ. I. 4. 1, Austria. Movimento sovversivo antifascista. 1937, nota della Sezione Terza in data 18 dicembre 1937; nonché G. Ciano, Diario cit., pp. 88 sg.; S. C. Bose, La lotta dell’India (1920-1934), Firenze 1942, p. 308. ↩
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Che l’adesione italiana al patto anti-Komintern avesse come obiettivo principale quello di premere sull’Inghilterra risulta chiaramente da quanto Grandi scrisse a Ciano il 9 novembre. Ai primi d’agosto, subito dopo lo scambio di lettere tra Chamberlain e Mussolini, Grandi – lo si è detto – si era dichiarato contrario all’adesione italiana, temendo che potesse avere una influenza negativa sui prossimi negoziati italo-inglesi. Sfumati questi, ora, anche Grandi fu favorevole all’adesione. «Ho l’impressione – scrisse a Ciano – che il colpo abbia colpito il centro del bersaglio, sotto ogni punto di vista». L’adesione italiana al patto aveva messo in crisi, continuava, coloro che sostenevano una politica di intransigenza nei confronti di Roma e di lusinga e di intesa nei confronti di Berlino, dimostrando loro che l’Asse non era un bluff puramente dimostrativo e ideologico destinato a non resistere alla prova dei divergenti interessi italiani e tedeschi, ma una realtà che poteva aggregare anche altre forze. Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3, D. Grandi a G. Ciano, 9 novembre 1937.
Secondo i dati dell’Ammiragliato britannico, la flotta italiana era a quest’epoca pari al 48 per cento di quella inglese, ma questa era per il 50 per cento nel Mar del Nord, per il 15 per cento in Estremo Oriente, per l’8 per cento nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso e solo per il 27 per cento nel Mediterraneo e ciò rendeva «la politica britannica estremamente prudente vis-à-vis dell’Italia». Cfr. DDF, VII, p. 304. ↩
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Tipica in questo senso è un’annotazione del Diario di G. Ciano (p. 76) sotto la data del 31 dicembre 1937: «L’offensiva in Spagna procede bene... Il Duce di buon umore, ha chiesto in presenza mia a Valle, la forza dell’aviazione. Entro l’anno 3000 apparecchi di programma, piú 750 in soprannumero. Mi ha detto che in queste condizioni, se gli inglesi non fanno l’accordo, si avvicina il giorno di quel famoso bollettino!» ↩
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W. Churchill, The second world war cit., I, pp. 189 sgg. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 3, D. Grandi a G. Ciano, 15 ottobre 1937. ↩
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Asae, Fondo Lancellotti, 187; D. C. Watt, Gli accordi mediterranei anglo-italiani del 16 aprile 1938, in «Rivista di studi politici internazionali», gennaio-marzo 1959, pp. 66 sg. ↩
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Mussolini, XXIX, pp. 32 sgg. ↩
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Cfr. DDF, s. II, VII, pp. 759 sgg., F. Charles-Roux a Y. Delbos, 20 dicembre 1937. Dalle Informazioni Cremonesi, alle date dell’11 e del 14 dicembre risulta che due ipotesi, che circolavano negli ambienti politici romani, erano che il Gran Consiglio annunciasse l’istituzione del Gran Cancelliere a vita per Mussolini e, addirittura, l’abdicazione del re. ↩
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DDF, s. II, VII, pp. 645 sg. ↩
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Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi. L’accordo italo-inglese del 16 aprile 1938, Milano 1977, pp. 20 sg. e 25. ↩
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Cfr. ibid., pp. 21 sgg.; A. Eden, Memorie cit., I, pp. 693 sgg.; R. Douglas, Chamberlain and Eden: 1937-1938, in «Journal of Contemporary History», gennaio 1978, pp. 97 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 71 sg., 81, 92 e 100. ↩
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D. Grandi, Frammenti di diario, 3 giugno 1938, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 2, ins. 3. ↩
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Per i contatti segreti del gennaio ’38 cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 668 sgg. ↩
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Mussolini, XXIX, pp. 458 sg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 94. ↩
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Ibid., p. 98. ↩
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Ibid., p. 97. ↩
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Ibid., p. 100. ↩
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DDF, s. II, VII, pp. 288 sg. ↩
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La lettera è riprodotta in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 245 sg.; l’originale, da cui l’abbiamo riprodotta, in Archivio D. Grandi, b. 55, fasc. 144. ↩
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D. Grandi, Frammenti di diario, 18 febbraio 1938, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 2, ins. 3. ↩
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Cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 675 sgg.; nonché l’inizio del rapporto di Grandi a Ciano di cui alla nota seguente. ↩
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Lo si veda riprodotto in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 249 sgg. ↩
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Sulla genesi di questa domanda cfr. DDF, s. II, VIII, p. 413. ↩
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Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi ecc. cit., p. 34. ↩
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Cfr. ibid., pp. 36 sg., e per i successivi sviluppi a livello governativo, parlamentare e di opinione pubblica, pp. 38 sgg.; A. Eden, Memorie cit., I, pp. 734 sgg. e pp. 769 sgg., nonché DDF, s. II, VII, pp. 445 sgg., 466 sgg., 525 sgg. e 619 sgg. ↩
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D. Grandi, Frammenti di diario, 19 febbraio 1938, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 2, ins. 3. ↩
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Ibid., 20 febbraio 1938. ↩
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Ibid., 21 febbraio 1938. ↩
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Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi ecc. cit., pp. 45 sgg.; nonché R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino. La politica estera fascista dal 1930 al 1940, Roma 1980, pp. 377 sgg. ↩
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Il Gran Consiglio, in sessione dal 10, approvò il 12 marzo un o.d.g. sugli avvenimenti austriaci assolutamente in linea con la posizione ufficiale del governo. È però assai significativo che ad esso seguí subito un voto auspicante che le conversazioni in corso tra Ciano e Perth conducessero «a realizzare un accordo conforme all’interesse dei due paesi e tale da eliminare ogni motivo di contrasto fra loro» (PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo ecc. cit., pp. 640 sg.). ↩
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P. Pastorelli, La politica estera fascista dalla fine del conflitto etiopico alla seconda guerra mondiale, in L’Italia fra Tedeschi e Alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, a cura di R. De Felice, Bologna 1973, pp. 109 sg. ↩
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D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi ecc. cit., p. 55. ↩
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Per i testi dei protocolli e degli allegati si veda ibid., pp. 247 sgg. ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 125. ↩
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Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo dei due imperi ecc. cit., p. 68. ↩
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Già il 13 luglio 1938 Mussolini in uno dei suoi soliti telegrammi informativi al re sulla situazione interna ed internazionale, accennando agli «accordi di Pasqua» li definiva «in stato di sofferenza» e aggiungeva «ne riparleremo a questione di Spagna sistemata». Mussolini, XLIII, pp. 6 sg. ↩
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Come aveva previsto, Grandi fu tenuto da Ciano accuratamente fuori dai negoziati e quando l’accordo fu concluso l’apparato propagandistico del regime (continuando in un’azione già iniziata dal febbraio) fece di tutto per non collegare il suo nome con esso. Assai diverso fu l’atteggiamento britannico. Chamberlain, ai Comuni, ricordò esplicitamente il ruolo decisivo avuto da Grandi e gli stessi concetti ripeté in una lettera personale scrittagli il 3 maggio ’38. Il diario di Grandi contiene vari sfoghi per questa plateale diversità di atteggiamento nei suoi confronti. ↩
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Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 325 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 333 sgg., 339 sgg., 347 sgg. e 354 sgg. ↩
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Archivio D. Grandi, b. 55, fasc. 145, G. Crolla a Ministero Esteri, 3 agosto 1938. ↩
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I «volontari» italiani in Spagna furono complessivamente poco meno di 80 mila, di cui circa 30 mila della Milizia. I volontarî presenti nelle file repubblicane e in particolare nelle Brigate internazionali furono complessivamente circa 40 mila, provenienti da cinquantatre paesi, francesi 8500, tedeschi 5000, polacchi 4500, italiani 4109, statunitensi 3000, inglesi 2500, cecoslovacchi 2000, iugoslavi 1600, ungheresi 1200, cubani 850, austriaci 600, argentini 500, romeni 500, svedesi 500, bulgari 450, norvegesi 400, finlandesi 350, estoni 200, lituani 142, irlandesi 127, lettoni 110, ecc. Dall’Urss andarono in Spagna oltre 2 mila sovietici (tra cui 772 aviatori, 359 carristi e 491 tecnici) nonché 589 emigrati politici di vari paesi. ↩
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Nel maggio 1940, dopo lunghe trattative iniziate alla metà del ’38, tra il governo italiano e quello spagnolo fu raggiunto un accordo in base al quale la Spagna si impegnò a rifondere ratealmente all’Italia 5 miliardi per le spese da essa sostenute durante la guerra civile per aiutare i nazionalisti. ↩